October 14, 2008

IL SUICIDIO MASCHILE: PERCHE’ ?

Filed under: La condizione maschile - Administrator @ 8:25 pm

di Armando Ermini

Questi i dati ISTAT ufficiali relativi ai suicidi in Italia aggiornati al 2003 (fra parentesi i dati 2002).

DECESSI PER SUICIDIO E AUTOLESIONE
Maschi: 3.078 (3.145)
Femmine: 997 (924)

DECESSI PER CLASSE DI ETA’ 15-49 ANNI
Maschi: 6.387
Ø Di cui per omicidio e aggressione: 341
Ø Di cui per suicidio e autolesione: 1.342
Femmine: 1.353
Ø Di cui per omicidio e aggressione: 101
Ø Di cui per suicidio e autolesione: 376

Come si può notare i suicidi maschili sono pari al 75% del totale e al 78% nella classe d’età presa in considerazione (dalla giovinezza alla piena maturità). Poco si sa di statisticamente certo sui motivi che spingono così tanti maschi a togliersi la vita. I pochi e parziali studi in proposito (www.famvin.org) ci dicono di forme depressive e disturbi della personalità, e in alta percentuale di concomitante consumo di cannabis e cocaina (nel caso dei maschi più giovani). Sembrano ipotizzare un nesso fra questi elementi ma ancora, almeno in Italia, non indagano sull’origine della depressione. In ogni caso, i numeri, molto superiori a quelli dei morti sul lavoro, sono tali che fare qualche ipotesi sui perché del suicidio è doveroso, tenuto anche conto che il fenomeno è un fatto comune in tutta Europa.
Le cronache ci parlano spesso di suicidi e omicidi compiuti da uomini che a causa di separazioni coniugali hanno improvvisamente perduto famiglia, figli, casa, oppure da uomini che, privati del lavoro cui si sono dedicati tutta la vita, perdono ogni speranza e si uccidono. Giornalisti, sociologi, e (pseudo)psicologi/ghe tendono a spiegare il fenomeno con una supposta maggiore fragilità maschile di fronte alle avversità della vita rispetto a una maggiore saldezza delle donne, capaci invece in tali situazioni di ritrovare la forza di vivere dedicandosi con passione ad altro, ad esempio ai figli o alla casa. Argomentazioni simili si ascoltano anche parlando direttamente con amiche, mogli o amanti: quasi un ritornello. Ecco uno dei tipici refrain: “Voi uomini quando perdete il lavoro andate in depressione e vi disperate, noi invece siamo capaci di continuare a vivere”.
Se la categoria della “fragilità” psichica è dedotta a posteriori dai numeri e dunque senza un’interpretazione che aiuti a capire il fenomeno, tuttavia negli argomenti degli “esperti” e nei luoghi comuni esiste un nocciolo di verità, non certo attinente alla fragilità quanto piuttosto al modo diverso con cui maschi e femmine si pongono di fronte al mondo e concepiscono se stessi in rapporto ad esso. Diversità che ha una spiegazione culturale e che, a sua volta, rimanda alla natura stessa dei maschi e delle femmine. Sul piano sociale non c’è dubbio che la pressione cui sono sottoposti gli uomini è nettamente superiore a quella delle donne. Di un maschio che non ha fatto carriera si è soliti dire che è un fallito, o uno sfigato se non ha successo con le donne, attribuzioni che non trovano corrispettivo al femminile. Ed anche quando una famiglia si sfascia si tende ad attribuire all’uomo le maggiori colpe e responsabilità, come dimostra il fatto che i figli sono poi sistematicamente affidati alla madre.
Di fatto, nonostante i tanti cambiamenti sociali avvenuti negli ultimi decenni, al maschio si continuano a chiedere le stesse cose di sempre (ricchezza, potere, successo, prestanza sessuale), anche da parte delle donne così dette emancipate. Anzi, se da un lato la società dei consumi ha accentuato di fatto queste richieste a scapito di altre funzioni maschili e paterne, come quella educativa ad esempio, dall’altro l’ambiente complessivo entro il quale questa pressione viene esercitata è diventato, per il maschio, molto più difficile di prima, in forza delle dinamiche economiche più