June 27, 2009

I padri de La Repubblica

Filed under: Uncategorized - Administrator @ 1:26 pm

di Armando Ermini

22 giugno 2009. Prendendo spunto dal discorso di Barak Obama in occasione della giornata dedicata ai padri negli USA, di cui ci siamo già occupati, La Repubblica dedica all’argomento ben tre pagine, con allettante richiamo in prima: “Crescere bene con il papà imperfetto”.
Come quasi sempre accade quando si scrive di uomini o di padri, i servizi sono affidati a giornaliste femmine che quindi ci restituiscono l’immagine del padre “modello” come loro lo vedono. Come se non esistessero giornalisti maschi, e padri, in grado di raccontarsi e raccontare il senso della paternità dal loro punto di vista, il che, visto l’argomento, dovrebbe essere persino ovvio.
Ma vediamo dunque come il quotodiano liberal e progressista per eccellenza tratta l’argomento, e quale concetto di paternità voglia così veicolare.
Ci aiuta in questo una sommaria analisi del lessico usato. In tre pagine, per ben sei volte si parla di “lavoro di cura/prendersi cura” o dei sinonimi “accudimento/accudire”. In tre occasioni si parla della partecipazione (o mancata tale) paterna alla “crescita” dei figli (piccoli). Quattro volte si accenna allo svolgimento (o mancato tale) da parte maschile di ruoli materni, e di intercambiabilità fra padre e madre, con tanto di grafici per lo più riferiti al tempo dedicato dai padri ai figli sotto i tre anni o comunque in età pre-adolescianziale.
Mai, neppure una sola volta, si parla del ruolo paterno come educatore.
Il quadro che ne emerge è chiarissimo. Il nuovo buon papà dovrebbe essere una ….mamma.
Anzi, in quanto maschio una “vice mamma”, dunque “imperfetto”, come freudianamente recita il titolo dell’articolo.
Intendiamoci, non ho nulla contro il fatto che anche i padri si prendano cura dei piccoli, dai pannolini al biberon. Chi scrive l’ha già fatto, senza vergognarsene e senza pentirsene, nei lontani anni ‘ 70. Ma anche per questo ho capito che non è quello lo specifico paterno. Il padre è colui che rompe il naturale (e necessario) legame simbiotico madre/figlio e che per questo consente l’accesso alla vita adulta ed alla società, ed è la figura parentale in cui si incarna la norma, la legge con cui il figlio ha necessità di confrontarsi, pena la caduta nell’indeterminatezza e nel caos psichico di cui vediamo chiaramente oggi le conseguenze.
Il padre è cioè principalmente un EDUCATORE, con buona pace anche di Fulvio Scaparro che, intervistato, parla di una fantomatica terza fase della paternità, senza peraltro darsi cura di specificare quali sarebbero state le due precedenti, il che avrebbe almeno messo in grado il lettore di fare qualche confronto e riflessione.
Posto dunque che il padre è importante fin dall’inizio, e che la sua presenza attiva è auspicabile, tuttavia adempie alla sua funzione specifica e fondamentale in un secondo tempo rispetto alla madre, quando il bambino è già più grandicello, per diventare essenziale e, piaccia o non piaccia non surrogabile, in età pre e adolescenziale.
Senza chiarezza su questi aspetti, peraltro già abbondantemente studiati dalla psicanalisi ma costantemente ignorati da una stampa colonizzata dai dogmi di un certo femminismo, la confusione e le disillusioni aumenteranno.
Le domande obbligate, almeno per chi non si beve tutti i dettami del politically correct di cui il servizio di Repubblica è esempio, è se questa impostazione del problema ha veramente a cuore l’interesse dei figli o piuttosto quello di una società che, per spinta culturale ed economica, punta tutto sull’omologazione maschio/femmina e sulla totale intercambiabilità dei ruoli. E se l’invito sempre più pressante ai padri a diventare vice mamme è per il bene dei ragazzi o soltanto per permettere alle donne di svincolarsi dalle cure materne per dedicarsi a carriera e lavoro, nella prospettiva, peraltro illusoria anche per gli uomini, di trovare la propria realizzazione nel successo economico.
Voglio allora lanciare una proposta e una sfida alle associazioni genitoriali e maschili, ai partiti politici ed a tutti i personaggi, uomini e donne, che credono ancora alla complementarietà di padre e madre nell’ambito di ruoli e funzioni diversificati.
Ci si impegni per una legge che preveda il congedo parentale per i padri a partire da una età dei figli più tarda rispetto a quella per cui è già in vigore l’attuale sistema. E’ una proposta seria, che può apparire provocatoria solo perché questa società ha smarrito il senso vero di maternità e paternità.
E si faccia capire, prima di tutto ai padri, ma anche ai politici, agli intellettuali ed a tutta la comunità, quanto è prezioso il padre per lo sviluppo psichico dei figli, per il quale necessitano molto più di una guida salda e amorosa che del mero accudimento materiale. Si faccia pressione, azione di lobbing, tutto quanto insomma è necessario, come già è stato meritoriamente fatto per l’affido condiviso.
Sarebbe questa la vera rivoluzione culturale, e sono certo che i padri risponderebbero alla grande.

