February 14, 2009

I padri e la vicenda Englaro

Filed under: Fondamenta - Administrator @ 12:20 pm

di Armando Ermini

Non conosco Beppino Englaro e non giudico l’autenticità dei sentimenti di un uomo costretto per diciassette lunghi anni a convivere con la tragedia di una figlia in stato vegetativo persistente.
Intorno alla sua figura di padre però, che ne fosse o meno consapevole non mi interessa, si è svolta una vicenda parallela a quella di Eluana che necessita di essere letta nel suo significato.
Giornali e giornalisti di solito impegnatissimi a tuonare contro il patriarcato come il sistema oppressivo per eccellenza e contro i padri concreti come incarnazione della prevaricazione autoritaria, si sono eretti all’improvviso a paladini del padre e della paternità. Valga per tutti come
esempio, ma molti altri potremmo farne, il titolo de Il Manifesto di domenica 8 febbraio che recitava a tutta pagina, con annessa foto di Beppino Englaro, “IN NOME DEL PADRE”.
È lo stesso giornale che qualche anno orsono si è rifiutato di pubblicare una lettera di un ex aderente a quel gruppo politico ed ora psicoterapeuta di valore nonchè facente parte dei MS, in cui poneva con equilibrio e sapienza la questione paterna come cruciale per i destini della nostra società e sosteneva la necessità di discuterne approfonditamente.

E donne che rivendicano come conquista giusta e irreversibile l’esclusione della parola paterna sulla nascita di suo figlio (legge 194), che di fatto sancisce l’ininfluenza della sua volontà di salvezza del bambino, rivolgono inni al “papà migliore del mondo”, come si vede nella foto che pubblichiamo a fianco.
Stupefacente rovesciamento di idee. La figura paterna fino ad ora vilipesa e svalutata e presa al massimo in considerazione da buona parte dei media e della magistratura come bancomat, il padre considerato il padrone di cui non solo non si sente la mancanza ma si auspica la definitiva scomparsa (questo e non altro significa la procreazione assistita eterologa e ammessa anche per le donne single), assurge a nuovo eroe in nome del quale condurre battaglie.
Ma cosa significa escludere la parola paterna sulla salvezza della vita di un figlio e considerarla invece dirimente quando si tratta di sancirne la morte (ripeto, al di là di ogni giudizio morale sulla persona, che non mi compete)?
E quale significato ha il fatto che di questo si facciano paladine proprio quelle forze culturali e politiche più antipaterne?

Scrive Claudio Risè:
Questa però è una vicenda terribile per i padri sulla terra!
Chi non avesse capito l’Ombra del patriarcato, che ha dato poi origine al femminismo, qui l’ha vista bene. Il padre naturale, quello simbolico, e quello curativo (il medico), uniti nel piegare l’emozione collettiva, il diritto e la scienza per far fuori una giovane donna perché non parlava più il loro linguaggio, quello delle logica formale (straordinaria immagine del femminile, che noi psicologi chiamiamo Anima).
Che il Signore aiuti i padri a uscire da quest’infamia (ma non sarà facile).

Sono parole che ben rispondono a quelle domande. È l’Ombra del patriarcato che informa l’agire proprio di quelle forze e di quelle persone (uomini e donne) che del patriarcato si rifiutano di vedere il lato positivo e salvifico rinnegandolo in toto, ma in realtà essendo intrise del suo lato negativo. Lo stesso accade per quegli uomini che, in nome della libertà femminile (e del proprio tornaconto spicciolo e immediato) hanno rinunciato ad esercitare la loro funzione paterna verso la vita nascente.
Qualcuno ci scrive talvolta accusandoci di essere misogini e maschilisti, questa volta di non rispettare quel padre, ma chi ci legge con attenzione sa bene che non siamo affatto ciechi di fronte tanto all’Ombra maschile quanto a quella femminile. È chi si rifiuta o non sa vederle, le due ombre, che immancabilmente si ritrova come per incanto alleato nell’attaccare coi più svariati argomenti chi si sforza di difendere la vita. Non per feticismo dei corpi, non per tornaconto politico, ma perché vede la deriva di morte che pervade la nostra cultura. La verità è che l’ombra, maschile e femminile, è carica di distruttività, sebbene come in questo caso o come per l’aborto, si ammanti di argomentazioni solo apparentemente umanitarie e rispettose della libertà individuale. Ma come ben scrive Pietro Barcellona (Il furto dell’anima, Dedalo 2008), insospettabile intellettuale di sinistra, si tratta di una falsa libertà “poiché essa [la coscienza morale, e dunque la base della libertà individuale. ndr] non può esserci senza l’esistenza di un gruppo umano che riconosca una trascendenza dei principi, delle regole a cui deve uniformarsi la condotta individuale, e la nostra civiltà, che lui definisce del post-umano, corre in realtà verso il nulla.
“Dopo la morte di Dio e la fine delle ideologie, si compie l’ultimo atto: la morte dell’essere umano”.

