Armeni & Bravo, postfemministe concordi sulla Concordia (nel non capire)
C’era da aspettarselo. Il post femminismo ha colto al volo lo splendido assist fornitogli dal comandante Schettino per attaccare ancora una volta, e ti pareva, la visione maschile del mondo. In due lettere a Il Foglio del 21 gennaio, Ritanna Armeni se la prende in generale col concetto di eroe così spesso evocato in questi giorni (anche a sproposito), mentre Anna Bravo prende di mira le parole spicce e senza equivoci del capitano De Falco che ordina a Schettino di risalire sulla nave. Scrive la prima che “Forse, non distratti dalla condanna esaltata e sovrabbondante del vigliacco si sarebbe indagato un po’ di più su altre e altrettanto pesanti responsabilità. Forse non obnubilati dalla ricerca dell’eroe sostitutivo si sarebbero individuati meglio i tanti rischi sopportati o non visti dalle capitanerie e dalle compagnie in prassi non così episodiche. ….Invece no. Si è preferita la tragedia con gli antichi protagonisti…..” e conclude con la previsione che alla fine la vera colpevole potrebbe essere individuata nell’accompagnatrice moldava del comandante. “Che una femmina ammaliatrice abbia distratto l’eroe? ..Che infine la vera colpevole sia lei?” Non si preoccupi l’Armeni. Anche se ci fosse stata quella femmina, anche se fosse quella ammaliatrice che alcuni ipotizzano, nessuno si sogna di darle colpe che non ha. Al contrario, l’essersi fatto ammaliare aggraverebbe ancora la colpa dell’uomo. E non vogliamo nascondere le responsabilità di altri, che prima o poi emergeranno, dietro la figura del comandante della Concordia.
Da parte sua Anna Bravo scrive che il capitano De Falco, anziché minacciare Schettino dall’alto del principio gerarchico, facendolo sentire ancora più “piccolo e smarrito” , avrebbe potuto, in nome del principio della riduzione del danno, incoraggiarlo con parole del tipo “Coraggio, puoi farcela”. Dimentica che non eravamo in un asilo d’infanzia dove la Brava maestrina deve incoraggiare il bambino smarrito. Schettino è un uomo che ha scelto liberamente di fare il comandante, punto. Se tradisce il codice etico che lo vincola a certi comportamenti, è giusto sia ripreso da uomo, non da bambino come sarebbe piaciuto a lei che, dietro la l’apparente “comprensione” per la codardia di Schettino, fa trasparire una incoffessabile soddisfazione proprio per quello smarrimento e per quella piccolezza maschili che sconfesserebbero l’intero modo di essere al mondo dei maschi.
L’una e l’altra non capiscono, ed essendo donne non c’è da fargliene colpa, che onore, disonore, vigliaccheria, coraggio, non sono parole desuete del maschilismo, come scrive l’Armeni. Sono concetti sui quali i maschi hanno costruito nei millenni la loro autonoma visione e percezione del mondo senza peraltro voler costringere le donne a condividerli e quindi a praticarli. Da qui quella diversità di giudizio che la giornalista prevede ci sarebbe stata se il comandante fosse stata una donna. Può darsi. Infatti onore e coraggio, eroismo e codardia sono robe da maschi che nessun maschio richiede ad una femmina e che essa, da parte sua, percepisce come estranee al suo modo di essere. Solo disprezzando tutto ciò che è maschile, solo essendo convinte che gli uomini debbano rinunciare a se stessi per assumere il modo di pensare e di agire delle donne si può stigmatizzare quei concetti come maschilisti anzichè definirli, come in effetti sono, semplicemente maschili. E magari anche ammirare gli uomini in carne ed ossa che sanno metterli in pratica, come accadeva un tempo. Ammirarli, si, ed essere loro riconoscenti. Perché per ogni codardo c’è almeno un coraggioso che muore per salvare un bambino, un altro uomo, una donna (magari proprio quella che disprezza l’eroismo “maschilista”). Maschi e femmine sono diversi, da sempre, ma fino a non moltissimi anni la tranquilla consapevolezza di questa diversità si coniugava col riconoscimento delle doti dell’altro genere, anziché col disprezzo e la lotta contro tutto ciò che sa anche lontanamente di maschile, con l’obbiettivo di fare dei maschi delle quasi femmine. Non si rendono conto, le donne tipo Armeni, che tutto ciò impoverisce tutta la comunità umana, e danneggia di conseguenza anche le stesse donne che stanno perdendo la