IL PADRE E GLI STUPRI
di Armando Ermini
Scrive la sociologa Chiara Saraceno (fonte La Repubblica.it del 29 gennaio 2009):
Mi hanno colpito le parole gridate dopo l’arresto dell’autore dello stupro di Capodanno: “consegnatelo al padre di lei- diceva la gente-ci penserà lui”. Una reazione comprensibile certo, ma come se fosse compito del padre vendicare l’aggressione della figlia, perché il corpo femminile continua ad essere una proprietà maschile…Del resto lo stesso premier ha chiesto un soldato per ogni bella ragazza- ricorda Chiara Saraceno- come se la risposta alla violenza fosse quella di mettere sotto scorta le donne. Credo che nelle città ci vorrebbero più luci che poliziotti, e non vedo in questa rabbia gridata il segno di una evoluzione delle coscienze, ma di una involuzione”
In uno stato di diritto la vendetta privata non è naturalmente ammissibile, ma siamo certi che quel grido fosse solo questo, e non rappresentasse piuttosto una iniziale presa di coscienza, ancora non elaborata ed espressa sull’onda della collera, dei guai provocati dall’eclisse del padre?
Sociologi e filosofi ci hanno spiegato che un effetto indotto dalla società moderna, che alcuni definiscono ormai post-moderna o post-umana, è la disgregazione dei vincoli familiari e che in questo processo la figura paterna, garante dell’ordine simbolico su cui si strutturavano le società del passato, si sbiadisce fino a perdere ogni suo antico connotato.
Per Zigmut Baumann, (Homo consumans. Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi), la società liquida dei consumi disgrega ogni legame durevole e favorisce solo, per sue necessità interne di funzionamento, .. legami che durano il tempo dell’atto di consumo. […] Questi legami [..] non hanno alcuna influenza sui movimenti futuri dello sciame e non proiettano alcuna luce sul passato dei suoi componenti. […] Quel che in passato ha tenuto uniti i membri di un nucleo familiare attorno a un focolare e ha reso il focolare lo strumento di integrazione e affermazione della famiglia, è stato in larga parte l’aspetto produttivo del consumo”, e parla di irrilevanza dei legami umani nella società dei consumi della modernità liquida.
Pietro Barcellona (Il furto dell’anima, Dedalo 2008) scrive riferendosi alle trasformazioni del capitalismo che,… tutto ciò porterà alla disgregazione della famiglia, al lavoro individuale ……….
Esistono ormai ampie statistiche, vedi ad esempio Claudio Risè ne “Il padre l’assente inaccettabile” (San Paolo Edizioni), che dimostrano che la famiglia disgregata, di fatto quella senza la presenza paterna o con una paternità debole, è il brodo di coltura di comportamenti delinquenziali, compresi i reati a sfondo sessuale, ma anche moltiplicatore di insicurezza per le vittime.
La rivoluzione sessuale degli anni ’60, salutata come vittoria delle libertà femminili e giovanili, si sta ritorcendo, dal punto di vista dei reati sessuali, proprio contro le sue autrici. E non perché, come vorrebbe la vulgata corrente, siamo in presenza di un revanscimo machista e patriarcale, ma perché, come spiega con una impressionante messe di dati P. Rhodes in “Uguali mai” (Lindau), la sessualità femminile è diversa da quella maschile. I nuovi costumi sessuali e i nuovi stili di vita, ponendo maschi e femmine su un astratto piano di parità, hanno allentato nei maschi gli antichi vincoli psicologici e contemporaneamente privato le femmine delle difese sociali di cui disponevano, la famiglia in primo luogo ed in essa il padre, senza per questo che il loro approccio alla sessualità sia cambiato in profondità, adeguandosi solo superficialmente alle tendenze di moda imposte dai media.
In “Don Giovanni. L’ingannatore”, lo stesso Risè legge la vicenda del grande seduttore come ribellione alla legge del padre, di cui fanno immancabilmente le spese le donne da lui sedotte e poi scartate. “Donne d’ingegno”, le definisce, anelanti libertà e indipendenza, che però immancabilmente cadono in trappola, finendo per subire veri e propri stupri psichici.
Eppure Don Giovanni ha trovato, come campione di libertà e ribellione a canoni sessuali restrittivi e oppressivi, molte ammiratrici anche in ambienti femministi.
Non meraviglia dunque che Chiara Saraceno, per la sua formazione culturale e le sue idee, scorga nel riferimento al padre unicamente un aspetto repressivo e/o di controllo “proprietario” del corpo femminile, piuttosto che la funzione equilibratrice che crea le condizioni affinchè la figlia possa godere di una effettiva libertà consapevole da un lato, e dall’altro trasmetta e insegni al figlio maschio una virilità non predatrice. Di questo infatti si tratta, e non di tutela oppressiva, tutela che d’altra parte è vista invece con favore quando è esercitata dalle istituzioni.
Diventa allora inevitabile che la Saraceno, ed in genere gli ambienti culturali da lei frequentati, non si accorgano di scambiare gli effetti con le cause, finendo così per contribuire a creare o rafforzare proprio quelle condizioni per cui la violenza, ed in specie quella sessuale, è destinata ad aumentare.