12 Comments »

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  1. Credo sia un aspetto molto interessante, su cui vale la pena fermarsi a riflettere, e che l’articolo inquadra molto bene. Il Manifesto che inneggia al padre, quando padre, da sinonimo di vita, diventa, al di là della vicenda individuale, simbolo di morte. Ci voglio pensare ancora, ma grazie dello spunto.
    S&P

    Comment by S&P — February 14, 2009 @ 8:13 pm

  2. Credo che la questione non sia “giudicare”, ma nemmeno ritirarsi per pudore (vigliaccheria) davanti alla drammaticità dei fatti senza precedenti, che hanno visto un padre biologico ed il padre della patria/Capo dello Stato provocare con determinazione e legittimare in nome del diritto di Stato la morte di una ragazza.
    Come ha spiegato luminosamente Ratzinger, «la coscienza è un atto della ragione mirante alla verità delle cose, [ed oggi] cessa di essere luce e diventa un semplice sfondo su cui la società dei media getta le immagini e gli impulsi più contraddittori» (Discorso alla Pontificia Accademia per la Vita, il 24/02/2007).
    Sinceramente in tutta questa vicenda sono mancate parole più forti e chiare dal movimento degli uomini e dei padri, parole non confusive e di netta presa di distanza dall’agire di un uomo, Beppino Englaro, che ha tradito la paternità nel momento stesso in cui ha fatto della figlia “un simbolo” (parole sue).
    Paolo Marcon

    Comment by Paolo — February 15, 2009 @ 8:03 am

  3. Caro Paolo,
    personalmente credo che la presa di distanza dalle decisioni del padre di Eluana Englaro da parte dei MS ci siano state e siano state nette nel valutarne significato, conseguenze e modalità, come credo testimonino gli articoli sul blog.
    Altra cosa è entrare nella coscienza di un uomo innegabilmente sottoposto a una situazione molto dolorosa, nelle motivazioni interiori che lo hanno spinto ad agire in quel modo. Quel giudizio è riservato a Dio, se ci si crede. A noi spetta tentare di spiegare il senso della vicenda che si è consumata e il ruolo dei diversi “attori” sulla scena,non solo quindi del padre, ne fossero consapevoli o meno. Alcuni hanno avuto, a mio parere, piena consapevolezza di quel che stavano facendo, altri hanno preferito, ed è drammatico, dare la precedenza a questioni di forma piuttosto che di sostanza. In generale penso che in parte della c.d. opinione pubblica, non so quanto grande, sia mancata la consapevolezza di cosa sia in palio sulle questioni bioetiche, in questa come in altre vicende simili. In questa parte non credo sia venuta meno la buona fede, nè una volontà sincera di stare facendo qualcosa per il bene della ragazza. E proprio questo è, secondo me, l’aspetto più inquietante ed oscuro. Perchè misura l’assuefazione delle coscienze ad una cultura che io definisco semplicemente antiumana.
    armando

    Comment by armando — February 16, 2009 @ 4:05 pm

  4. Ciao Armando, come ha scritto benissimo Cesare nel post “Oggettività del bene” non ci spetta appunto indagare le motivazioni o condannare le persone, ma assumersi la responsabilità del giudizio razionale dei fatti, come si presentano oggettivamente.
    Ricordando sempre che la suprema forma di Carità è dire la Verità, perché è ciò che scongiura la “dittatura sentimentale” di cui ha parlato Massimiliano Fiorin.
    Riporto alcune parole di mons. Babini (Vescovo Emerito di Grossetto) a riguardo, il testo completo qui: http://paparatzinger2-blograffaella.blogspot.com/2009/02/mons-babini-scrive-ad-avvenire-su.html

