Prima le donne e i bambini?
di Armando Ermini
Il dono di sé, il sacrificio disinteressato, sono nel dna maschile da sempre. E noi vogliamo che continui ad essere così, che quell’antico ma eterno “codice d’onore”, continui ad essere la bussola che orienta i comportamenti maschili. Perché altrimenti ci vergogneremmo di noi stessi, non saremmo più capaci di guardarci allo specchio.
E come sempre non vogliamo pubblici elogi o titoloni sui giornali. I maschi si accontentano di molto meno, anzi di molto di più. Poche cose. Un riconoscimento silenzioso ma vero come era una volta e, connesso a questo, che cessi la guerra mediatica contro di loro, rappresentati sempre (quasi) come vigliacchi, prepotenti, oppressori.
Così scrivevo il 10 maggio 2007 (Clicca quì)
Dopo cinque anni e innumerevoli altre occasioni in cui quella parola d’ordine maschile è risuonata ancora e ancora si è incarnata in fatti concreti (basti ricordare ciò che è accaduto e accade a Fukushima), uno spirito ingenuo come il mio si aspettava che quel riconoscimento silenzioso si sarebbe concretizzato, appunto, nel silenzio rispettoso del sacrificio maschile, ma soprattutto che quella guerra insensata contro i maschi sarebbe cessata. Non è così, almeno sui media. E’ vero anzi l’opposto, la guerra si intensifica. In occasione del centenario della tragedia del Titanic, l’immancabile Repubblica (clicca quì) , pubblica il resoconto di uno studio svedese condotto su decine di naufragi secondo il quale non è affatto vero che si salvino più donne che uomini. “In tutti i casi, meno due, gli uomini che si sono salvati sono circa il doppio delle donne e dei bambini. ” Le due eccezioni sarebbero appunto il Titanic e il Birkenhead, una nave britannica che affondò nell’Oceano Indiano nel 1852. E in entrambi i casi ciò sarebbe avvenuto solo perché il capitano avrebbe minacciato con pistola o sciabola i passeggeri uomini, che quindi non l’avrebbero fatto di loro spontanea volontà. Come sempre non è dato sapere di più: ad esempio la percentuale di passeggeri uomini e passeggeri donne, o il numero assoluto dei deceduti, tutte cose che avrebbero dato un quadro più esauriente dei fatti.
Fa da controcanto a Repubblica l’emittente televisiva La7 nel programma “Inside titanic” , dove viene ricostruita una scena in cui un ufficiale punta una pistola contro un ragazzo diciottenne, neanche un omone grande e grosso, accucciato in un angolo di una scialuppa e gli intima di sgombrare.
La cavalleria maschile, l’abbiamo letto tante volte a partire da Simone de Beauvoir, e’ il simbolo del predominio patriarcale e il segno che gli uomini considerano le donne come persone più deboli da proteggere, e questo per la concezione “paritaria” e” non sessista” è intollerabile. Si vergognino quindi i maschi del loro paternalismo antifemminile. Tuttavia a quella frase, “prima le donne e i bambini”, non può essere negata una sua pur “distorta” grandezza atta a mitigare l’oppressione “maschilista” , quanto meno nel senso che ai maschi toccavano onori ma anche molti e dolorosi oneri. Tanto che le donne di ogni tempo e in ogni latitudine hanno sempre mostrato di gradirla e se ne sono avvalse in innumerevoli occasioni. Anche questo è intollerabile. Dunque, questo “mito” deve essere destrutturato perché rischia di mettere in buona luce l’universo maschile. Tutto falso, tutta una costruzione maschile immaginifica e perfida per tenere le donne sottomesse e oppresse. Si vergognino quindi due volte gli uomini. Se sono cavalieri è per opprimere con eleganza, e se non lo sono è per opprimere con vigliaccheria. Questo è lo scopo, il fine supremo della riscrittura della storia secondo i canoni ideologici prevalenti: nel maschile non esiste nulla, ma proprio nulla, da salvare, e agli uomini non rimane che vergognarsi di essere uomini senza, beninteso, che ciò li possa in alcun modo assolvere dal loro peccato d’origine.
Come fondamento per un mondo non sessista e per un dialogo fra “pari”, non c’è male, davvero.
















Ciò che cmq sorprende è che, pur di fronte a questa devastazione, a questa derattizzazione del maschile, si titubi nel riconoscere l’esistenza della misandria (termine che il correttore ortografico mi indica in questo momento come errata - che sarà mai la misandria?).
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Mi ripeto: conosciamo l’odio razziale, quello ideologico, quello nazionalista e tutti gli altri.
Ne riconosciamo l’esistenza e gli effetti. Conosciamo pure e senza remore riconosciamo l’esistenza della misoginia. Dell’odio contro gli uomini non si parla. Non lo si pensa possibile.
Ribadisco ancora una volta la mia appartenenza a quel nucleo di profeti del terribile che annunciano la cattiva novella: l’odio contro gli uomini.
Non può non esistere.
E’ dura da ammettere: ma non può non esistere.
E’ qui, è tra noi, opera e devasta il nostro tempo in questo nostro tempo.
E’ l’epoca del suo trionfo.
Rino DV
Comment by Rino — April 27, 2012 @ 12:19 pm
Sulla “etica del Titanic”, da un punto di vista diverso, consiglio anche questo articolo di Marco Faraci:
http://www.libertiamo.it/2012/04/20/basta-con-letica-del-titanic/
A parte le pippe mentali femministe, con i loro pestaggi antimaschili sempre incoerenti, irrazionali e contraddittori, su cui è purtroppo inutile soffermarsi se non per richiamare i maschi alla loro consapevolezza come fa Rino, la questione rimane quella del rapporto tra libertà ed identità (che diventa responsabilità), a fronte di un potere [qui rappresentato da chi gestisce malamente il disastro, e punta la pistola per non fare salire i maschi sulla scialuppa], che prima ti annienta e disarma, e poi pretende di dirti “come devi essere”.
