Il cow-boy
di Paolo Mombelli
C’è un ragazzino di 12 anni che vive in un grande cascinale nella campagna bresciana più profonda. Da bambino ci abitò anche mio padre, e mi raccontava che per andare a scuola al paese più vicino doveva percorrere a piedi 5 km, con qualsiasi condizione atmosferica (con la neve era un’impresa per quei piccoli piedi con gli zoccoli e le calze grosse di lana fatte a mano). A quei tempi nel cascinale vivevano circa duecento persone , e c’era anche una chiesetta dove alla domenica il sacerdote celebrava la S. Messa per la piccola comunità (c’è anche adesso, e dopo decenni di abbandono è stata ristrutturata e restituita alla pratica devozionale della gente che abita laggiù. Il ragazzino tiene un orto rigoglioso, alleva polli e galline, quaglie e conigli, che vende assieme ad abbondanti raccolte di uova. Ma la cosa straordinaria, di questi tempi, è che non gioca con la play-station, ma quando ha finito i compiti aiuta il vicino di casa ad accudire le mucche. Quando una mucca deve partorire (e il 90% dei parti dei mammiferi di grossa taglia avviene di notte o all’alba), il mandriano infilando un braccio nella vagina dell’animale riesce ad ipotizzare l’ora del parto e la comunica al ragazzino, che carica la sveglia sull’ora dell’evento ed assiste il mandriano nel far nascere il vitellino. Poi si fa la doccia, fa colazione e va a scuola. E a scuola riesce bene, meglio di molti compagni che si svegliano dieci minuti prima del suono della campanella.
Si è aperta una nuova sezione nel sito dei maschi selvatici, intitolata “Il maschio oggi”.
Ieri pomeriggio, in quattro padri, abbiamo accompagnato i nostri figli e i loro compagni di squadra (12) del Manerbio Basket alla visita medico-sportiva per l’idoneità fisica all’agonismo. Ragazzini di 12 anni. E’ stato uno spasso! C’era una sola mamma ad accompagnare il proprio figlio, e se ne stava in disparte. Ho notato che il ragazzo tendeva a starsene con la madre, mentre gli altri non stavano con il proprio padre ma tra loro, e semmai ogni tanto si avvicinavano al gruppo dei padri per ascoltare i nostri discorsi. Battute e gags a spron battuto, tra il dover pisciare nella provetta per l’esame dell’urina bagnandosi le mani e la pipì che non viene, la statura e il peso sproporzionati tra loro, la prova da sforzo e le guance rosse di vergogna per doversi far “toccare” da una dottoressa. Noi uomini li prendevamo bonariamente in giro, e loro si divertivano (anche noi a dire il vero). Alla fine ciascuno di loro sarebbe tornato a casa indifferentemente con ciascuno di noi, tant’è che ho dovuto rincorrerne uno che era in auto con me e stava tornando a casa con un altro padre, come se la fiducia dei ragazzi non fosse verso uno di noi ma verso tutti noi, uomini adulti affidabili e responsabili, padri, appunto. Guardandoli uscire in fila dall’ambulatorio, ancora così nani, mi è venuto spontanea la battuta : “Certo che a chi vi vede più che una squadra di basket potreste sembrare quelli della” banda bassotti”, e forse anche, se vi va di lusso, la nazionale giovanile di salto in basso”. Risata generale,pacche sulle spalle e tutti a casa.
Battista era un uomo di poche parole ma non taciturno, anzi aveva un buon carattere; solo non si doveva essere troppo insistenti.
Nella mia piccola città ho trovato due negozi nuovi dove si esercitano arti antiche. A gestirli, lavorando sodo e con perizia, due giovanotti trentenni che fino a due anni fa lavoravano in fabbrica a tempo determinato. Uno di loro ha aperto una bottega di meccanico di biciclette, ed è abile e meticoloso nel fare tutte le riparazioni che servono, nel dare consigli su strade, gomme, rapporti da usare per trarre il massimo vantaggio e la giusta soddisfazione nel montare in sella per viaggiare, anche lontano, cercando le montagne che da qui formano l’orizzonte del nord. D’inverno, quando la gente usa poco la bici e lui resta senza lavoro, ha iniziato a costruirle, le bici. Sceglie personalmente i telai nelle fabbriche, trova cerchi e tubolari, selle in cuoio. Usa colori bellissimi, inusuali, come un verde pisello tenue o un giallo ocra, monta il “fisso”, un vecchio “rapporto” senza cambio che invertendo la pedalata funziona da freno, monta manubri dalle forme antiche. Alla fine firma il manufatto, preziosissimo, e lo espone in vetrina, e la gente si ferma a guardare e a immaginare di correrci sopra attraversando la primavera che verrà.
Un’amica, qualche giorno fa, mi raccontava di non avere mai avuto un rapporto troppo confidenziale col nonno, uomo riservato e taciturno. Poco tempo prima che lui morisse, un uomo, in modo abbastanza casuale, le chiese se fosse la nipote di… Lei confermò. L’uomo si commosse, e le raccontò due episodi della vita del nonno che nessuno, in famiglia,sapeva. Verso la fine della guerra, alcuni soldati alleati erano stati fatti prigionieri dai tedeschi e rinchiusi negli spogliatoi del campo sportivo, verosimilmente destinati al campo di concentramento. A fargli la guardia due soldati tedeschi. Il nonno, una notte senza luna, li liberò, da solo e senza armi, approfittando del fatto che le guardie non si aspettassero un’azione simile e fossero abbastanza distratte. Un’ altra volta, mentre lavorava nei campi, il nonno vide un aereo britannico precipitare poco distante. Raccolse il pilota, che era riuscito a lanciarsi col paracadute, lo portò a casa e lo curò. Quando il pilota guarì e riuscì a mettersi in contatto con alcuni partigiani di Brescia, il nonno gli “prestò” il suo cavallo, con la raccomandazione che, qualora i tedeschi l’avessero catturato, uccidesse il cavallo. L’animale, infatti, conosceva la strada del ritorno, e avrebbe messo in pericolo il nonno e la sua famiglia. Il cavallo tornò, da solo, il pilota era salvo. Terminata la guerra il nonno ricevette due lettere di ringraziamento, una da Eisenhauer e l’altra da Churchill. La donna corse a casa del nonno a chiedere conto di questi fatti, e l’uomo non fece una piega, confermò, semplicemente. Quando lei gli chiese perchè non glielo avesse mai raccontato, lui rispose che non aveva fatto niente di straordinario, e che non gli sembrava nemmeno che valesse la pena raccontarlo.
Sabato, 12 APRILE, ore 19.00,