    Se capitasse, come è capitato tante volte, che in un incidente automobilistico una povera figliola o un povero figliolo rimanessero segnati per sempre nel loro fisico, certo sarebbe un grande dolore per i familiari. Ma se il padre o la madre in un caso simile, (ora non parlo del caso Englaro ma di un caso che conosco io solo) perdesse la testa e cercasse complicità a destra e a manca pur di togliere la figlia o il figlio sofferente, alle suore che lo curano con amore, per consegnarlo ai monatti, e poi aggiungesse anche che non perdona le suore che hanno messo le mani nel corpo del loro congiunto, non ci vorrebbe molto a capire che avrebbe perso la testa.
    In questi casi la carità cristiana, anzi Gesù stesso, insegna che dobbiamo dirgli lo sbaglio che sta facendo, una volta, due volte. Se non ascolta, dobbiamo dirlo alla Comunità. Se neanche la comunità capisce vuol dire che hanno perso la testa l’uno e gli altri insieme e non rimane che pregare il buon Dio che gliela faccia ritrovare. Intendo dire, infine, che resta intatto il dovere di affrontare le avversità con il coraggio necessario. Costi quel che costi.

    Comment by Paolo — February 17, 2009 @ 6:35 am

  5. Non voglio polemizzare con punti di vista che ritengo troppo scardinati dal caso concreto e dalla volontà di comprenderlo, ma mi limito a formulare alcune domande:

    1) per i cattolici la vita va intesa in senso strettamente medico? In altre parole, si è vivi finchè non si ha un’encefalogramma piatto o essere vivi implica avera una coscienza e potersi rapportare a Dio ? Mi sembra che anche i teologi non siano del tutto d’accordo sul punto.

    2) La difesa della vita così dogmaticamente intesa, in qualunque stato e in qualunque condizione, non rischia di diventare un feticcio ? Se la scienza, un domani, sarà in grado di mantenere le persone vive per centinaia di anni in stato vegetativo dovremo difendere tali conquiste o ritenerle disumane?

    3)Rimettere la vita delle persone senza possibilità di miglioramento nelle mani della tecnica (e anche l’alimentazione artificiale è una tecnica) non significa sottrarle alla volontà di Dio e al naturale decorso della natura per introdurle in un circuito meramente scientifico e materialista ?

    Su questi temi non ho sentito alcuna riflessione soddisfaciente.