June 25, 2009

Obama e i padri

Filed under: Uncategorized - Administrator @ 8:33 pm

di Armando Ermini
«Siate migliori», ha detto il presidente Obama rivolgendosi ai padri in occasione della festa del papà in USA. La mancanza del papà, ha detto, «è un buco nel cuore di un bambino che nessuno può riempire». E ha invitato i padri americani a essere «migliori di mio padre, presenti, coinvolti nella vita dei figli». Dopo aver ricordato la sua personale vicenda di abbandono ha proseguito dicendo: “Non sono un padre perfetto, ma l’importante è cercare di diventarlo”. Obama ha attribuito alla madre, «una donna eroica», e ai nonni, «due persone meravigliose», il fatto di non avere intrapreso una cattiva strada, come capita spesso. E’ intervenuta anche la first lady Michelle, ricordando «la straordinaria influenza» che ebbe su di lei il padre, morto pochi anni fa, un impiegato delle poste che la spronò ad andare all’università. «Senza un padre la famiglia è monca - ha affermato -, è un male che dobbiamo curare».
Parole che sottoscriviamo interamente, a maggior ragione in quanto pronunciate dal presidente della massima potenza mondiale. Parole che però, in mancanza di una vera analisi sulle cause della tendenza paterna e maschile all’abbandono dei figli, rischiano di non avere effetto o addirittura di essere controproducenti.
I sermoni, da sempre, lasciano il tempo che trovano. Quelle parole di Obama, se non accompagnate da altre che, come sarebbe doveroso, spieghino il fenomeno, e soprattutto se non supportate da provvedimenti di legge tesi a rivalutare la figura paterna in ogni senso, sembrano quasi sottolineare che la tendenza all’irresponsabilità e all’abbandono dei figli sia geneticamente costitutiva del maschio e del padre.
E invece no! E’ l’ora di ricordare come davvero stanno le cose, non per giustificare nessuno, ma per favorire davvero una salutare presa di consapevolezza.
Ai padri è stato detto in mille modi:
1) Caro padre, tu non conti nulla nella nascita di tuo figlio. Se tua moglie/fidanzata/amante decide di abortire tuo figlio, te ne devi stare zitto.
2) Caro padre, tu fra poco sarai inutile nella procreazione, perché con le possibilità offerte dalla clonazione, i figli potranno nascere senza il tuo intervento, neanche quel simulacro simbolico della fecondazione eterologa nella quali la tua unica funzione è di fornire un po’ di sperma anonimo.
3) Caro padre, tu non sei importante per la crescita e l’educazione di tuo figlio. Di te si può tranquillamente fare a meno. E così, in molti paesi così detti sviluppati e all’avanguardia, si permette la fecondazione eterologa per coppie di donne omosessuali e per donne single. Sei così inutile e controproducente che tutti i ruoli educativi, dalla famiglia alla scuola, è preferibile siano occupati da donne.
4) Caro padre, il tuo ruolo nella famiglia è importante solo per i soldi che porti (per sempre), tantochè se tua moglie decide di sbatterti fuori di casa per semplice incompatibilità di carattere e senza che tu abbia fatto niente di male, lo può fare tranquillamente e tu, all’istante, perdi tutto, i figli per primi verso i quali il tuo dovere principale è di trasformarti in un bancomat.
5) Anzi, caro padre, sai che ti dico? Tu sei un probabile molestatore sessuale dei tuoi figli, e su semplice denuncia di tua moglie, senza necessità di prova alcuna, ti sbatto subito in galera. Poi si vedrà, forse!

