May 13, 2009

CLASSI SEPARATE. IL SESSISMO DE IL CORRIERE DELLA SERA

Filed under: Uncategorized - Administrator @ 12:06 pm

di Armando Ermini

“Il Corriere della sera” di domenica 10 maggio 2008 dedica la sua rubrica Focus al tema, che sembra acquistare attualità, dei vantaggi di una scuola “di genere”, nel senso di classi separate per maschi e femmine. Su questo blog ci siamo già occupati più di una volta della scuola e in particolare di questa faccenda. Bene, dunque, che all’argomento venga data risonanza sul più grande quotidiano italiano. A patto però che venga trattato in modo giusto, e soprattutto completo in tutte le sue sfaccettature. Quello che in questi servizi non avviene o avviene in modo contraddittorio.
Vediamo. Il titolo, “Maschi e femmine, classi separate”, è neutro e promette bene. Ma già l’occhiello recita ammiccante: “Nella scuola si riscopre la differenza di genere. Le ragazze quando sono tra loro studiano meglio”. Strano, perché tutte le volte che i media parlano di rendimento scolastico sottolineano immancabilmente il miglior rendimento delle ragazze rispetto ai ragazzi. Se ciò avviene già in classi miste, e se la separazione consentirebbe alle femmine di essere ancora più brave rispetto ai coetanei maschi, verrebbe subito da pensare a un qualche deficit intellettivo del genere maschile rispetto al femminile. Cosa che, bontà della giornalista, non è esplicitata fino in fondo nel corpo dell’articolo, rimanendo piuttosto fra le righe, come un non detto che però potrebbe anche essere.
Ma è tutta l’impostazione dei servizi ad essere deficitaria, a iniziare dagli stessi studi sulla base dei quali viene avanzata l’ipotesi della separazione. “E’ dimostrato che nelle classi di sole ragazze il livello di apprendimento è migliore”, spiega un professore ordinario di Didattica e pedagogia speciale di Palermo. Il compagno di banco maschio è un peso, perché i maschi si distraggono, creano confusione, catalizzano l’attenzione dei professori, finendo anche per ottenere voti migliori rispetto ai meriti effettivi, se non altro per essere tenuti a bada. Si noti il linguaggio, più adatto a parlare di animali che di persone. Ma sull’indisciplina maschile tornerò dopo, perché si tratta di un problema che ha ben altre implicazioni rispetto a quelle superficiali ventilate nell’articolo di Annachiara Sacchi, e trattate in modo così sessista che se fosse al contrario sarebbe già intervenuto il ministero delle Pari Opportunità,
Primo punto. Tutto il servizio è centrato sul lato femminile, fino a sostenere che nelle classi unigenere le ragazze arrivano ad emergere anche nelle materie tecnico-scientifiche, “ a loro solitamente precluse per colpa di uno stereotipo di genere”. Non è chiaro, intanto, perché lo stereotipo agirebbe nelle classi miste e non nelle altre. Forse che i professori (che poi sono in maggioranza professoresse), insegnano solo ai maschi bisbigliando loro nelle orecchie? O per quale altro incomprensibile motivo si attuerebbe la discriminazione?
Ma, soprattutto, nelle classi di soli ragazzi cosa avviene? Nessun accenno a studi appositi, che evidentemente, in nome della parità di genere, non sono stati fatti. Si accenna solo al fatto che nelle classi miste anche i maschi sarebbero svantaggiati per il più rapido sviluppo delle compagne, mentre in quelle unisessuali non subirebbero il gender gap. Non mi sembra una scoperta rivoluzionaria, assomiglia piuttosto a quella dell’acqua calda. Lo si sa da sempre che le femmine hanno uno sviluppo psichico anticipato, e che i maschi recuperano successivamente. C’è semmai da meravigliarsi che questo aspetto sia stato trascurato per così tanto tempo. In effetti è un argomento a favore delle classi unigenere, così come la tesi alla base del progetto: “maschi e femmine - è scritto nell’articolo- sono talmente diversi fisicamente e psicologicamente che sarebbe un errore pretendere che possano fare le stesse cose alla stessa età”.
Perfetto, ma in questa verità ci sono implicazioni per le quali la sola separazione delle classi, se davvero si vuole trarre il meglio da entrambi i generi, non è per niente sufficiente.
Anche l’altro articolo della rubrica, un’ intervista a un trentasettenne reduce da classi unisex di cui fa un giusto elogio, trascura, ed è il secondo punto, due questioni a mio avviso fondamentali.
Una riguarda la didattica. Se è vero che maschi e femmine sono tanto diversi, è ovvio ipotizzare che si debbano adottare anche metodolgie didattiche diverse, per suscitare interesse e facilitare così l’apprendimento. Faccio un esempio personale. Ai tempi delle mie scuole medie inferiori, aimè una vita fa, invidiavo i compagni della classe parallela (rigorosamente al maschile), perché il professore di lettere insegnava l’Iliade anche facendo loro mettere in scena i duelli dei guerrieri con tanto di stecche da disegno usate a mo’ di spade. Impensabile in una classe mista, ma molto utile, a proposito di disciplina, per incanalare, gestire e utilizzare a scopo utile, la sovrabbondanza energetica di cui dispongono i ragazzi di quell’età.
La seconda questione, correlata alla prima, riguarda il corpo insegnante che ormai è avviato verso una femminilizzazione pressochè totale. Un insegnante, al di là della bravura e della buona volontà che non sono in discussione, tenderà naturaliter a riprodurre in classe i metodi d’insegnamento che ha percepito come validi per sé, dunque con un’ottica di genere. Ecco allora che lo squilibrio numerico a favore del personale femminile, finisce per svantaggiare gli alunni alle prese con insegnanti non attrezzate per capire fino in fondo, in quanto femmine, la psicologia maschile ed agire di conseguenza.
Ecco invece come il tema viene trattato in un articolo apparso nel settembre 2005 su Newsveek, a cura di Peg Tyre. Si parla dell’esperienza di un direttore di scuola elementare del Kentucky, che resosi conto del basso livello scolastico dei suoi alunni, in specie maschi, ha adottato, anche sulla base di studi scientifici del cervello maschile e femminile, misure atte a massimizzare il rendimento di tutti. Non solo la separazione delle classi, ma metodi didattici diversificati, senza dimenticare il problema della femminilizzazione del corpo insegnante.