    Comment by paolo — February 17, 2009 @ 11:32 am

  6. 1)La domanda sui cattolici dovrebbe essere rivolta altrove. I MS sono un gruppo di uomini di cui fanno parte a n c h e cattolici, proficuamente e con passione, ma non sono un gruppo cattolico. D’altra parte la distinzione fra cattolici e non, è falsa, fuorviante, e voluta ad arte per innescare una guerra religiosa che non ha ragione d’essere. Lei dice che non tutti i teologi sono concordi su cosa definire vita, quindi anche sulla vicenda Eluana. E’ vero, ma lo è altrettanto che atei a 24 carati, cito per tutti Enzo Jannacci (medico e cantante di sinistra) e Giuliano Ferrara (intellettuale di destra), hanno pronunciato parole forti e inequivocabili sulla vicenda, entrambi contro il distacco del sondino. La verità è che i temi etici, o meglio antropologici, sono trasversali e guai non fosse così. Per stare dalla parte della vita non occorre invocare la fede, basta una autentica coscenza laica.
    2) Alla domanda di cosa è la vita, le rispondo che non ci può essere risposta pienamente soddisfacente, ma che quella dello scientismo lo è meno delle altre. Lei si chiede, retoricamente, se per i cattolici vita è avere una coscenza attiva in grado di rapportarsi a Dio. Ancora una volta non occorre invocare il cattolicesimo. La coscenza è la capacità, unicamente umana, di pensarsi come un IO separato da un TU e dal mondo, dunque è autocoscenza. Ogni uomo, credente o meno, ne è dotato almeno potenzialmente. Questo fa la differenza, per cui anche una persona non ancora o non più dotata di coscenza attiva (un neonato o una persona celebrolesa gravemente)non perde per questo lo status e la dignità di persona, e come tale va trattata. Se così non fosse, se lo status di persona umana fosse attribuibile solo ai dotati di coscenza attiva, la vita delle persone non in quella condizione diverrebbe disponibile, come vuole una precisa tendenza “culturale”.
    Lo scienziato e premio Nobel Peter Singer, ad esempio, non vede alcun scandalo nell’eliminazione fisica di bambini e dementi la cui vita non sarebbe degna di essere vissuta.
    Guardi, io non dico che chi pensa questo sia un nazista, ma è un fatto che quelle concezioni rievochino sinistramente proprio quelle del nazismo, ne siano o meno consapevoli i loro sostenitori. Anche i nazisti, infatti, dissimulavano i loro progetti eugenisti dietro ragionamenti simili, facenti leva sui sentimenti “umanitari” e di “pietà” verso vite definite non degne di essere vissute.
    In base a quali parametri certi sarebbe così?
    La scienza non lo sa e non lo può dire, ma riesce a distinguere fra morte celebrale e stato vegetativo persistente. E sono più di uno i malati in quest’ultima situazione che si sono “miracolosamente” e misteriosamente risvegliati raccontando poi le sensazioni vissute in quel periodo. Dunque questa possibilità esiste, dunque nessuno sa dire cosa davvero provi un paziente in stato vegetativo. E nel dubbio si ha l’obbligo di fermarsi. Si assolve, non si condanna. E’ forse il più alto principio di civiltà giuridica. Principio laico, per cui ancora una volta è inutile invocare la religione o la fede.
    Nessun dogma, quindi, ma al contrario un elementare principio di precauzione.
    Se neanche la scienza offre certezze, ammesso e niente affatto concesso che lo possa fare in questioni che la trascendono (quì si aprirebbe un terreno di discussione vasto, concernente le pretesa della scienza di avere accesso alle origini della vita e di assoluta oggettività e autoevidenza. Troppo lungo discuterne quì. E’ però dimostrato e dimostrabile che ogni paradigma scientifico sottende in realtà una precisa concezione del mondo. Rimando per questo a Thomas Kuhn, “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” Einaudi 1969, e Barcellona-Garufi, ” Il furto dell’anima”, Dedalo 2008), tanto meno quelle certezze possono venire dallo Stato. Il quale dunque, se non vuole essere davvero Stato etico, non possiede nessun titolo per decidere nè la dignità di una vita, nè quando e come avviare pratiche burocratiche di morte. Lo Stato non può che limitarsi a riconoscere un principio che lo trascende: la vita umana è intangibile, ben sapendo poi che gli uomini dovranno fare i conti con tanti casi particolari, usando per ciascuno di essi la “pietas” e la clemenza che si rendano necessarie nelle circostanze specifiche. Ogni altra soluzione, ogni pretesa di protocollare e regolamentare la morte rendendola “legale” intaccando quel principio simbolico, non solo è segno di onnipotenza, ma apre la strada a qualsiasi abuso futuro. Anche di questo scrivono Testart e Godin, scienziato il primo e filosofo il secondo, entrambi ancora una volta laici, ne “La vita in vendita”.

    Ben altro discorso invece, sarebbe quello sulle cure palliative tese ad alleviare il dolore e far trascorrere con dignità al malato gli ultimi momenti della sua vita. Su questo l’Italia è vergognosamente indietro, e di questo, non di altro, si dovrebbe occupare lo Stato una volta sanciti i principi irrinunciabili.

