July 18, 2009

Supercazzuola in soccorso

Filed under: Uncategorized, Bioetica - Administrator @ 4:47 pm

di Cesare Brivio

Non solo Repubblica ma anche il Corriere on line di ieri giovedì 16 e di oggi Venerdì 17 ( e ti pareva!) riportano la previsione scientifica della catastrofica scomparsa dei fondamenti genetici del maschio tra qualche migliaio di anni: il cromosoma Y, quello maschile, va in pezzi! Effettivamente c’è da pensarci. Anche perché la previsione assume anche la forma di una profezia del malaugurio, in altri tempi detta vera e propria maledizione. Il che inquieta maggiormente: un conto è la scienza, e un conto chi ti porta sfiga. Tutto questo annuncio è gentilmente offerto e diffuso nei media da due femmine: Kateryna Makova e Melissa Wilson, ricercatrici della Pennsylvania State University. A fronte di questa annunciata catastrofe, effettivamente serissima, mi permetto un istante di rilassamento, del tutto ingiustificato. A me in questi casi viene sempre in mente quello che un grande storico inglese di cui non ricordo il nome (mi sembra fosse Edward Carr in “Sei lezioni sulla storia”) scrisse per spiegare quello che secondo lui era il fondamento autentico di certe interpretazioni storiografiche con la pretesa, naturalmente, di essere “scientifiche” . Riporto a memoria la frase, o meglio il senso della frase: “Quando ad uno di noi storici succede che l’amministrazione universitaria toglie il benefit della cameriera che viene a fare le pulizie gratis in casa, spesso senza che lui stesso se ne accorga, la Storia Umana gli appare come una inutile e drammatica sequenza di catastrofi. Insomma ne nasce una storiografia catastrofica” . Inutile sottolineare che basta il ritorno gratis della colf, e la fiducia nella Storia torna. Stessa fragilità interpretativa anche per qualunque cultore di qualunque scienza? Io penso di sì. E la scienza biologica poi col suo mitico “Deus ex machina” che oggi la fonda e la fa astrologare su tutto: il DNA? Mi domando dunque quale può essere un analogo potente elemento emotivo a costituire il motore interpretativo di queste ricerche del malaugurio sulla fine del maschio. Domande per gioco, certamente, ma rilassante ripeto. Mi sembra di poter azzardare che in queste ricerche, il motore emotivo è l’antico desiderio di castrare il maschio. Desiderio che l’insuperato vecchio Freud scoprì annidato nel profondo dell’animo femminile ( e in quello dei maschi che scelgono di fare i dentisti ma questa è un’altra storia ), desiderio, e godimento atteso, ben più potente e incomprimibile di godere gratis del servizio di pulizie. Eccolo ricomparire in versione aggiornata e potenziata, anche se eternamente identica, a piegare a sé la conduzione e i risultati della ricerca scientifica di queste femmine scienziate: ma chi si accontenta più di tagliare i coglioni? Oggi si annuncia l’autosgretolamento del cromosoma Y! purtroppo bisogna aspettare un po’. Ma campa scienziata che il maschio crepa. In conclusione: più che sentirmi spinto dalla angoscia a correre con la supercazzuola in soccorso del cromosoma Y , con qualche millennio di anticipo sul paventato disastro, mi viene da ridere.

July 12, 2009

Scienziati “mannari”

