May 20, 2010

Nelle acque profonde

Filed under: Uncategorized - Administrator @ 3:55 pm

Su “Il Foglio” di mercoledì, 19 maggio 2010, nell’articolo “No, il pupo al seno no!”, Ferrara denuncia la censura attuata dalla soprintendente, e dai custodi, della Pinacoteca di Brera nei confronti di due donne che allattavano al seno nell’ambito di una performance artistica dell’architetto Mario Bellini. Le mamme avrebbero dovuto rispecchiarsi insieme ai loro bambini in due “Madonne del latte”, capolavori del 1400 e del 1500, rispettivamente di Luca Signorelli e di Benvenuto Tisi. Censurate come un anno fa, continua Ferrara, quando Facebook rimosse le fotografie di mamme che allattavano, giudicandole oscene. Dunque la donna che abortisce, e magari col veleno della RU486, oggi è esempio celebrato di autodeterminazione femminile; quella che allatta, è visione oscena che suscita scandalo. Povere, povere donne di oggi. Ma poveri noi maschi tutti, padri e compagni perduti, corresponsabili di quest’odio contro la maternità e di questa violenza contro i nostri figli concepiti. Questi sì milioni, e documentabilissimi per nome e cognome di padre e di madre. La marea nera che progressivamente sta impestando in profondità le acque dell’Atlantico, è niente rispetto alla marea nera che dai massacri per aborto sta impestando il nostro inconscio collettivo e la nostra Anima.
Cesare

May 11, 2010

Violenza di Stato, degenerazione della correzione paterna.

Filed under: Uncategorized, Fondamenta - Administrator @ 4:43 pm

di Armando Ermini

Un padre che, magari sbagliando, dia uno schiaffo al figlio è oggi additato come padre padrone, anche inquisito e condannato come violento. Nel frattempo, però, dilaga la violenza statale istituzionalizzata. Stefano Cucchi, il giovane romano ucciso dalle botte o dalla voluta mancanza di cure, è solo un esempio di una lista lunghissima di casi analoghi. L’ultimo in ordine di tempo è il giovane picchiato dopo la partita Roma-Inter, incarcerato e inquisito per “resistenza a pubblico ufficiale”, circostanza smentita dai video diffusi in televisione. Si faranno inchieste, che ci assicurano saranno severe, ma è lecito dubitarne.
Il problema, in tutta evidenza, non sono le solite “mele marce”. Questa è solo una storiella rassicurante quanto improbabile, vista la frequenza degli episodi e le dichiarazioni per lo meno imprudenti, come quelle che il ministro Giovanardi fece su Stefano Cucchi. Intanto i suicidi di maschi in carcere aumentano, ed anche questa è violenza, forse la più drammatica perchè indica la perdita di senso della vita, la disperazione di chi vede il buio davanti a sè. E’ un atto di accusa per tutti noi, che non possiamo far finta di nulla, nè vedere la questione solo come un fatto di ordine pubblico o di scarsa efficienza delle strutture carcerarie, che pure è realtà. Personalmente non mi definisco un libertario. Non ho alcuna simpatia per chi si droga, tanto meno per chi spaccia, o per il ribellismo sterile fine a se stesso. Ma la violenza dello Stato è peggiore di quella privata. I padri, che pure hanno spesso sbagliato, sono stati esautorati. La macchina pubblica ha preteso di sostituirsi a loro. Il risultato è una violenza fredda, spersonalizzata, burocratica, non temperata da alcun legame personale sia pure sbagliato, e da nessun proposito di “correzione”, piuttosto di vendetta. E’ il Leviatano.

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Perchè è necessario il ritorno al Selvatico

Filed under: Uncategorized - Administrator @ 9:39 am

Palestra della scuola media, partita di basket del girone d’elite degli under 13. Un ragazzo subisce un fallo, si accascia sul parquet e si lamenta. L’arbitro, l’allenatore, i compagni di squadra gli si avvicinano stando in piedi, gli chiedono cosa gli fa male ma non muovono un dito. I genitori sugli spalti gremiti restano seduti al loro posto. Un compagno di squadra del ferito si avvicina, si fa largo, e senza pensarci troppo lo prende in braccio e lo porta fuori dal campo. Poi si china su di lui, cerca di capire cosa si è fatto. Ci mette il cuore e le mani. Ci mette l’istinto. Ma lui è un ragazzo che vive in cascina, non ha la play station, coltiva il suo orto, alleva polli e conigli, fa nascere vitellini. Si preoccupa se non piove o piove troppo. Ha i piedi nella terra e gli occhi in cielo. Soprattutto sta nella natura, quella fuori e quella dentro di lui. Allora il più semplice e spontaneo dei gesti nel soccorrere il compagno ferito gli viene naturale. In faccia ad adulti che rispettano le regole e preferiscono non sporcarsi le mani e chiamare il 118. Il Selvatico non sa contare fino a tanto. Ma è meglio così.
Paolo

May 6, 2010

Totti - Kronos

Filed under: Uncategorized, La condizione maschile, Uomini e giornali - Administrator @ 8:24 pm

Tu vedi un campione di calcio di classe cristallina (Totti), famoso in tutto il mondo, protagonista di molti spot pubblicitari più o meno riusciti, nonché padre di famiglia, rincorrere con manifesta cattiveria e abbattere con micidiale determinatezza una giovane e scapestrata promessa del calcio italiano, ancorché di colore (Balotelli).
Tutta l’italia sportiva lo sta vedendo, ed in molti Paesi del mondo nonché, probabilmente i propri figli e familiari…
Ma che gli è accaduto?
La lettura “Totti ha perso la testa” non spiega nulla… Il suo sguardo durante la corsa (che è un vero e proprio inseguimento) e il suo ghigno mentre sferra il calcione da tergo, sono lì, già passati alla storia (http://www.youtube.com/watch?v=jehNMZ0BHCs), da guardare e riguardare… Totti non ha affatto perso la testa: ha eseguito, con consapevole determinazione, un preciso - e forse inconsapevole - comando interiore…
Forse è possibile vedere dietro a questo atteggiamento il riproporsi del mito di Kronos, Signore dell’Universo che, a conoscenza che il suo destino era di essere detronizzato da uno dei suoi figli, li ingoiava appena nati.
Il “gesto di Totti” (perché certo non si può definire quell’intervento un “fallo”, per quanto grave), quello che, purtroppo, darà la cifra alla sua carriera, rappresenterebbe allora la reazione incontrollata di un campione che non accetta di essere arrivato alla fine (o alla fase discendente…) della propria carriera e cerca con un gesto simbolico ma dannatamente concreto di “uccidere” il figlio (sempre simbolico eppur concreto) che ha davanti e che, nella sua esuberanza, classe ed anche arroganza post-adolescenziale è lì a ricordargli che il suo tempo sta inesorabilmente per finire e che altri prenderanno il suo posto.
Noi sappiamo che Roby Baggio, per fare un esempio, una cosa così non l’avrebbe mai fatta e che anzi si prodigava, perché i giovani crescessero, calcisticamente e come uomini. Lo sappiamo, ma ciò non ci consola. Anzi, rende più triste tutta la vicenda.
Eugenio

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