    Lei scrive all’inizio che saremmo “scardinati” dal caso concreto.
    Della vicenda Eluana, ho capito questo:
    - Eluana era priva delle funzioni cerebrali ma non di quelle corporee, e non vi era nessuna certezza che non provasse sensazioni di dolore o che non rispondesse dentro di se a certi stimoli, anche se a livello minimo. Hanno scritto che muoveva gli occhi, che tossiva, che era persona fisicamente sana, per quel che si può esserlo in quella situazione terribile.
    - Eluana veniva portata a passeggio sulla sua sedia a rotelle dalle caritatevoli suore della clinica di Lecco.
    - Eluana non soffriva fisicamente e le uniche “cure” mediche somministratele erano acqua e cibo tramite sondino. Tanto che non aveva mai dovuto assumere antibiotici.
    Insomma Eluana era una persona viva. E la scienza, o meglio certi pretenziosi medici, erano così “certi” della sua indifferenza al dolore che le avevano prescritto la sedazione contemporaneamente all’interruzione dell’idratazione e dell’alimentazione, per evitarle “eventuali” sofferenze. E’ la prova schiacciante che non vi erano certezze. In queste circostanze deve valere il principio di precauzione. Ma era vita degna la sua? E chi siamo noi per giudicare se era degna o meno? I dogmi, mi creda, sono quelli altrui.
    Rimane, e concludo, la questione del padre e del suo dolore. Ho scritto, e lo confermo, che lo comprendo e che a noi non compete il giudizio sulla sua coscenza. Ne risponderà a se stesso e per chi crede a Dio. Ci compete tuttavia il giudizio sugli effetti delle sue azioni pubbliche. C’è chi lo esalta a “eroe della legalita”. Non sono di questa opinione. Beppino Englaro ha combattuto una ultradecennale battaglia affinchè la comunità sancisse il suo diritto di staccare la spina alla figlia. Ma:
    a)Eluana soffriva e il padre ne era certo. In tal caso la sua battaglia per la legalità ha significato per lei un prolungamento, questo si crudele, della sofferenza. Altre volte è accaduto che un familiare, nell’impotenza e nella disperazione di fronte alla sofferenza del malato, staccasse personalmente la spina o uccidesse il congiunto. Non dico che sia un bene o un male, ma quelle persone si sono assunte direttamente una responsabilità di fronte agli uomini, oltre che a se stessi. Non hanno cercato l’impossibile legittimazione giuridica
    dello Stato, che finisce per essere anche legittimazione morale indebita. Oppure
    b) Eluana non soffriva. E allora, può un padre reclamare il diritto di staccare la spina alla figlia, in presenza fra l’altro di una volontà della ragazza ricostruita a posteriori solo sulla base di frasi pronunciate in stato di perfetta salute?
    In entrambi i casi appare, e sottolineo appare perchè non sono dentro la coscenza di Beppino Englaro, che la sua battaglia riguardasse più lui stesso e il suo dramma che non il dolore della figlia.
    Ma basta questo per sancire la morte di una persona?
    Come vede, da laico “devoto” che si ferma attonito e rispettoso di fronte al mistero della vita, non ho fatto ricorso ad alcun argomento di fede.
    Armando

    Comment by Administrator — February 18, 2009 @ 1:20 am

  7. Che dire, giustamente non posso rispondere con questioni di fede, ma sarei firtemente tentato, in ogni caso, non credo sia questione di capire cosa è vita o cosa non lo è credo bisognerebbe avere l’umiltà di non intervenire su ciò che non è nostro, e questo credo sia evidente, ma di che in modo altrettanto evidente ci appropriamo, con affetto cuore missionari

    Comment by Cuore Missionario — February 19, 2009 @ 12:01 pm

  8. Ringrazio per la lunga e interessante risposta.
    Mi permetto solo brevi osservazioni:

    - comunque la si pensi sulla vita e sulla dignità della vita, rimane aperto il problema di quanto la scienza e la tecnica possano incidere sul suo decorso senza snaturarla. Dire che il sondino equivale a mangiare e bere è una mistificazione e non basta l’evocazione delle amorevoli suorine per rendere diversa la realtà. Credo che sia un diritto delle persone rifiutare di essere manipolate dalla tecnica.

    - l’eugenetica fa orrore, ma lo stato nazista eliminava le persone senza chiedere il permesso a nessuno. Il problema qui è completamente diverso e consiste proprio nel rispettare la volontà e le concezioni di ogni essere umano.

    - Lei dice che il sig. Englaro non avrebbe dovuto chiedere una legittimazione giuridica e assumersi pesonalmente la responsabilità di quello che faceva.
    Io penso,invece, che in una comunità debbano esistere regole da tutti rispettate (anche se non da tutti condivise) e che lo stato debba dare risposte ai cittadini. La magistratura ha il diritto e il dovere di decidere e non può sottrarsi a questo compito, anche in assenza di norme ad hoc (la cui mancanza è addebitabile alla politica).