Filed under: Bioetica, La condizione maschile - Administrator @ 10:21 am

di Cesare Brivio

Riportano tutti i giornali di questi primi di luglio 2009 la notizia che si possono costruire spermatozoi maschili a prescindere dal maschio e padre concreto: la nascita non sarà derivata da un uomo ma da un cocktail di sostanze combinate in laboratorio. Il tutto “a fin di bene”: curare l’infertilità. Ma è curare l’uomo sostituirlo? Sostituire non è anche negare, rimuovere? E allora siamo certi che si possa chiamare cura di funzioni umane malate quella cura che si traduce nella loro sostituzione con altro? È curare l’umano o sostituire l’umano? Perchè se curare non è reintegrare nella originaria funzionalità, bensì sostituirla allora l’attività di cura si apre al rischio di una concezione della cura e della guarigione secondo cui in sostanza l’umano e il suo limite è il male e il bene è tutto ciò che può sostituirlo artificialmente. La cura coincide con la costruzione di un uomo nuovo. Ne deriva un rovesciamento assoluto dei valori per cui l’uomo nuovo è il fine e l’uomo reale il mezzo. E si aprono abissi di orrore: nel secolo appena trascorso ampiamente tutto già visto, e sperimentato. Da questi abissi di orrore si può percepire in pieno il valore della costruzione di una coscienza e di una forza maschile che vi si oppone. E dico maschile, anche se maschi sono questi “scienziati mannari”, dato che ahimè il femminismo è, a torto o a ragione, ma è un dato di fatto, usato come la nuova declinazione del progressismo in quanto ideologia vincente che dà legittimità etica a questo tipo di scienza il cui obiettivo è “denaturare l’umano”. A ben vedere è il senso della originaria promessa: “sarete simili a Dio” e gli attori originari e la trama si ripropongono, in totale evidenza e coerenza. L’essere creatura è ritenuto insopportabile e il dato creaturale non è più evidenza di una relazione d’amore iscritta nella carne. C’è bisogno di persone che si ispirano in particolare a S. Benedetto e di comunità sul tipo di quelle cistercensi capaci di coniugare il rispetto del creato con la partecipazione all’opera di creazione di Dio. A mio avviso erano fior di selvatici.

July 9, 2009

Lavoro femminile: libertà e ideologia

Filed under: Uncategorized - Administrator @ 12:25 pm

di Armando Ermini

Il tema dell’occupazione femminile è molto dibattuto in questi tempi. Tutti sostengono che vada incentivata, ma l’opinione pubblica stenta ad inquadrare le diverse ricette in un quadro culturale di riferimento preciso. Pietro Ichino, economista e parlamentare del PD, in recenti interviste e dichiarazioni (www.ilsussidiario.net del 6 luglio), ci permette di capire meglio il nocciolo della questione. In sintesi, Ichino afferma:
a) Relativamente alla tassazione dei redditi, di essere contrario al quoziente familiare perché disincentiverebbe il lavoro delle donne, che potrebbero preferire rimanere a casa piuttosto che cercare un’occupazione buona parte della quale se ne andrà in imposte, spese per asili nido, colf etc. etc.. Quei lavori, sostiene, è preferibile siano fatti da operatori professionali.
b) Relativamente alla questione della parificazione dell’età pensionabile, di essere favorevole purchè si destinino i denari così risparmiati a forme di incentivazione del lavoro femminile e a servizi sociali adeguati.
c) Sulla questione dei congedi parentali, oggi appannaggio quasi esclusivo delle donne, propone di detassare selettivamente (non chiarendo ulteriormente) il lavoro femminile, come “discriminazione positiva” allo scopo di indurre gli uomini ad usufruire maggiormente dell’istituto in questione.