Non c’è da meravigliarsi, in queste condizioni, che i padri abbiano perduto la coscienza della propria importanza e delle proprie irrinunciabili responsabilità, e che quindi tendano al disinteresse.
E’ semmai singolare, ma non soprendente per chi, come me, crede che le funzioni paterne siano incompatibili con la società dei consumi e dell’edonismo di massa, il modo di trattare la questione. Dapprima si è, ormai da molto tempo, puntato alla sparizione dell’ingombrante padre dalla scena, o almeno al suo drastico ridimensionamento. Ora che si è raggiunto l’obbiettivo, lo si rimprovera per essersi adeguato, colpevolizzandolo ulteriormente dopo avergli spuntato le ali.
Ma se davvero si vuole che il padre torni a fare il padre, deve assolutamente esserci l’impegno concreto di tutta la società per rivalutarne la figura e il ruolo. Oltre i sermoni, oltre i tentativi di trasformarlo in vice mamma, oltre gli stimoli che sono comunque importanti e benvenuti, si deve costruire un “ambiente” culturale favorevole al padre, e contemporaneamente fare leggi che favoriscano la paternità, non che la deprimano come è ormai da decenni. Un impegno di Obama in questo senso varrebbe mille volte più di mille discorsi.

June 12, 2009

Uomini: riscoprire le linee maschili della nostra identità ci rende migliori

Filed under: Uncategorized - Administrator @ 7:57 am

Con Barack Obama ed Elie Wiesel: onorare il passato per capire il presente e fecondare il futuro

a cura di Ivano

7/06/09. Mentre in Italia si propone una nuova legge sul cognome da attribuire al nascituro per demolire il legame con la linea maschile e paterna della identità della persona (cfr. Claudio Risé, L’identità nel cognome, Il Mattino di Napoli, 1/06/09), c’è invece chi sottolinea quanto la memoria di questa traccia sia stata decisiva nella formazione della propria visione del mondo. È quanto hanno fatto il Presidente americano Barack Obama e il Nobel per la pace Elie Wiesel durante la recente visita al campo di sterminio di Buchenwald in occasione del viaggio del premier statunitense in Europa.

Obama ha ricordato quanto sia rimasto impressionato dalle notizie sul ritorno del pro-zio Charlie Payne, membro di una divisione alleata che liberò Buchenwald: lo zio infatti rimase per mesi nel silenzio e nell’isolamento, nella difficoltà di comprendere gli orrori che aveva visto, con grande preoccupazione della famiglia e degli amici. Un fatto profondo che ha spinto Obama a conoscere di persona uno dei luoghi dell’Olocausto per ammonire poi tutto il mondo, con grande realismo, a vigilare e costruire la pace in quanto l’uomo è capace di fare grandemente il male così come il bene. Non solo: la memoria di quanto ha appreso sul dramma vissuto dal pro-zio gli ha confermato l’esistenza di verità che nessuno, come fa un certo revisionismo storico, può negare: fatto che Obama ha rimarcato con virilità dicendo del leader di Teheran “Ahmadinejad dovrebbe fare la sua visita. Non ho pazienza con chi nega la storia”.