Comment by passaggioalbosco — April 27, 2012 @ 4:10 pm
Paolo e Rino hanno centrato due questioni fondamentali. Rino mettendo in evidenza che l’odio antimaschile si manifesta nelle forme più contraddittorie. E’ ontologico nel senso che concerne non quell’uomo o quell’altro o il modo con cui la maschilità si è manifestata nel tempo e nelle civiltà, bensì proprio la “forma” uomo in quanto tale. La misandria è quindi assurta a vera e proprio ideologia del nostro tempo, e come sempre avviene con le ideologie, quando la realtà si discosta dal paradigma la si ignora o al si falsifica.
Paolo sottolinea che tale ideologia si traduce in prescrizioni moralmente, ma sempre più anche legislativamente, costrittive. Il Leviatano decide cosa è bene per gli uomini in base all’ideologia che ha fatto propria, quella del maschio oppressore, e chiude in tal modo ogni spazio di libertà e quindi di identità. Il dono libero maschile fino al sacrificio di sè (sempre i maschi si sono donati assumendo le più alte responsabilità sociali e familiari) costituisce la parte migliore del maschile. Quando non è più libero ma obbligatorio è proprio il maschile ad essere negato e castrato nella sua essenza. Gli si toglie ogni valore, anzi si sottolinea il suo disvalore.
armando
Comment by Administrator — May 1, 2012 @ 11:22 am
Cari maschi selvatici,
sul vostro sito leggo questa frase:
“Se c’è qualcuno
che ama le donne
e vuole che il futuro
sia ancora allietato, arricchito e consolato dalla loro bellezza
e sconfinata incontrollabilità,
SIAMO NOI!”
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Per carità, liberi di pensarla come volete, dato che io non penso affatto che le donne siano così meravigliose (anzi); però vorrei rivolgervi la seguente domanda: perché, pure voi, avete così bisogno di esaltare le donne e il femminile?
Vi risulta forse che dall’altra parte accada altrettanto? Voi le sentite (o leggete) mai delle donne che rivolgono degli apprezzamenti agli uomini? Io no, mai. Anzi, specialmente in questi ultimi tempi non faccio che leggere di “femminicidi”, violenza maschile gratuita sulle donne, maschilismo, misoginia, eccetera.
Insomma, veleno allo stato puro da ogni parte.
Ragion per cui, non vedo per quale ragione bisogna elogiare chi di elogi non ne rivolge mai.
Comment by Massimo — May 1, 2012 @ 2:15 pm
Caro Massimo,
la risposta è semplice. Noi vogliamo sempre tenere ben distinto il femminile in sè, che ci piace e di cui abbiamo bisogno altrettanto quanto esso necessita del maschile, dal modo con cui viene oggi “interpretato” da molte donne. Molte donne, non tutte. Anche questa è una distinzione di cui tenere conto, sapendo benissimo che la gran parte di quelle che accedono ai media è, per così dire, impregnata di rancore verso il mondo maschile. Sai bene che siamo capaci di prendere posizioni durissime contro la misandria che imperversa, e tuttavia sarebbe un tragico errore contribuire alla guerra fra i sessi estendendo la critica al genere femminile in quanto tale, che ha difetti e pregi, diciamo meglio caratteri specifici, come li ha il maschile.
Crediamo che questo atteggiamento, oltre che sincero, sia anche segno di forza, non di debolezza. Essere fermi, dire con voce alta e senza sconti quello che pensiamo, rapportarsi all’universo femminile come ad un mondo adulto che necessita di verità e non di ruffianerie, è il nostro modo di contribuire a modificare in positivo le relazioni fra i generi troppo deteriorate. Cerchiamo di farlo senza interrompere il filo della comunicazione. Volendo fare un paragone, è come quando un genitore rimprovera con fermezza un figlio che lo merita, ma lo fa in modo da fargli capire che non viene meno il suo amore per lui. Se non facesse così finirebbe per perderlo, il figlio. E noi le donne non le vogliamo perdere. Se poi saranno loro a perdersi, ed è possibile, non sappiamo che farci. Non siamo onnipotenti.
armando
Comment by Administrator — May 2, 2012 @ 8:47 pm
Effettivamente quando il dono libero di sé è obbligatorio perde di valore: chi si sacrifica fa semplicemente il suo dovere. Questo priva di valore il dono: in esso si identifica sia chi il dono lo fa, sia chi lo riceve. E’ quindi un depauperamento di entrambi. Le donne sono vittime quanto noi di questo, avvertiamo una perdita di valore entrambi. Il dono, obbligato, si inflaziona, non basta mai: la donna, ma anche i figli, non si sentono amati dall’uomo (con tutto quel che ne consegue: non si sentono, quindi, protetti), quest’ultimo si sentirà sempre insufficiente.
Mi viene in mente un libro, “Il gesto di Ettore” di Luigi Zoja (spero di essermi ricordato correttamente il nome dell’autore): in un passaggio spiega come la grandezza dell’amore paterno sta proprio nella libertà con cui un uomo sceglie di donarlo ad un figlio. Detta in maniera cruda: solo il fatto che il figlio possa non essere riconosciuto dal padre, fa sentire questo stesso figlio “speciale”, amato, per il semplice fatto di essere riconosciuto, SCELTO. Se l’amore del padre è un diritto, allora non basta mai, il figlio non ne avvertirà mai il valore; che è poi il valore che assegnerà a sé stesso.
Comment by Fabrizio — May 16, 2012 @ 8:04 am