In realtà le ricette che da opposti fronti vengono proposte per arginare il fenomeno sembrano opposte e irriducibili, ma hanno anche qualcosa in comune: si rifutano di analizzare le cause o sbagliano analisi e dunque soluzioni, con ciò consegnandosi ad una sostanziale impotenza. La risposta solo repressiva, da cui pure non si può prescindere (e senza sconti), non si cura in contemporanea di prendersi cura di una vera “educazione sentimentale” dei giovani, maschi e femmine, che solo un’attenta presenza genitoriale ed in particolare paterna, per la quale si dovrebbero però creare le condizioni, può garantire. La risposta diciamo così “libertaria”, d’altra parte, insiste nel considerare la famiglia in sé, e non la sua disgregazione, come luogo e fonte principale della violenza. Propugnando la sua fine, almeno nelle forme tramandateci dagli avi, diventa di perfetto supporto all’ordine (ma ormai è più congruo chiamarlo disordine) economico vigente che, come scrivono gli autori citati, insospettabili di “oscurantismo clericale”, necessita per il suo funzionamento di individui slegati da ogni vincolo comunitario. Non solo, in questa illusoria fuga in avanti e di fronte al fallimento delle sue ricette, finisce inevitabilmente per puntare il dito accusatorio sulla sessualità maschile, “sbagliata” in quanto tale. Ne risultano proposte di soluzione di repressione soft, stile “campi di rieducazione” per il genere maschile di sovietica memoria (quando invece l’educazione sentimentale dovrebbe coinvolgere entrambi i generi), magari affidati a istituzioni statali rette da donne, oppure inutili corsi di “legalità” come se il rispetto degli altri fosse una poesia da imparare a memoria e non un vissuto autentico da cui scaturisca anche l’imperativo morale, oppure ancora soluzioni che, se la questione non fosse davvero seria, potrebbero essere definite esilaranti, come le luci nelle città al posto dei poliziotti. E’ la montagna che partorisce il topolino, inutile per i fini dichiarati, ma non per questo meno pericoloso.

















Ottimo articolo, concordo nel vedere nella dissoluzione dei legami familiari, che sono il nucleo alla base del ‘patto sociale’, la ragione del disastro sociale che e’ sotto gli occhi di tutti, solo che secondo me manca la parte sulla ‘coattivita’ che e’ altrettanto importante, perche’ mettere in evidenza il fine che altrimenti rimarrebbe nascosto sotto il velo delle accuse, che e’ appunto quello di ’slegare’ i legami sociali per creare la ’societa’ coercitiva perfetta’, quella con una telecamera in ogni angolo della strada.
Ossia come ci dice metaforicamente la Saraceno, una citta’ con piu’ ‘luci’.
Comment by Ciro — February 2, 2009 @ 12:56 pm
“Illuminante” la tua lettura della frase sulle luci. Sulla coattività concordo con te, nel senso che si verifica una catena perversa. Si allentano i legami sociali in nome della libertà individuale, con ciò formando però individui non più liberi, ma più soli e dunque più manipolabili dal potere per i suoi usi. Più soli e manipolabili significa anche individui meno responsabili e più inclini a delinquere se non altro perchè si allenta la coscienza morale. E questo implica la necessità di un quid sempre crescente di coercizione e di controllo che il potere si assume in prima persona al posto degli antichi “guardiani” che però non erano solo tali ma insegnavano il rispetto di codici di comportamento introiettati nelle coscienze individuali al di là della legge umana e dei codici penali.
Così il cerchio si chiude, ma il problema non viene affatto risolto.
armando
Comment by Administrator — February 2, 2009 @ 7:05 pm
Non saprei dire se il fenomeno degli stupri è realmente in aumento oppure se oggi, molto più semplicemente, se ne parla di più. Comunque sia c’è una cosa che da giovane uomo non mi è chiara: uno stupratore, come fa ad avere un’ erezione, di fronte a una donna che urla e lo rifiuta? Mi chiedo: lo stupratore è un uomo “anormale” oppure esistono delle situazioni, delle circostanze, in cui anche un uomo “normale” può trasformarsi in un violentatore? O entrambe le cose? Eppoi, quanto lo stupro può considerarsi “culturale” e quanto “naturale” ?
Per esempio, in natura esiste “l’accoppiamento coatto” fra numerose specie animali: ma quanto questo può essere preso come metro di paragone per gli esseri umani? Del resto esistono e sono esistiti gli stupri di guerra (basti pensare alla Bosnia), ma è anche vero che molto spesso a stuprare sono uomini agli ultimi gradini della scala sociale. Secondo le femministe lo stupro non c’entrerebbe niente col sesso, secondo altri studiosi c’entrerebbe solo in parte, e secondo altri ancora c’entrerebbe molto.
Qual è la vostra posizione al riguardo?
p.s.: alcuni/e per dimostrare che lo stupro non c’entra niente con il sesso, portano come esempio gli uomini stuprati in carcere da altri uomini.
Secondo loro a stuprare questi uomini sarebbero sempre e solo degli uomini etero, non gay o bisex. A voi risulta? Ve lo chiedo perché a me risulta veramente difficile da credere.
Comment by Mauro — February 3, 2009 @ 4:47 pm