Elie Wiesel ha messo al centro del suo discorso la figura del padre raccontando la deportazione che li ha colpiti insieme, la malattia del padre spirato poi nella stessa baracca, sul misero giaciglio posto al di sopra del suo: “Il giorno in cui morì fu uno dei più bui della mia vita. Divenne debole, malato, e io ero là. Ero là mentre soffriva, ero là quando chiedeva aiuto, quando chiedeva un po’ d’acqua. Ero là quando disse le sue ultime parole, per riceverle. Ma non fui là quando chiese di me, sebbene fossimo nello stesso block, lui sul letto al di sopra del mio. Chiamava il mio nome ed io ero troppo spaventato per muovermi. E poi morì. Io ero là, ma era come se non lo fossi. Poi un giorno pensai che sarei tornato qui per parlargli”. Per parlargli di come era diventato il mondo – continua il premio Nobel – dopo che il mondo aveva imparato attraverso il sacrificio di molti una lezione impossibile da dimenticare. Eppure, nota Wiesel, il mondo in realtà non ha imparato molto: basta pensare al Darfur, al Rwanda, alla Bosnia… E noi aggiungiamo anche i milioni di bambini uccisi con l’aborto in Italia [ndr].
Una consapevolezza e una responsabilità che Wiesel sembra dunque sentire di fronte allo sguardo del padre che lo segue da tutta la vita da anni (Wiesel racconta di suo padre in http://www.youtube.com/watch?v=TeyzOvWQzFI ) ed è diventato filo comune di gran parte delle sue opere. Prima tra tutte L’Oblio (Bompiani) in cui un vecchio padre, ormai malato incurabile, invia suo figlio dagli Usa in Europa alla ricerca di un passato sconosciuto al giovane ma che rinsalderà lo sguardo dei due nella condivisione della memoria. Per tentare di comprendere: il padre attraverso gli occhi del figlio e il figlio attraverso gli occhi del padre, nel gioco di una memoria onorata. “La nostra vita non appartiene solo a noi ma appartiene a tutti quelli che hanno bisogno di noi disperatamente” ha detto Wiesel in conclusione del discorso tenuto ad Oslo nel 1986 quando vinse il Nobel per la pace. La linea maschile infatti è la linea del dono di sé, di cui questo mondo ha tanto bisogno.

June 7, 2009

Gheddafi, alias Capanna, e il destino femminile

Filed under: Uncategorized - Administrator @ 7:50 pm

di Armando Ermini

Dopo Mario Capanna, di cui ci siamo accupati recentemente, anche il leader libico Muammar el Gheddafi, si occupa del destino femminile. Ce lo ricorda, su Il Corriere della Sera del 5/6/09, Maurizio Caprara in un servizio sulla prossima visita in Italia del colonnello, durante la quale intende incontrare settecento donne. Caprara fa, diciamo così, opera di prevenzione, ricordando al pubblico qual’è la concezione gheddafiana della donna, citando direttamente dal famoso “Libro verde”, summa ideologica del Gheddafi pensiero, il cui nucleo centrale è il seguente:

“Se la donna intraprende il lavoro dell’uomo, deve trasformarsi in un uomo, abbandonando il suo ruolo e la sua bellezza”. “Indurre la donna a eseguire il lavoro dell’uomo è ingiusta aggressione, dato che il lavoro oblitera le belle fattezze della donna che la creazione ha voluto si evidenziassero ond’ella espleti un lavoro diverso da quello che si addice a chi non è femmina, come avviene coi fiori, creati per attrarre i granellini di polline e produrre i semi”.

