In memoria di Fabrizio De Andrè
di Davide Giandrini
Nel novanta avevo 19 anni, magro come un hippy e con i capelli lunghi alle spalle la prima volta che insieme a una mora fidanzata andai a Tempio Pausania per incontrare Fabrizio De André. Occorreva arrivare nella zona industriale della piccola città, lasciarla alle spalle e cominciare a percorrere se ricordo bene via Bachisio, una sterrata tra il verde selvatico e qualche vacca. Dopo due tre chilometri un cartello di legno indicava “l’Agnata”, la tenuta dove De André insieme alla bellissima Dori viveva quasi tutto l’anno praticando il mestiere di contadino. Ne ero e ne sono innamorato. Di Fabrizio. Mi commuove molto di lui. L’eleganza dei modi, la voce profetica, l’andatura appoggiata e la palpebra offesa, le parole che arrivano da un luogo profondo, forse dall’acqua o dalla terra, di certo da qualcosa che ha a che fare con il Silenzio. Tornai qualche anno dopo e dopo ancora, e poi lo incontrai in giro per concerti. L’undici gennaio del novantanove per l’ultimo saluto partii al mattino presto da Milano per arrivare tra i primi nella Basilica di Santa Maria Assunta sulla Collina di Carignano a Genova. Gli volevo bene. Molto.
Domani saranno passati dieci anni dal quel saluto, una Mostra curata con la gratitudine che un figlio porta ad un padre, lo ricorda a Palazzo Ducale di Genova fino ai primi di maggio.
Di Fabrizio De André si conosce molto, si sà che si dichiarava anarchico che amava la natura e l’astrologia, lo dicono tutti. Si sà delle scorribande giovanili tra prostitute e transessuali con l’amico Paolo Villaggio. Si ricordano le date del suo rapimento. Si sà anche che ha bevuto tanto whisky, e molti ricordano addirittura la marca delle sigarette che fumava. E ovviamente, tutti sanno, che ha cantato di puttane e magnacci, di delinquenti e assassini di omosessuali discriminati e di emarginazione. Si sà, appunto, lo dicono tutti.
C’è però un’altra persona, la sola di cui Fabrizio abbia cantato per tutta la vita. Una persona che l’ha disturbato come una scheggia sotto il tallone, che l’ha però accompagnato come un abbraccio caldo. Non ha potuto fare un passo senza ricordarsi di quella persona. Gli ha regalato decine di canzoni. Gli ha regalato centinaia di versi. Alla vicenda umana di questa persona gli ha dedicato un disco intero e, io credo, gran parte del suo cuore. Fino all’ultima canzone, fino a quella “gocce di splendore consegnata alla morte”. Gesù.
Ma di questo, mostre commemorazioni e memorie varie non se ne ricordano. Infiocchettando così i vari bla bla bla su prostitute travestiti e disperazioni varie dentro un pacchetto che profuma di consumismo e ideologia. Peccato.
Carissimo Fabrizio. dg















