June 6, 2009

Il cattivo servizio di Mario Capanna alle donne (e agli uomini)

Filed under: Uncategorized - Administrator @ 8:49 am

di armando Ermini

Nella rubrica Sottosopra che tiene su Libero, il 2/6/09 Mario Capanna si allarma per il fatto che le donne starebbero perdendo la loro specificità diventando uguali agli uomini, con grave danno per il bene dell’umanità. Ricava questo dato da una ricerca del Workplace Bullyng Institute da cui risulta che le donne sono respondabili del 40% delle azioni di mobbing e che, nel 70% dei casi, sono rivolte contro altre donne, cosa che sorprende e addolora Capanna. In realtà non c’era bisogno dell’ennesima ricerca per sapere che la rivalità fra donne, ed anche più feroce di quella fra maschi, è sempre esistita. Solo la recente mitizzazione del genere femminile in nome del politicamente corretto ha potuto far pensare che così non fosse. Intere generazioni sono così cresciute all’ombra di un mito. Ben venga dunque la presa d’atto della realtà, e ben venga l’allarme dell’ex leader sessantottino. I Maschi Selvatici sono anni che sottolineano la sciagura antropologica dell’omologazione e che rifiutano le figure grottesche delle “uome” e dei “donni” in nome dell’identità di genere, e proprio per il bene degli uni e delle altre.
Tuttavia il ragionamento di Capanna è contraddittorio, monco e unilaterale, immancabilmente segnato dai pregiudizi dell’epoca di cui è stato protagonista e dai quali non riesce ad emanciparsi.
Secondo lui, non solo la rivalità fra donne sarebbe il risultato, nonostante i progressi realizzati, di una “guerra fra poveri” dove è implicito che i “ricchi” colpevoli sarebbero i maschi, ma il fenomeno sarebbe l’effetto di una società (maschile, naturalmente) basata sulla competizione sfrenata che spingerebbe le donne ad imitate gli uomini nel mondo del lavoro e a interiorizzarne i comportamenti.
Salta agli occhi l’asimmetria nel metodo di giudizio dei comportamenti di genere. Mentre quelli femminili sarebbero determinati socialmente, secondo lo schema marxista applicato alla lotta fra “generi”, quelli maschili, sic et simpliciter oppressivi, sembrano invece scaturire dalla natura stessa degli uomini, dunque inemendabili.
Non si accorge, inoltre, di cadere in una contraddizione inestricabile. L’epoca del patriarcato è al tramonto, come ci ripete trionfante ogni giorno la cultura liberal/progressista/femminista, e le donne avrebbero realizzato importanti progressi. Strano, allora, che il fenomeno si manifesti proprio oggi. Delle due l’una. O non siamo al tramonto del patriarcato e quei vantati progressi non sono tali ma il loro contrario, oppure l’asserito recente fenomeno della rivalità fra donne è proprio un effetto di quella scomparsa. Si stava meglio quando si stava peggio, verrebbe da dire celiando. Battute a parte, in un caso come nell’altro sarebbe doverosa una riflessione più approfondita sul senso e sul significato dell’identità di genere, non solo femminile ma anche maschile. Cosa che Capanna non riesce a fare, ancorato come è ai pregiudizi in cui è cresciuto.
Descrive infatti gli uomini come intrinsecamente incapaci di “intelligenza emotiva”, dediti esclusivamente alla competizione sfrenata e spietata per il dominio di ruolo e la supremazia. Insomma la solita paccottiglia sul sesso prevaricatore e oppressore, di cui non si accenna ad alcun carattere positivo. Anche il mobbing al maschile sarebbe di segno diverso da quello al femminile. Distorsione di una innata solidarietà quest’ultimo, manifestazione di una natura prevaricatrice il primo. Per contro, descrive le donne come le solite eterne vittime dei maschi. Tanto vittime da interiorizzarne i comportamenti, facendoli propri. Capanna crede di schierarsi dalla parte delle donne, di solidarizzare con le vittime, ma non si accorge, come tutti i femministi, non solo di porre uno stigma razzista sul genere maschile, ma anche di sottostimare nel profondo proprio il genere femminile. Perché leggere i comportamenti negativi femminili come indotti dai maschi, significa considerare le donne incapaci di intendere e di volere, portatrici di una debolezza di carattere intrinseca. E si sa che ai minus habens non può venire richiesta un’assunzione adulta di responsabilità, un’assunzione autonoma del bene ed anche del male che si è capaci di compiere in prima persona. La colpa va sempre ricercata da qualche altra parte, come per i bambini.

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