Al di là dei richiami alle legislazioni di altri paesi e alle direttive europee, i presupposti del progetto Ichino, peraltro condivisi con le concezioni prevalenti nella Comunità europea, sono evidenti anche se, in quanto assiomi, non dichiarati espressamente e quindi non discutibili.
Uomini e donne, se non condizionati culturalmente, sarebbero perfettamente fungibili, condividendo gli stessi obbiettivi, le stesse inclinazioni, le stesse preferenze rispetto alla propria vita, lo stesso tipo di rapporto con il lavoro fuori e dentro la famiglia. Non solo sparisce il concetto di “differenza sessuale” con tutte le sue implicazioni, ma tutto quello che diverge dallo schema omologante diventa segno tangibile di discriminazione. Per combatterla diventa allora legittimo ricorrere a forzature legislative, soprattutto quando le scelte individuali potrebbero andare nel senso opposto a quello auspicato, come con le paventate conseguenze dell’introduzione del quoziente familiare. Ichino finge anche di dimenticare che qualsiasi discriminazione “positiva” ne implica anche una “negativa” verso altri soggetti o categorie sociali. Vale per la tassazione dei redditi da lavoro come per le quote rosa, come anche, in altro ambito, per la scelta di un embrione a scapito di altri destinati all’eliminazione quali che siano i motivi.
L’esito complessivo delle misure auspicate da Ichino, che fanno leva sulla convenienza o sulla necessità economica, sarebbe del tutto congruo con lo schema culturale che sottendono. Saltando la possibilità concreta di scelta si finisce, ad esempio, per negare significato alla famiglia “tradizionale”, non più degna di tutele sociali. I compiti di cura solidale fra i propri membri, considerati controproducenti sul piano economico e disdicevoli su quello culturale, sarebbero in misura crescente affidati allo Stato.
Il perché delle “dimenticanze” e dei presupposti assiomatici non dichiarati sta nel fatto che se lo fossero risalterebbe in pieno la concezione ideologica di cui sono intrisi. Quando la realtà non si conforma alle proprie idee, è la prima ad essere “sbagliata”, e va cambiata. E nemmeno mediante strumenti culturali, cosa del tutto legittima, ma con leggi che la incanalino forzosamente nel senso voluto.
Con ciò si opera però uno strappo al concetto stesso di libertà, che implica la possibilità di scegliere.
Altra concezione è quella di chi intende riconoscere pienamente la libertà di ciascuno di costruire il proprio progetto di vita e si attiva per emanare leggi che mettano tutti, rigorosamente, sullo stesso piano, lasciando poi la scelta alle singole persone (o alle famiglie).
In tal senso sarebbero altrettanto intollerabili una legge o un contratto collettivo di lavoro che sancissero discriminazioni verso un sesso a parità di qualifica lavorativa oppure il divieto di accedere a determinate professioni o carriere, come pure, per evidente estensione logica, un diverso trattamento fiscale di redditi conseguiti con uguale lavoro.
L’obbiezione ricorrente che l’attuale stato delle cose è “solo” l’esito di un processo culturale discriminatorio è debole. Se da sempre, in ogni cultura e in ogni latitudine, i compiti di cura e accudimento sono stati in prevalenza femminili, è ragionevole pensare che ciò sia dovuto, almeno in gran parte, ad inclinazioni naturali, a meno che maschilità e femminilità siano puri accidenti corporei senza influssi su psiche e carattere e che lo statuto antropologico dell’umanità formatosi in millenni di storia non sia mai stato qualcosa di condiviso fra uomini e donne, ma solo una imposizione oppressiva degli uni sulle altre. La controprova sta in quello che è accaduto nei nei paesi di democrazia occidentale. Le discriminazioni di legge sono scomparse da decenni, l’establishment culturale ha promosso una massiccia opera di convincimento mediatico verso l’omologazione fra i sessi, ma nonostante ciò il “problema” è sempre al centro della discussione, e non solo in Italia. Segno evidente che esiste qualcosa nelle scelte soggettive di donne e uomini che sarebbe riduttivo far risalire solo al retaggio del passato, e che in realtà urta profondamente con i nuovi conclamati dogmi.
L’alternativa appare chiara. E’ più libera una società in cui lo Stato indirizzi i cittadini verso scelte predeterminate e forzose, oppure quella in cui, dettati i principi simbolici irrinunciabili per la stessa convivenza della comunità e assicurate le possibilità di scelta soggettive, si lasci poi che il futuro sia determinato dalla dinamica spontanea delle decisioni individuali?

July 6, 2009

Omosessualità, genere maschile e bisogno di padre

Filed under: Fondamenta, La condizione maschile - Administrator @ 9:04 am

Pubblichiamo un intervento di Paolo Ferliga uscito sull’ultimo numero della rivista Social News.

