April 3, 2009

UGUALI MAI, quello che tutti sanno sulle differenze tra i sessi ma non osano dire

Filed under: Cinema, teatro, musica, libri - Administrator @ 7:58 pm

di STEVEN E. RHOADS

Lindau, Torino 2006

A cura di Armando Ermini

Queste differenze fra uomini e donne possono in parte venire spiegate dagli ormoni e da altre differenze fisiologiche e chimiche. Pertanto esse non spariranno, a meno che non ci si metta ad armeggiare con le nostre nature biologiche fondamentali (dall’introduzione)

Il miglior pregio del libro di Rhoads consiste nel fatto che non cerca di spiegare, o meglio piegare, i fatti concreti alla luce di una verità precostituita, dunque ideologica, ma al contrario li assume come realtà fattuale e da qui parte per cercarne una spiegazione che con quelli si accordi. Per fare ciò, oltre ad una imponente bibliografia, usa una mole impressionante di dati e di ricerche statistiche senza tralasciare di sottoporre ad esame critico quelli in contraddizione fra di loro.
Ne risulta un lavoro che potrà lasciare interdetto chi non crede che siano solo la biologia e i livelli di testosterone a determinare fondamentalmente l’approccio al mondo degli individui e che con essi si possa interamente spiegare la psicologia umana, o colui che arriva a conclusioni simili a quelle dell’autore riguardo a ciò che sarebbe utile fare per il bene di tutti ma a seguito di analisi diverse, o ancora chi con quei suggerimenti non fosse in sintonia per qualsivoglia motivo, ma nessuno potrà negare una cosa. L’approccio sociocostruttivista alla differenza fra maschi e femmine elaborato, massimamente in USA, dal femminismo dell’uguaglianza e fatto proprio anche dalle grandi Agenzie internazionali, in primis quelle legate alle Nazioni Unite (1), ne esce completamente distrutto.
Non è vero, questa la tesi centrale che il libro dimostra, che il sesso sia ininfluente o quasi rispetto alle aspettative, alle scelte di vita, alle passioni ed alle priorità di donne e uomini concreti, e che le differenze che si manifestano pervicamente siano da ricercare nella cultura “patriarcale” che avrebbe emarginato le donne consegnandole ad uno stato di subalternità psicologica e sociale in virtù di una educazione sessista autoriproducentesi di generazione in generazione.
Secondo i teorici del “genere” come costrutto culturale, una educazione androgina renderebbe maschi e femmine sostanzialmente identici, al di là delle trascurabili diversità corporee.
Dimostrando, dati alla mano, che così non è, Rhoads mette in discussione non solo una teoria accademica, il che potrebbe non interessare molto, ma soprattutto le concrete misure politiche e legislative varate dai governi sulla base di quella teoria. E questo tocca donne e uomini nel loro quotidiano, fino a tentare di forzarne le scelte e modellarne (o meglio manipolarne) la psiche.
Inutile dire che quando viene imposto un progetto ideologico di ingegneria psichica e sociale, a soffrire sono sia le persone i cui impulsi profondi non sono in sintonia con esso, sia la società nel suo complesso che non riesce più a trarre da ciascun soggetto il meglio di sé.
Paradossalmente a rimetterci di più sono le donne, perché il soggetto androgino vagheggiato da questo filone del femminismo rifiuta in primo luogo proprio ciò che è più eminentemente femminile, l’istinto innato e biologicamente determinato alla maternità e alla cura dei piccoli, tanto da poter affermare che in realtà il femminismo, svalutando proprio questi aspetti del femminile fino a giudicare parassita colei che ama dedicarsi alla casa e ai figli (Simon de Beauvoir) , è di fatto contro la donna.