loro tradizionale sponda senza peraltro riuscire a sostituirla in modo decente o almeno efficiente, come dimostra la realtà quotidiana. Vuole la Armeni che le siano ricordati i maschilisti di Chernobil o quelli di Fukushima, i pompieri di Ground Zero o il volontario della recente alluvione in Liguria, Nicola Calipari che protesse col suo corpo di oppressore la sua collega femminista Giuliana Sgrena o tutti gli altri innumerevoli maschi silenziosi morti da coraggiosi eroi civili (o anche militari) per salvare vite umane che erano loro sconosciute? Potremmo continuare all’infinito, ma forse la signora preferirebbe che quegli uomini non fossero mai esistiti per poter continuare a sproloquiare di maschilismo e altre amenità del genere senza che nessuno le ricordi questa semplice verità. Faccia lei, ma non si lamenti se, dopo che il terribile maschilismo sarà diventato solo uno sbiadito ricordo, nessun maschio si getterà in mare per salvare una donna, cederà a lei il suo posto su una scialuppa di salvataggio (Titanic insegni), oppure condannerà se stesso a morire per tentare di spengere un reattore nucleare impazzito. Perché di questo passo ci sarà un momento in cui l’uomo, anziché compiere quei gesti rischiosi che gli sono abituali senza pensare alle conseguenze per se stesso e senza aspettarsi contropartite se non di non essere sbeffeggiato come vetero maschilista, si chiederà : “Ma chi me lo fa fare?”.
Allora sarà morto davvero qualcosa di importante e fondamentale nell’immaginario collettivo, e la società sarà spiritualmente molto più povera.
Sarà un mondo magari tutto lindo e ordinato al di fuori come il tinello di una anziana signorina, ma sarà morto dentro, e aprendo una qualsiasi anta di un armadio non ci troveremo nulla se non oggetti su oggetti, spesso perfettamente superflui. L’avranno voluto l’Armeni, la Bravo e tutti quelli che, come Piero Ostellino su Il Corriere della sera sempre del 21 gennaio, scrivono che “La voglia di eroi è una malattia senile”. No, e ancora No. La voglia d’eroi è la malatia di un mondo che soffre perché gli eroi latitano, come i Maestri. E’ la voglia vitale di sperare di poter vivere non di sole cose materiali, non di sole procedure, regole, protocolli, burocrazie. Molte delle quali necessarie, certo, come è necessario che siano in linea di principio rispettate. Ma che non potranno mai e poi mai sostituire le qualità umane. E’ la voglia vitale e umanissima di potersi identificare in qualcuno, di avere fari, riferimenti, esempi a cui guardare con speranza per migliorare se stessi. La voglia d’eroi non è una malattia senile, è una speranza da giovani. E quando è un intero popolo a sperare significa che, nonostante tutto, c’è ancora in esso una scintilla vitale che sarebbe criminale spegnere come vorrebbe fare l’inopinata alleanza fra le post femministe Armeni e Bravo e il liberale Ostellino.
















Il suocerato è una categoria dello spirito umano. Sottende i più alti pensieri, le più alte e sublimi intenzioni, seduce nascostamente persone di eccelso pensiero come la Armeni e la Bravo o Ostellino; a volte, con l’età, prende la mano alla saggezza, pretende troppo e si svela. Cesare
Comment by Administrator — January 23, 2012 @ 4:05 pm
Trenta e lode con encomio.
Del resto, ormai, se non parliamo noi, parlano le pietre.
Aveva ragione L. Zanello: sono impazzite.
Rino DV
Comment by Rino — January 23, 2012 @ 6:52 pm
Sulle navi che affondano non ci sono femministe.
Nemmeno la Bravo e la Armeni. Anche se ci fossero
si comporterebbero come le altre donne. Salirebbero sulle scialuppe di salvataggio per
prime davanti ai maschi. Salvo poi il giorno dopo
a criticare questa procedura come arcaica e tipica di un mondo che non esiste più. Ma solo
dopo essersi messe in salvo. Ovviamente!
Comment by Massimo — February 2, 2012 @ 2:54 pm
Ah, dunque qualche aggiornamento sulle velleità virili di Schettino è stato trattato, pur di sfuggita e su riferimento altrui.. Ma sono d’accordo sul fatto che il bisogno di eroi non è una malattia senile, perché è una fase infantile, e delle peggiori: i popoli che le identificano come l’essenza dell’umanità sono molto primitivi, e chiamare vitale la primitività è un’offesa per l’uomo, non soltanto maschio.
Comment by Enoc — February 16, 2012 @ 12:50 pm