Lavoro femminile: libertà e ideologia
di Armando Ermini
Il tema dell’occupazione femminile è molto dibattuto in questi tempi. Tutti sostengono che vada incentivata, ma l’opinione pubblica stenta ad inquadrare le diverse ricette in un quadro culturale di riferimento preciso. Pietro Ichino, economista e parlamentare del PD, in recenti interviste e dichiarazioni (www.ilsussidiario.net del 6 luglio), ci permette di capire meglio il nocciolo della questione. In sintesi, Ichino afferma:
a) Relativamente alla tassazione dei redditi, di essere contrario al quoziente familiare perché disincentiverebbe il lavoro delle donne, che potrebbero preferire rimanere a casa piuttosto che cercare un’occupazione buona parte della quale se ne andrà in imposte, spese per asili nido, colf etc. etc.. Quei lavori, sostiene, è preferibile siano fatti da operatori professionali.
b) Relativamente alla questione della parificazione dell’età pensionabile, di essere favorevole purchè si destinino i denari così risparmiati a forme di incentivazione del lavoro femminile e a servizi sociali adeguati.
c) Sulla questione dei congedi parentali, oggi appannaggio quasi esclusivo delle donne, propone di detassare selettivamente (non chiarendo ulteriormente) il lavoro femminile, come “discriminazione positiva” allo scopo di indurre gli uomini ad usufruire maggiormente dell’istituto in questione.
Al di là dei richiami alle legislazioni di altri paesi e alle direttive europee, i presupposti del progetto Ichino, peraltro condivisi con le concezioni prevalenti nella Comunità europea, sono evidenti anche se, in quanto assiomi, non dichiarati espressamente e quindi non discutibili.
Uomini e donne, se non condizionati culturalmente, sarebbero perfettamente fungibili, condividendo gli stessi obbiettivi, le stesse inclinazioni, le stesse preferenze rispetto alla propria vita, lo stesso tipo di rapporto con il lavoro fuori e dentro la famiglia. Non solo sparisce il concetto di “differenza sessuale” con tutte le sue implicazioni, ma tutto quello che diverge dallo schema omologante diventa segno tangibile di discriminazione. Per combatterla diventa allora legittimo ricorrere a forzature legislative, soprattutto quando le scelte individuali potrebbero andare nel senso opposto a quello auspicato, come con le paventate conseguenze dell’introduzione del quoziente familiare. Ichino finge anche di dimenticare che qualsiasi discriminazione “positiva” ne implica anche una “negativa” verso altri soggetti o categorie sociali. Vale per la tassazione dei redditi da lavoro come per le quote rosa, come anche, in altro ambito, per la scelta di un embrione a scapito di altri destinati all’eliminazione quali che siano i motivi.
L’esito complessivo delle misure auspicate da Ichino, che fanno leva sulla convenienza o sulla necessità economica, sarebbe del tutto congruo con lo schema culturale che sottendono. Saltando la possibilità concreta di scelta si finisce, ad esempio, per negare significato alla famiglia “tradizionale”, non più degna di tutele sociali. I compiti di cura solidale fra i propri membri, considerati controproducenti sul piano economico e disdicevoli su quello culturale, sarebbero in misura crescente affidati allo Stato.
Il perché delle “dimenticanze” e dei presupposti assiomatici non dichiarati sta nel fatto che se lo fossero risalterebbe in pieno la concezione ideologica di cui sono intrisi. Quando la realtà non si conforma alle proprie idee, è la prima ad essere “sbagliata”, e va cambiata. E nemmeno mediante strumenti culturali, cosa del tutto legittima, ma con leggi che la incanalino forzosamente nel senso voluto.
Con ciò si opera però uno strappo al concetto stesso di libertà, che implica la possibilità di scegliere.
Altra concezione è quella di chi intende riconoscere pienamente la libertà di ciascuno di costruire il proprio progetto di vita e si attiva per emanare leggi che mettano tutti, rigorosamente, sullo stesso piano, lasciando poi la scelta alle singole persone (o alle famiglie).