Rhoads non rifiuta affatto l’affermarsi femminile nella sfera pubblica e lavorativa, ma al tempo stesso constata che decenni di progetti educativi scolastici (programmi, libri di testo etc.) e culturali imposti dal femminismo non hanno scalfito, se non marginalmente, la propensione delle donne a mettere matrimonio e figli al centro della propria vita, anche a costo della carriera ed anche , con le ovvie eccezioni, fra i ceti più acculturati e ricchi. Nello stesso tempo la rivoluzione sessuale sembra essersi dimostrata un boomerang per le donne, più vulnerabili nei sentimenti e meno propense degli uomini a rapporti occasionali che le espongono, a maggior ragione in caso di eventuali figli, al sovraccarico di lavoro e responsabilità ed ai pericoli tipici delle famiglie senza padre (secondo chi scrive, gli esiti a lungo termine non sono positivi neanche per gli uomini per un accumularsi di motivi che non è questa la sede per analizzare).
Comunque, lungi dal costituire un modello culturale socialmente costruito o imposto, la propensione femminile al matrimonio ed a rapporti stabili risponde, secondo Rhoads che adotta il punto di vista della psicologia evolutiva, a precise strategie di sopravvivenza della specie. Costituisce infatti il modo migliore per garantire sicurezza e tranquillità alla prole ed a se stesse, e considera come logica in questo senso l’attrazione per gli uomini socialmente affermati e dominanti, in quanto visti come più adatti ai compiti di protezione che da loro si aspettano. Il fatto che siano cambiate molte condizioni materiali di esistenza è ininfluente sulla psiche, il cui nucleo duro si è formato e consolidato lungo molti millenni di esistenza. Tanto è vero, sostiene, che è uniforme in tutte le società in ogni epoca storica ed in tutti i ceti sociali e culturali, anche nei più “evoluti” dove ci si potrebbe aspettare di constatare approcci e aspettative diversi da quelle tradizionali.
E se questo è vero per il mondo femminile lo è anche per quello maschile, che nonostante tutte le pressioni a cui è stato sottoposto ha conservato inalterati i caratteri fondamentali di sempre. Propensione alla competizione con gli altri maschi, bisogno di sentirsi e di essere percepiti come dominanti, surplus di energia fisica che necessita di sbocchi, minor propensione , rispetto alle femmine, verso i compiti di cura del “nido” e di accudimento della prole. Anche in questo caso Rhoads fa risalire questi caratteri a strategie di sopravvivenza della specie, che avrebbero fornito al maschio la dote di secernere una maggiore quantità di testosterone, tale da metterlo in grado di adempiere a compiti più difficili per la femmina, più legata alle funzioni materne.
Fra le propensioni maschili funzionali alla strategia evoluzionista è anche quella di diffondere il più possibile il proprio seme, ossia accoppiarsi con molte femmine, per assicurarsi la discendenza. Propensione che, come quella femminile di cui ho detto sopra, non viene giudicata da un punto di vista morale ma esaminata sotto il profilo del bene della società nel suo complesso. In questo senso, ci dice l’autore, è positivo che le energie maschili non siano mortificate ma piuttosto incanalate e messe al servizio del progetto familiare. Se il maschio percepisce la sua importanza per moglie e figli, sarà portato dalla sua stessa natura che ama la sfida, a far di tutto per adempiere alle funzioni di sostegno economico (e non) e di protezione.
In un certo senso – scrive Rhoads- nei matrimoni tradizionali uomini e donne ottengono esattamente quello che entrambi vogliono. Come è stato osservato precedentemente, per descriversi, gli uomini scelgono aggettivi come dominante, deciso, indipendente. Le donne preferiscono amorevole, comprensiva, generosa.
Ma se il matrimonio significa mettere insieme queste diverse predisposizioni, non ci si dovrebbe stupire se si scopre che il primo [l’uomo] è, in un certo senso, il capofamiglia. Ruolo d’altra parte che dovrebbe essere esercitato in modo non dittatoriale e ampiamente aperto all’influenza della moglie.
Se è vero che la civiltà ha bisogno di uomini orientati alla famiglia e se si prendessero sul serio le differenze fra i sessi, non si dovrebbero cercare nuovi modi d’indebolire il ruolo storico dell’uomo all’interno della famiglia - conclude.

(1) Si veda su questo il volume “La donna a una dimensione” (Marietti 1820) di Alessandra Nucci, di cui ci siamo già occupati in http://www.maschiselvatici.it/abbiamoletto/nucci.htm

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