Ne discende che, ad esempio, gli asili nido sono “qualcosa che assomiglia a recinti di sagginamento del pollame”, inadatti ai bambini perché, negando la differenza fra maschi e femmine, li stacca dalle madri.
Dunque, partendo da posizioni opposte e, c’è da supporre, con scopi molto diversi, un ex sessantottino mai pentito e un leader islamico, convergono nel segnalare un fenomeno pericoloso del mondo moderno. Pericolo su cui, quali che siano gli intenti che muovono i due personaggi e l’analisi delle cause che lo generano, concordiamo largamente.
Non si tratta, chiarisco subito, di imporre alcun divieto per legge, perché ciascun soggetto, femmina o maschio che sia, deve essere libero di perseguire il proprio progetto di vita con l’unico limite, che deve essere ben sottolineato, di non conculcare diritti altrui nel perseguire i propri.
La questione è piuttosto culturale. Alla base del fenomeno della mascolinizzazione delle donne, che peraltro genera anche e parallelamente la femminilizzazione dell’uomo, esiste la concezione dell’essere umano come soggetto “neutro” rispetto al proprio sesso, dunque ugualmente adatto ad ogni tipo di lavoro da svolgersi con identiche modalità. E’ un concetto che Ivan Illich fa risalire alla nascita della società industriale e del lavoro salariato. Il capitalismo, per il suo meccanismo intrinseco e per le sue esigenze produttive, tende a cancellare le differenze di genere e omologare maschi e femmine in un’unica figura neutra. I rispettivi domini di genere, seppure asimmetrici, avevano assicurato fino ad allora il rispetto di un equilibrio sociale e psichico e contenuto la competizione maschile/femminile. Avevano anche favorito una chiara percezione della propria identità per cui, ad esempio, sebbene non sempre le stesse, in ogni cultura esistevano cose da maschi e cose da femmine.
Oggi la cultura dominante, a partire dalle grandi agenzie internazionali ONUe UE, come anche alcune donne e perfino un filone del femminismo iniziano a cogliere, spinge incessantemente verso la figura dell’individuo culturalmente androgino. Non tragga in inganno il fatto che i media ci propinano quotidianamente figure maschili e femminili con caratteri fisici di genere ipersessualizzati. Si tratta solo di differenze corporee del tutto superficiali e funzionali al consumo sessuale, dietro le quali si nascondono individui che psichicamente si vogliono identici, spinti e indotti a cimentarsi su identici terreni. Ma questa non è libertà, è indottrinamento che produce disagio psichico e difficoltà di relazione fra maschi e femmine. Libertà autentica sarebbe valorizzare le differenze conferendo loro uguale dignità umana e sociale e lasciando liberi gli individui di agire in funzione di ciò che sentono giusto per loro stessi. Si vedrebbe che, naturaliter, uomini e donne tenderebbero a polarizzarsi su lavori, passioni e interessi diversificati. Come peraltro ancora accade, nonostante le enormi risorse spese a convincerci del contrario. Non ci risulta, ad esempio, né la corsa delle donne alle professione di militare o di muratore, né quella degli uomini ad assistente negli asili nido.

June 6, 2009

Il cattivo servizio di Mario Capanna alle donne (e agli uomini)