Spesso nel dibattito pubblico, che avviene soprattutto sui media, la questione dell’omosessualità viene affrontata in modo semplicistico e riduttivo. Da una parte c’è chi ritiene l’omosessualità una forma di perversione, una malattia che debba essere curata perché chi ne soffre possa finalmente conseguire una sessualità normale, dall’altra c’è chi afferma che l’omosessualità è un genere a se stante, del tutto equivalente, dal punto di vista psicologico e emotivo, all’eterosessualità. Entrambe le posizioni esprimono un approccio ideologico al problema, approccio che risponde più al bisogno di sicurezza di chi parla, che a uno sguardo scientifico sul fenomeno indagato.
Come ricorda Michel Foucault nella sua Storia della sessualità, i Greci dell’epoca classica non contrapponevano, come due tipi di comportamento radicalmente diversi, l’amore per il proprio sesso e quello per l’altro. Piuttosto quello che contava per loro, dal punto di vista morale era la differenza tra un uomo temperante e padrone di sé e un uomo che si abbandona ai piaceri. Per comprendere la psicologia dei Greci la nozione di omosessualità si rivela pertanto del tutto inadeguata. Spesso i giovani attraversavano, in particolare negli ambienti aristocratici, una fase in cui esprimevano le loro pulsioni sessuali verso un maschio, per poi passare nella maturità a una relazione tendenzialmente monogamica con una donna. L’amore di un uomo per un altro uomo, aveva notevole importanza dal punto di vista affettivo e psichico, all’interno delle relazioni di amicizia maschile. Basti ricordare la vicenda di Achille e Patroclo narrata da Omero. Dal punto di vista culturale tale amore si esprimeva poi nella relazione tra maestro e allievo assumendo un significato e una valenza di tipo eminentemente pedagogico. L’amore di un maschio per un maschio si presentava quindi come un orientamento funzionale a strutturare l’amicizia tra giovani e il rapporto di filiazione con un maestro. Anche tra Socrate e i suoi allievi circolava Eros, del tutto privo però di rapporti sessuali. Come spiega Platone nel Simposio, Socrate aiuta i suoi discepoli a trasformare la pulsione sessuale, legata all’affetto che provano per lui, in ricerca della verità e del bene. Eros, liberato dalla sua relazione con il corpo, diviene così il principale alleato del filosofo.
Dal punto di vista psicologico quello che possiamo imparare dall’esperienza dei Greci è che la conoscenza e l’amore per il proprio genere è indispensabile per una formazione piena della propria identità e funzionale allo sviluppo di una personalità matura.
La definizione invece dell’omosessualità come di un genere a se stante rompe l’unità e la ricchezza simbolica del campo maschile. Prima che venisse isolato e separato dal genere maschile l’orientamento omosessuale, avere delle pulsioni di tipo omosessuale non implicava necessariamente essere omosessuale.
Solo dopo questa nuova definizione diventa possibile la domanda, che spesso un giovane maschio si pone: non sarò forse omosessuale? Come spiega Claudio Risé nel suo ultimo libro, La crisi del dono, trasformare un orientamento sessuale in un’identità di genere è particolarmente pericoloso soprattutto durante l’adolescenza, un’età fluida per eccellenza, in cui la personalità di ciascun individuo è ancora in formazione. L’invenzione del genere gay, finalizzata nelle intenzioni a tutelare gli omosessuali dalla discriminazione, finisce invece per isolarli e impoverire la vitalità e la creatività del mondo maschile.
In questo senso la posizione di Freud è ancora oggi interessante. “L’indagine psicoanalitica si rifiuta con grande energia di separare gli omosessuali come un gruppo di specie particolare dalle altre persone. Essa, studiando eccitamenti sessuali diversi da quelli che si manifestano, sa che tutte le persone sono capaci di scegliere un oggetto sessuale dello stesso sesso e hanno anche fatto questa scelta nell’inconscio.” (Opere vol. 4, p. 460)
Freud dunque non considera l’omosessualità come una malattia. La contrappone però a una sessualità “normale”, che presuppone il superamento del complesso di Edipo. Per questo motivo tende a considerarla come una forma di attaccamento a comportamenti sessuali arcaici legati a livelli psicologici pregenitali. La maturità piena presuppone l’incontro con l’altro e quindi, dal punto di vista sessuale, con l’altro genere. Il prevalere della posizione omoerotica è radicato, secondo Freud, nella mancanza di un padre forte nell’infanzia.
In conclusione questa sembra essere oggi la questione centrale. La debolezza del campo maschile si coniuga con una figura di padre sempre più debole, spesso assente dalla vita dei figli per propria responsabilità o perché escluso da un sistema che in caso di separazione o divorzio, lo allontana dai figli. Nell’esprimere la propria omosessualità, molti uomini esprimono il loro amore per il mondo maschile e per un padre che sentono assente. Rinchiudere questo amore dentro lo schema rigido di un’identità predefinita impoverisce ancora di più le potenzialità del genere maschile. Solo la libera ricerca di quanto il proprio orientamento, omosessuale o eterosessuale, possa arricchire e dare senso alla propria vita, può invece contribuire alla felicità personale.

Paolo Ferliga

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