    Comment by paolo — February 19, 2009 @ 12:23 pm

  9. Per Cuore Missionario.Credo che quando una vicenda come quella di Eluana, e prima di Welby, diventa pubblica, si vuole anzi che diventi pubblica, sia impossibile e contraddittorio chiedere il silenzio.
    Ben venga la passione, quando è sincera, anche col rischio di opinioni estremizzate, in ogni senso. Sarebbe molto peggio l’indifferenza.
    armando

    Comment by Administrator — February 20, 2009 @ 6:02 pm

  10. Per Paolo. Le sue osservazioni sono importanti e richiedono una risposta articolata. Mi scuso se sarò di nuovo un po’ lungo, ma non ho il dono della sintesi.
    1) Il problema del diritto di rifutare la manipolazione della tecnica esiste, ed è molto delicato perché i confini sono sfrangiati. Per parte mia non ho una risposta secca e certa. Il sondino non è, naturalmente, come mangiare e bere da parte di una persona sana, eppure c’è differenza fra un paziente in grado di deglutire e in possesso di altre funzioni coroporee essenziali, come era Eluana, e i malati terminali . Certo che si tratta di un ausilio tecnico, ma anche il neonato prematuro che può vivere grazie all’incubatrice viene supportato dalla tecnica, e ovviamente nessuno vorrebbe lasciarlo morire. D’altra parte, esistono purtroppo molte persone non più in grado di badare a se stesse, sia fisicamente sia perché hanno perduto la ragione o la coscienza di sé. Che possono deambulare solo con l’aiuto tecnico di una sedia a rotelle, per esempio, e/o a cui devono essere continuamente somministrati farmaci e sorvegliate affinchè non facciano male a sé e agli altri. Persone per le quali si sa che non c’è nessuna ragionevole possibilità di guarigione. A me sembra terribile pensare di lasciarle morire per questo. La volontà del singolo va rispettata, sono d’accordo. Ma esprimere la propria volontà a futura memoria, quando l’eventualità appare remota, è una cosa, un’altra quando una persona si trova sull’orlo della morte e sa che senza un aiuto non potrà sopravvivere. E poi, anche sul rispetto delle decisioni individuali la cosa non è così semplice. Se mi trovo davanti una persona che, in piena capacità d’intendere e di volere, si sta suicidando, cosa dovrei fare? Lasciare che si suicidi per rispetto alla sua decisione? Ci sono suicidi che, salvati loro “malgrado”, hanno poi ritrovato la forza di vivere e ringraziato il salvatore. A maggior ragione, mi sembra, non si può chiedere alla Comunità di comportarsi come un semplice notaio, neutro e burocratico. L’uomo, la persona, è tale sempre in relazione con gli altri e con la Comunità in cui vive. L’individuo ab-soluto, sciolto dalla relazione, è un’astrazione. Sottende una concezione del mondo individualista, che non regge alla prova di realtà. Sorprende, ma ormai non più di tanto, che di questa concezione si siano fatte paladine proprie quelle forze che per la loro storia, origini culturali e prassi politiche passate, la criticavano con grande asprezza. Ogni Comunità, pena il suo dissolversi nell’indifferenza a tutto favore dei c.d. poteri forti, non può non reggersi su alcuni fondamentali principi condivisi esistenti prima dello Stato. L’intangibilità della vita credo sia uno di questi. Semmai sarebbe bene richiamare lo Stato al loro rispetto, piuttosto che spingere perchè siano intaccati.
    2) L’eugenetica. Certo il nazismo non si faceva tanti scrupoli, eppure non si tratta di qualcosa di “completamente” diverso. Perché il rischio di effetti analoghi è enorme, ed anche i metodi non sono così diametralmente opposti come si crede:
    “Qualche tempo fa rai educational alla 8.45 su rai3, presentò un documentario su AktionT4: negli anni ’30 nella Germania nazista una corriera coi vetri oscurati raggiungeva cittadine e villaggi tedeschi per raccogliere i deformi, i bruti, i deficienti, gli incurabili fisici e psichici, che il medico e l’autorità civile e di pubblica sicurezza locali, avevano schedato e quindi raccolto in un cortile dove la corriera li attendeva. Alla popolazione veniva detto che venivano trasportati in strutture che si sarebbero preoccupate della loro situazione. E ciononostante la popolazione manifestava una fortissima resistenza, intuendo che in realtà i loro cari, come si ostinavano a continuare a chiamarli, sarebbero stati in realtà uccisi. Questo infatti faceva parte del progetto, in codice, Aktion T4. Il regime decise allora di produrre filmati scientifici “autorevoli” e documentari. I documentari erano ispirati appunto al concetto di vita degna di essere vissuta e di bene collettivo. Furono proiettati in ogni cittadina prima che la corriera facesse il suo arrivo. Una parte significativa dei documentari era costituita dalla presentazione di una galleria di esseri umani che nelle immagini e nelle intenzioni della equipe medica, che intendeva rappresentare appunto il sentire dell’autorità secondo scienza e coscienza, di fatto erano solo e soltanto una galleria di esseri che il documentario e la narrazione descriveva in condizioni tali da essere insopportabili in primis a loro stessi. Senza dire con chiarezza che sarebbero stati “liberati da questa condizione” con la morte, tutto era finalizzato a convincere che la morte era un gesto di umana pietà, responsabile e secondo coscienza.” (dalla lista di discussione dei Ms).