In tal senso sarebbero altrettanto intollerabili una legge o un contratto collettivo di lavoro che sancissero discriminazioni verso un sesso a parità di qualifica lavorativa oppure il divieto di accedere a determinate professioni o carriere, come pure, per evidente estensione logica, un diverso trattamento fiscale di redditi conseguiti con uguale lavoro.
L’obbiezione ricorrente che l’attuale stato delle cose è “solo” l’esito di un processo culturale discriminatorio è debole. Se da sempre, in ogni cultura e in ogni latitudine, i compiti di cura e accudimento sono stati in prevalenza femminili, è ragionevole pensare che ciò sia dovuto, almeno in gran parte, ad inclinazioni naturali, a meno che maschilità e femminilità siano puri accidenti corporei senza influssi su psiche e carattere e che lo statuto antropologico dell’umanità formatosi in millenni di storia non sia mai stato qualcosa di condiviso fra uomini e donne, ma solo una imposizione oppressiva degli uni sulle altre. La controprova sta in quello che è accaduto nei nei paesi di democrazia occidentale. Le discriminazioni di legge sono scomparse da decenni, l’establishment culturale ha promosso una massiccia opera di convincimento mediatico verso l’omologazione fra i sessi, ma nonostante ciò il “problema” è sempre al centro della discussione, e non solo in Italia. Segno evidente che esiste qualcosa nelle scelte soggettive di donne e uomini che sarebbe riduttivo far risalire solo al retaggio del passato, e che in realtà urta profondamente con i nuovi conclamati dogmi.
L’alternativa appare chiara. E’ più libera una società in cui lo Stato indirizzi i cittadini verso scelte predeterminate e forzose, oppure quella in cui, dettati i principi simbolici irrinunciabili per la stessa convivenza della comunità e assicurate le possibilità di scelta soggettive, si lasci poi che il futuro sia determinato dalla dinamica spontanea delle decisioni individuali?
















Ogni organizzazione politica, ogni intervento dello Stato, in qualunque direzione vada (anche a sostegno della famiglia naturale), colpisce l’ordine naturale e spontaneo che viene a formarsi in una libera società, che altro non è che il portato delle scelte degli individui, dei corpi intermedi, delle comunità.
Da una parte c’è l’ingegneria sociale (conservatrice o progressista, ora si va più sulla seconda), dall’altra c’è la libertà del mercato e del dono. Solo in una società libera il Padre può ri/trovare il suo posto.
Comment by Paolo — July 9, 2009 @ 8:15 pm
A proposito di ingegneria sociale (e relativi conti economici finali), di cui oggi il femminismo sembra offrire il presupposto ideologico per l’ultimissima applicazione, ovvero il modello sociale obbligatorio della “donna-lavoratrice”, mi viene in mente la distruzione della figura sociale del piccolo proprietario contadino, che fece piombare in una insuperata miseria l’agricoltura sovietica. Così come la criminalizzazione dell’iniziativa privata con la relativa etichetta di individuo asociale, che condannò al sottosviluppo per decenni la Cina comunista e il campo del socialismo reale. Per non parlare della trasformazione maoista delle relazioni familiari in relazioni da uomo-nuovo figlio della Comune: stanno ancora contando i milioni di morti conseguenti alla carestia che derivò dagli esperimenti socioeconomici che ne sortirono. Da noi, oggi, i rendiconti della “femmiingegneria” sociale che criminalizza le donne che scelgono la cura dei figli e della famiglia e impone il modello “uoma” sembrano essere più semplici: ci stiamo semplicemente estinguendo come popolo per di più in un mare di confusione e disagio. Quando si dice una civiltà che impara dagli errori del passato, evoluta e lungimirante.
Comment by cesare — July 10, 2009 @ 4:24 pm