Filed under: Uncategorized - Administrator @ 8:49 am

di armando Ermini

Nella rubrica Sottosopra che tiene su Libero, il 2/6/09 Mario Capanna si allarma per il fatto che le donne starebbero perdendo la loro specificità diventando uguali agli uomini, con grave danno per il bene dell’umanità. Ricava questo dato da una ricerca del Workplace Bullyng Institute da cui risulta che le donne sono respondabili del 40% delle azioni di mobbing e che, nel 70% dei casi, sono rivolte contro altre donne, cosa che sorprende e addolora Capanna. In realtà non c’era bisogno dell’ennesima ricerca per sapere che la rivalità fra donne, ed anche più feroce di quella fra maschi, è sempre esistita. Solo la recente mitizzazione del genere femminile in nome del politicamente corretto ha potuto far pensare che così non fosse. Intere generazioni sono così cresciute all’ombra di un mito. Ben venga dunque la presa d’atto della realtà, e ben venga l’allarme dell’ex leader sessantottino. I Maschi Selvatici sono anni che sottolineano la sciagura antropologica dell’omologazione e che rifiutano le figure grottesche delle “uome” e dei “donni” in nome dell’identità di genere, e proprio per il bene degli uni e delle altre.
Tuttavia il ragionamento di Capanna è contraddittorio, monco e unilaterale, immancabilmente segnato dai pregiudizi dell’epoca di cui è stato protagonista e dai quali non riesce ad emanciparsi.
Secondo lui, non solo la rivalità fra donne sarebbe il risultato, nonostante i progressi realizzati, di una “guerra fra poveri” dove è implicito che i “ricchi” colpevoli sarebbero i maschi, ma il fenomeno sarebbe l’effetto di una società (maschile, naturalmente) basata sulla competizione sfrenata che spingerebbe le donne ad imitate gli uomini nel mondo del lavoro e a interiorizzarne i comportamenti.
Salta agli occhi l’asimmetria nel metodo di giudizio dei comportamenti di genere. Mentre quelli femminili sarebbero determinati socialmente, secondo lo schema marxista applicato alla lotta fra “generi”, quelli maschili, sic et simpliciter oppressivi, sembrano invece scaturire dalla natura stessa degli uomini, dunque inemendabili.
Non si accorge, inoltre, di cadere in una contraddizione inestricabile. L’epoca del patriarcato è al tramonto, come ci ripete trionfante ogni giorno la cultura liberal/progressista/femminista, e le donne avrebbero realizzato importanti progressi. Strano, allora, che il fenomeno si manifesti proprio oggi. Delle due l’una. O non siamo al tramonto del patriarcato e quei vantati progressi non sono tali ma il loro contrario, oppure l’asserito recente fenomeno della rivalità fra donne è proprio un effetto di quella scomparsa. Si stava meglio quando si stava peggio, verrebbe da dire celiando. Battute a parte, in un caso come nell’altro sarebbe doverosa una riflessione più approfondita sul senso e sul significato dell’identità di genere, non solo femminile ma anche maschile. Cosa che Capanna non riesce a fare, ancorato come è ai pregiudizi in cui è cresciuto.
Descrive infatti gli uomini come intrinsecamente incapaci di “intelligenza emotiva”, dediti esclusivamente alla competizione sfrenata e spietata per il dominio di ruolo e la supremazia. Insomma la solita paccottiglia sul sesso prevaricatore e oppressore, di cui non si accenna ad alcun carattere positivo. Anche il mobbing al maschile sarebbe di segno diverso da quello al femminile. Distorsione di una innata solidarietà quest’ultimo, manifestazione di una natura prevaricatrice il primo. Per contro, descrive le donne come le solite eterne vittime dei maschi. Tanto vittime da interiorizzarne i comportamenti, facendoli propri. Capanna crede di schierarsi dalla parte delle donne, di solidarizzare con le vittime, ma non si accorge, come tutti i femministi, non solo di porre uno stigma razzista sul genere maschile, ma anche di sottostimare nel profondo proprio il genere femminile. Perché leggere i comportamenti negativi femminili come indotti dai maschi, significa considerare le donne incapaci di intendere e di volere, portatrici di una debolezza di carattere intrinseca. E si sa che ai minus habens non può venire richiesta un’assunzione adulta di responsabilità, un’assunzione autonoma del bene ed anche del male che si è capaci di compiere in prima persona. La colpa va sempre ricercata da qualche altra parte, come per i bambini.

June 2, 2009

Padri vs figli

Filed under: Uncategorized - Administrator @ 9:31 am

di Paolo Mombelli

Sabato pomeriggio si è svolta la cerimonia di chiusura dell’annuale attività agonistica della “Manerbio Basket”. Parole ufficiali poche, tante mini-partite tra ragazzi e adulti, ciascuno nella propria categoria (minibasket , under 13 , under 15 , under 17 , adulti della prima squadra). Nella kermesse è stato trovato uno spazio per una partita tra i ragazzi dell’under 13 , dove gioca il più grande dei miei figli , e i loro padri . Hanno vinto i padri , nonostante il fiatone e gli innumerevoli inciampi , memori delle loro glorie agonistiche nei lontani tempi della scuola . E’ stato bellissimo , mio figlio marcava me , che lo sovrasto di 25 cm , ed è riuscito a tirare una “tripla” davanti a un uomo alto quasi due metri che cercava di stopparlo : il pubblico ha applaudito generoso . Alla fine i complimenti e le strette di mano reciproche . I padri non devono regalare la vittoria ai figli , devono donargli l’esempio di come si lotta anche a cinquant’anni , di come si onora l’impegno e la fatica dell’avversario , di come si fa gruppo-squadra per ottenere risultati . E alla fine i figli penso che abbiano capito che come padri avremmo preferito che vincessero loro , ma non sono ancora pronti , devono crescere ed allenarsi per altri anni. Allora sicuramente vinceranno loro, noi saremo più contenti e anche orgogliosi. Soprattutto di avergli insegnato la fatica e il senso della lotta.

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