    “l’assenza di una specifica normativa coercitiva non dovrebbe rappresentare, a mio avviso, un ostacolo significativo all’applicazione della legge. Le persone che si trovano nell’entourage dell’individuo incapace di intendere, che dirigono la sua vita e che in generale sono in grado di conquistarne la fiducia, possono certamente agevolare in vari modi la messa in opera della legge. Attraverso colloqui, adattati al suo livello intellettuale, essi possono preparalo al semplice intervento operativo e dovrebbero poter avere ragione dell’opposizione che inizialmente può sussistere” (il giurista Ragnar Bergendal nella sua proposta del 1932 rivolta al governo socialdemocratico svedese, per superare la bocciatura della proposta di legge del 1931. da http//:www.maschiselvatici.it/accadeoggi/eugenetica/htm, a cui rimando per altre “chicche”. Autocitarsi è antipatico, ma qui non c’è spazio per sviscerare l’argomento più in profondità.

    Dunque, non c’è poi tutta questa grande differenza fra i metodi hitleriani e quelli “democratici” fatti di convinzione, allora “porta a porta” ora mediatica tramite i ben più potenti strumenti tecnologici disponibili. Anche se occorre precisare che la seconda citazione si riferisce alla sterilizzazione di donne (e uomini) considerati dementi, la sostanza del concetto di eugenetica non cambia. Si tratta in ogni caso di migliorare la specie mediante o l’eliminazione degli “indegni” o prevenendo la loro nascita, di qualunque argomentazione questa pratica si avvalga.

    La verità, conosciuta da pochi, è che l’Eugentica non è una triste invenzione del nazismo. E’ nata invece in ambienti “progressisti” alla fine del XIX secolo, ed è stata applicata su larga scala in Usa, Svezia, Danimarca, Inghilterra, Cina, etc. etc. fino agli anni 70 del XX secolo.
    E a proposito degli esiti dell’eugenetica nazista e di quella “democratica, scrive il biologo Jacques Testart nel libro La vita in vendita ,che ho già citato nella risposta alla sua prima mail, riferendosi alle pratiche di selezione degli embrioni:
    “ Per molti, la parola eugenetica non si applicherebbe a progetti di questo genere. Perché? Perché l’eugenetica era una pratica di massa, decisa da uno Stato che stabiliva delle direttive riguardanti il normale e l’anormale…..Oggi non sarebbe più la stessa cosa, perché la malformazione sarebbe messa in conto dalla coppia e si tratterebbe dunque di decisioni individuali. Azzardo una domanda: conosce molte persone che vorrebbero un figlio che misura un metro e quaranta, o che sia gobbo, cieco, o che rischi di ammalarsi precocemente di cancro?”