Il più eclatante cambiamento è consistito nel formare le classi in base al sesso. Poiché i maschietti hanno meno serotonina nel cervello - che può renderli più irrequieti - dalla loro classe sono stati tolti i banchi e godono di brevi intervalli per fare movimento fisico. Visto invece che le bambine hanno una quantità maggiore di ossitocina - un ormone che facilita la formazione di legami affettivi - nella loro classe è stata approntata un’area con tappeti e cuscini nella quale possono sedersi e discutere. Considerato poi che i maschietti hanno più alti livelli di testosterone e sono più competitivi, sono stati sottoposti a test con risposta multipla da eseguire entro tempi precisi, mentre alle bambine è stato concesso tempo supplementare.
Gray dice che il nuovo curriculum ha dato alla scuola “il miglioramento che ci voleva”. I risultati dei test sono alti. I problemi disciplinari sono diminuiti. Quest’anno anche la quinta e la sesta adotteranno il nuovo metodo. …..
Negli ultimi cinque anni gli studiosi che conducono ricerche sul cervello con la risonanza magnetica o la Pet hanno raccolto delucidazioni inedite su come il cervello maschile e il cervello femminile sviluppano le informazioni. Le bambine hanno lobi frontali molto più attivi, connessioni più robuste tra gli emisferi cerebrali e “centri del linguaggio” che maturano prima. Chi critica un sistema scolastico differenziato a seconda dei sessi stigmatizza che i curricula concepiti per sfruttare tali differenze di fatto rafforzino gli stereotipi culturali. I sostenitori di tale nuovo approccio, invece, ritengono che se nelle classi non si tiene conto delle differenze esistenti tra maschi e femmine, i primi sono svantaggiati.
La maggior parte delle scuole secondo Michael Gurian - coautore con Kathy Stevens del libro “Il cervello dei maschi: come evitare ai nostri figli di rimanere indietro nella scuola e nella vita” - favoriscono le bambine, “perché gli insegnanti, in linea di massima donne, insegnano come hanno appreso”. Il 70% dei bambini con difficoltà nell’apprendimento sono maschi. L’80% degli studenti delle scuole superiori che abbandonano la scuola è di sesso maschile e meno del 45% degli iscritti al college sono ragazzi.
Per ricomporre la spaccatura educativa tra i sessi, sostiene Gurian, gli insegnanti devono illuminare di più le classi dei maschi e parlare loro a voce alta, perché la ricerca ha evidenziato che non vedono e non sentono bene come le femmine. Poiché inoltre i maschi apprendono di più con il senso della vista, gli insegnanti dovrebbero illustrare una storia prima di scriverla.


In conclusione: la questione delle classi separate è reale e andrebbe sviscerata seriamente in tutte le sue implicazioni, anche quelle eventualmente negative. Soprattutto andrebbe trattata in modo rigorosamente paritario rispetto agli obbiettivi da perseguire e senza far balenare l’impressione che un genere, come al solito quello maschile, costituisca lui solo un problema sociale e un ostacolo da rimuovere. Il Corriere, sarà un caso?, non c’è riuscito.

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