Madri e padri, cibo fisico e cibo spirituale
di Armando Ermini
Il Corriere della sera del 29 settembre pubblica un articolo coi risultati di uno studio effettuato su un campione di 12500 bambini che mette in relazione la loro salute fisica con gli impegni lavorativi delle madri, dove fra l’altro si legge che
“Lo studio dell’Institute of Child Health – pubblicato sul Journal of Epidemiology and Child Health – ha analizzato le ore di lavoro delle mamme, insieme alla dieta e all’esercizio fisico dei loro bambini. E i risultati non sono incoraggianti per le donne che scelgono di (o semplicemente devono) rientrare al lavoro dopo una maternità: i piccoli con la mamma lavoratrice, anche part-time, tendono a bere più bevande zuccherate tra un pasto e l’altro, a stare davanti alla tv o al computer per più tempo (oltre due ore), e ad essere accompagnati all’asilo in auto invece che a piedi. Insomma, apparentemente una débacle per l’orgoglio di chi, mamma e lavoratrice, compie sforzi titanici in entrambi i ruoli.”
Il giorno dopo Maria Luisa Rodotà replica con un commento sulla colpevolizzazione delle donne che ricerche come queste indurrebbero.
A mio parere i risultati di quella ricerca non sono da banalizzare. Ci raccontano in sostanza che l’assenza materna ha riflessi negativi sulla salute fisica dei bambini, esattamente come molti altri dati ci raccontano che l’assenza paterna incide negativamente sulla loro salute psichica.
Il che, guarda caso, è in sintonia con quello che da sempre è stato noto all’umanità e che solo la modernità si è industriata in ogni modo a negare. E cioè che, senza assolutizzare i concetti, la funzione materna si esercita più sugli aspetti materiali della vita del bimbo, di cui l’accudimento e la nutrizione sono esempi, mentre quella paterna si concentra maggiormente sugli aspetti spirituali e di socializzazione.
E’ un fatto che la carenza in uno o in entrambi questi ambiti nuoce al bambino, ed è un fatto che prima i padri, ora anche le madri, sono stati indotti ad allontanarsi dai figli per ragioni di lavoro o altro, comunque sottostimando i rispettivi ruoli e funzioni nei confronti dei figli.
Madre e padre non sono né intercambiabili né surrogabili.
Non si tratta di colpevolizzare nessuno, ma di riflettere su ciò che emerge, non a caso, proprio in un momento di crisi complessiva dell’occidente sviluppato, di cui quella economica in atto è solo la punta più appariscente e più pubblicizzata di un iceberg che ha radici molto più profonde.
Ogni crisi, si dice, è anche un’opportunità. L’opportunità di oggi è quella di ripensare non solo il così detto modello di sviluppo, ma anche e prima di tutto i modelli di comportamento, gli stili di vita, le scale di priorità che quel modello produce, nell’economia come nella cultura, nelle scelte della politica come in quelle soggettive di ciascuno. Vale per tutti, maschi e femmine. Per gli uomini che hanno creduto di trovare (e di provare) il loro valore solo nel successo e nella carriera, per le donne che hanno creduto che solo il lavoro fuori casa le potesse realizzare ed “emancipare” dalla “servitù”verso l’uomo.
I prezzi da pagare per questi veri e propri miti sono altissimi, in primo luogo per i figli, dunque per i padri e le madri di domani, ma anche per gli adulti di oggi. Stretti fra carriere sempre più improbabili e fragili che assorbono tutte le energie, indotti a percepire, più che autentici desideri, bisogni (spesso fasulli) sempre meno facilmente soddisfacibili, ed infine schiacciati dai sensi di colpa verso i figli e dai sentimenti di inadeguatezza come madri e padri, e come femmine e maschi.
Le recenti ricerche sull’infelicità percepita la dicono lunga sullo stato delle cose.
Vale davvero la pena proseguire su questa strada?