    3) Le regole, la legge e la coscienza. Nessun dubbio che ci debbano essere regole, ma non sono d’accordo che il loro rispetto sia il valore supremo. Quando la legge contrasta irriducibilmente con la propria coscienza credo che debba prevalere quest’ultima, naturalmente assumendosene la responsabilità. Le chiedo: durante la vigenza delle odiose leggi razziali fasciste, era miglior cittadino (ma direi meglio uomo) quello che ad esse si sottometteva o quello che ad esse si ribellava e le contrastava come poteva?
    So bene che esiste una grande differenza fra uno stato autoritario ed uno democratico, ma la democrazia non mette automaticamente al riparo da leggi ingiuste o che contrastino con le più profonde convinzioni personali.
    Ogni legge ha sempre anche un carattere pedagogico e di legittimazione morale, e il suo rispetto sempre e comunque come primo imperativo finisce per significare che la coscienza individuale è malleabile e comunque non conta.
    Fra l’altro le leggi cambiano, e ciò che è legale oggi domani potrebbe non esserlo più e viceversa.
    Come potrebbero allora costituire il fondamento vero e profondo della convivenza civile che per essere tale deve provenire dal di dentro delle persone e non da qualcosa di esterno a loro?
    E’ per questo che secondo me tutte le periodiche campagne per la legalità sono destinate a fallire sistematicamente.
    Il selvatico non è un legalista o un feticista della legge, semmai è un feticista della propria coscienza. Per rispettare la quale si dovrebbe essere disposti a pagare un prezzo, anche se è difficile, anche se non sempre ci si riesce, perché l’essere umano è intrinsecamente limitato.
    In fondo il vero “eroe” non è solo colui che compie grandi e coraggiosissime imprese, ma colui che si sforza di restare fedele a se stesso. Scriveva Bertold Brecht : “beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”. Frase sciagurata, sotto ogni punto di vista. Una società siffatta sarebbe la più stagnante e conformista, sostanzialmente prona al potere e immobile. E’ l’eroe, nel senso che ho detto, che imprime dinamismo e cambiamento, che sfugge alla cappa dell’opinione media, tanto più opprimente oggi che i metodi di controllo sociale si raffinano ogni giorno di più. E’ la società che noi definiamo della Grande Madre, che accompagna i cittadini/sudditi dalla nascita alla morte irretendoli in una rete di leggi, provvedimenti, guarentigie e salvaguardie sociali che prese una per una non è detto siano negative, ma che finiscono per ucciderne lo spirito. Sarà un caso che la Svezia, che di quella società può essere presa ad emblema, sia il paese che detiene il record di suicidi?
    armando

    Comment by Administrator — February 20, 2009 @ 10:51 pm

  11. Egregio Armando,
    ritengo che le sue argomentazioni siano da condividere. Mi sembra, però, che chi si trova in stato vegetativo da molti anni non possa essere paragonato ad un neonato, ad un aspirante suicida o ad un anziano non autosufficiente perchè in quei casi la nutrizione e la cura(anche psicologica) offrono una prospettiva di crescita o di guarigione o almeno di miglioramento.
    Intervengo un’ultima volta sull’argomento per esprimere il dubbio che la (sacrosanta) difesa dei deboli e dei malati possa convertirsi in una degenerazione della stessa.
    Se il totalitarsmo espropria i corpi ammantando di ragioni etiche i suoi crimini, come lei ha ben illustrato, non vorrei che il timore di queste derive si tramutasse in una forma opposta di dominio: la cura di stato imposta a tutti e in tutte le circostanze,anche contro il buon senso e, soprattutto, conculcando le libertà individuali.

    Comment by paolo — February 24, 2009 @ 2:04 pm

  12. Egregio Paolo, quando paventa il pericolo della forma di dominio consistente nella cura di stato, sono d’accordo con lei. Proprio per questo sono personalmente contrario alle leggi sul testamento biologico. Come ha ben argomentato Angelo Panebianco su Il Corriere della Sera, esiste una zona grigia, sfrangiata, che bene sarebbe fosse riservata alla coscenza di familiari e medici. Quella in cui decisioni sofferte e dolorose si possono prendere solo interrogando se stessi, senza la surroga di nessun Stato.
    Credo purtroppo che dopo la decisione della magistratura, fortemente cercata e voluta per pubblicizzare e politicizzare la vicenda, sarà molto più difficile. Perchè se l’intervento dello Stato su queste materie è improprio, ancor più lo è quello della magistratura. Si è creato un precedente, e con esso la possibilità che altre situazioni simili si presentino. Non rimane che sperare che la legge prossima ventura, nel riaffermare pubblicamente principi irrinunciabili, lasci però tutti gli spazi possibili a quella zona grigia di cui parlavo.
    armando

    Comment by armando — February 25, 2009 @ 10:17 am

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