Moglie, posso fare il padre?
di Cesare
Il Giornale dell’ 8 marzo pubblica, sottoforma di un articolo da titolo “Care mamme, per salvare i figli servono i papà” (leggi quì), alcuni stralci tratti dal primo capitolo del libro di Stefano Zecchi «Dopo l’infinito cosa c’è, papà?», di prossima pubblicazione per i tipi della Mondadori. Ci sono considerazioni assolutamente condivisibili. Quella che il passaggio da padre a mammo immalinconisce l’uomo perchè lo devirilizza, quella che l’assunzione da parte delle donne di molte funzioni un tempo deputate al padre favorisce lo smarrimento della sua identità e la fuga dalle antiche responsabilità, e soprattutto quella in cui afferma che l’assenza della figura paterna tradizionalmente intesa è una sciagura per i figli “mammizzati”, privati della propria identità maschile e di punti di riferimento precisi ai cui anche, eventualmente, ribellarsi crescendo.
Tutte cose che in questo blog andiamo dicendo da oltre un decennio. Sennonchè anche Zecchi cade nell’assurdo di fondare l’autorità paterna sull’autorizzazione della madre.
Scrive infatti che “La madre possiede un potere smisurato: quello di legittimare o erodere, fino a farla sparire, l’immagine del padre. È lei che gli assegna la funzione paterna. Se questo non accade, se la moglie non riconosce uno spazio d’azione al marito, una dimensione assolutamente sua che lei non possa invadere, provoca – da irresponsabile – l’assenza del ruolo paterno e commette un’ingiustizia verso il marito che mina alla base la stessa struttura famigliare e con essa il sistema educativo”.
Un autorità che si fonda sulla volontà di colui verso il quale l’autorità deve esercitarsi è una contraddizioni in termini: come contrastare in nome del principio di realtà e del dovere le decisioni che nascono dall’alleanza tra madre e figlio governata dal principio del piacere?
Una affermazione come quella di Zecchi è l’ennesima prova dell’impotenza della figura paterna alla quale o si riconosce socialmente autorità autofondata e quindi capace di essere efficace o sono chiacchiere. Credere, come si legge nel sottotitolo che
“È la donna che legittima la figura paterna” significa riconoscere la madre come fonte primigenia e origine dell’autorità paterna, e di conseguenza considerare il padre come un “amministratore delegato pro tempore” che governa in nome e per conto dell’azionista di riferimento a cui dovrà rendere conto del suo operato, e che gli potrà ritirare la delega in ogni momento. Ma così è già minata alle origini, e un padre siffatto potrebbe essere tranquillamente accettato anche dalle più intransigenti (e intelligenti) militanti femministe. In realtà o si riconosce socialmente che il padre ha autorità in quanto padre e basta, e per i credenti in quanto rappresentante terreno del Padre divino, oppure il padre semplicemente non è.
















al di la di tutto, come può un docente universitario avere pecche logiche così evidenti ?
Una autorità è di per se.
Esiste per forza propria
Altrimenti non è autorità.
L’autorità paterna autorizzata dalla madre è una non autorità.
Zecchi ha segnato un autogol clamororoso
Comment by ilmarmocchio — April 1, 2012 @ 8:46 pm