Grembiulini
di Armando Ermini
Strano paese il nostro.
Governi e opposizioni, come sempre, si scambiano le parti e ciò che era bandiera degli uni, quando viene sventolata dagli altri diventa nel migliore dei casi un falso problema, comunque ininfluente anche se fino a poco prima lo si era giudicato di alto valore simbolico. Mi riferisco per la precisione alle divise scolastiche uguali per tutti, gli ormai famosi grembiulini, che da simbolo di una scuola che non dovrebbe discriminare vengono derubricati ad abile mossa governativa per dissimulare altre e sostanziose differenze a cui non si vuole mettere mano.
Ora, che tali differenze (di classe, di ceto, di censo) esistano, è una verità incontrovertibile e non sarà certamente il grembiulino ad annullarle. E d’altra parte la scuola da sola non può bastare a farlo, quand’anche le si volesse assegnare questo compito diciamo così improprio e al di sopra delle sue possibilità concrete. Eppure i grembiulini un senso preciso lo hanno: “Voi potete essere figli di professionisti o di operai, di ricchi commercianti o di disoccupati, ma a scuola siete tutti uguali, e dentro la scuola quelle differenze cerchiamo per quanto possibile di non farle pesare”, sembrano dire i grembiulini uguali per tutti. Negli anni ’50, quando la scuola la frequentavo io, era proprio così, e quella scuola fatta di almeno in apparenza di “uguali” sotto la guida del Maestro unico, ha avuto non pochi meriti nel riscatto dei ceti meno favoriti, che nell’accedere ad un livello sia pur basso di alfabetizzazione, trovavano un motivo d’orgoglio e uno strumento concreto di miglioramento della propria condizione. Tanto che la divisa scolastica era un segno di riconoscimento e di differenziazione rispetto a chi la scuola non la frequentava. Questi pensieri mi sono venuti alla mente durante un viaggio in Nepal, paese poverissimo e di quasi esclusiva economia agricola, osservando con quanta contentezza le miriadi bambini che lo popolano, indossano la loro divisina e, altro che mamma in Suv, si sobbarcano ogni giorno anche molte ore di cammino su sentieri e mulattiere ripidissime per andare nella loro scuola, posta di solito nel villaggio più importante della zona. Ai trekkers di passaggio ogni bimbo domanda sempre :”School pen?” nella speranza di “conquistare” una penna a sfera, ed alla sera sui muretti dei villaggi, davanti alle case, si vedono bambini impegnatissimi a fare i compiti sui loro quadernetti sgualciti ed austeri.
I risultati sono tangibili. All’ingresso di un villaggio sono entrato in una piccola, povera, pasticceria dove erano un uomo giovane e un ragazzino di circa dieci anni. L’uomo era silenzioso, quasi intimidito. Il ragazzino invece, che sapeva far di conto e conosceva un po’ d’inglese, ha preso seriamente in mano la situazione e si è messo ad illustrare i prodotti (sorprendentemente buoni) e contrattare il prezzo con un messaggio non espresso ma molto chiaro: “io so come trattare, ho gli strumenti per farlo e il futuro mi appartiene”.
Ecco, invece di perderci in polemiche sterili e strumentali, dovremmo tornare a conferire alle cose il loro vero valore, con un bagno di umiltà che ci coinvolga tutti quanti.
Riporta Libero di venerdì 14 novembre, il manifesto che le organizzatrici (Telefono Donna onlus) della manifestazione del 25 novembre (giornata contro la violenza sulle donne) hanno ideato: una donna nuda, su un letto, in posizione di crocifissa, con la scritta “chi paga per i peccati dell’uomo?”, intendendosi il maschio. L’implicita assurda autoassoluzione e accusa altrui è un manifesto alla cecità conseguente alla autoreferenzialità femminile. Non è così che si risolve il problema, non è così che se ne parla. Non è così perché così non è la verità. Si mette in campo una menzogna e la propria propensione alla menzogna: la menzogna ideologica della colpa collettiva del genere maschile e dell’innocenza collettiva dell’altro. Menzogna a fondamento della identica cultura e visione che ha portato al manifesto di Oliviero Toscani, pagato dalle donne della rivista Donna Moderna, con i due bimbi nudi, l’uno maschio il carnefice, l’altro femmina la vittima. La più falsa, regressiva, violenta e offensiva immagine contro l’infanzia (e il volto di due bimbi reali) che l’iconografia di tutti i tempi ricordi. Ancora una volta alcune donne si affidano ad una immagine che traduca e comunichi il medesimo falso giudizio. Ancora una volta una comunicazione che va nella direzione di scatenare la guerra contro i maschi attribuendo loro il Peccato del Mondo; e ci si culla nella illusione che sia giusto e vero chiamarsi innocenti, ovvero chiamarsi fuori della comune umanità nella corresponsabilità delle dolorose, drammatiche scelte ed errori della vita e della Storia. Questa donna fuori della vita e della Storia se non come vittima del maschio è la donna reale? e questo maschio è reale? Mi dispiace moltissimo che ancora una volta alcune donne imbocchino la strada sbagliata come già denunciato dalla Badinter nel libro omonimo. Scatenare la guerra contro i maschi è perderli. 