rapide e del pericolo (o paura) di perdere in breve tempo ciò che si è faticosamente conquistato. E non che, almeno, gli uomini siano lasciati in pace da dedicarsi a ciò che da loro ci si aspetta, perché contemporaneamente è cresciuta a dismisura la richiesta, che ormai potremmo chiamare “intimidazione” sotto pena di scomunica sociale (vedasi Spagna), di collaborare ai lavori domestici in modo paritario per permettere alla moglie di realizzarsi sul lavoro. (E si noti che, nell’opinione comune, per la donna il lavoro è un modo, naturalmente legittimo, di realizzarsi, mentre per un maschio è un obbligo sociale e verso la famiglia).
Non c’è dunque da meravigliarsi se le difficoltà della vita lavorativa gettino gli uomini nella disperazione più cupa, anche perché la perdita del lavoro e del benessere economico implica quasi automaticamente la perdita della famiglia, dei figli, della casa, cioè di tutto ciò per cui l’uomo si è sempre dato da fare nella vita.
Ma questo è solo l’aspetto più superficiale del problema. Mentre per la donna il modo tipico di manifestare amore verso il marito o i figli è, ancora oggi, quello della cura della casa e dell’accudimento, per l’uomo il corrispettivo sta nella capacità di offrire ai propri cari sostentamento e benessere. Nessuna meraviglia quindi che il maschio percepisca la perdita del lavoro come un trauma che incide profondamente non solo sul benessere che non è più in grado di procurare alla famiglia e quindi sulla negata stima sociale conseguente, ma soprattutto sull’autostima e sul valore che il maschio percepisce di sé. Ivan Illich, in Genere e sesso, racconta di una tranquilla cittadina industriale statunitense dove nel primo ’900, in seguito alla chiusura della fabbrica tessile presso cui lavoravano la gran parte degli abitanti maschi, si registrò una impennata vertiginosa di separazioni familiari, violenze, omicidi e suicidi. È del tutto ozioso discutere se questo tipo di reazione nasce dalla natura maschile e femminile, oppure se è frutto di millenni di cultura. È noto che le culture non nascono e non si strutturano mai casualmente o per pura volontà di un gruppo umano, ma (pur nella loro diversità) si innestano sempre su elementi naturali. E’ la fisiologia dei corpi che costituisce la base psichica dei caratteri di genere. E se anche così non fosse, poco cambierebbe. Sarebbe solo la dimostrazione che la cultura incide in profondità sulla psiche tanto da non potersi più scindere da essa.
Il suicidio, come altri comportamenti antisociali che colpiscono in maggioranza gli uomini (droga, alcolismo, comportamenti a rischio) e su cui è doveroso si apra in Italia una riflessione seria oltre la scontata esecrazione, rimanda sempre, al di là delle motivazioni individuali, alla perdita di senso e di ragioni di vivere. In termini simbolici il femminile è corpo, dunque natura, il maschile è storia, dunque cultura, come ammette anche l’insospettabile Umberto Galimberti (vedi www.maschiselvatici.it/accadeoggi/tortura). Questo fatto non è privo di conseguenze sulla psiche, nel senso che il maschio più della femmina, ancorata con più saldezza alle certezze del corpo e della terra, necessita di un ambiente culturale che gli faccia percepire il senso della sua esistenza. Ed allora occorre dire che il repentino stravolgimento sociale a cui abbiamo assistito nell’ultimo secolo e più ancora dal secondo dopoguerra ad oggi, unito alla secolarizzazione del mondo occidentale che ha proiettato l’umanità in una dimensione autoreferenziale e priva di riferimenti all’ordine simbolico del Padre, hanno avuto come effetto proprio lo smarrimento della ragione di vivere che, per la diversità di genere accennata sopra, colpisce più i maschi che le femmine. Dunque il disagio maschile è il sintomo di una percezione di estraneità rispetto a una società che l’uomo non sente più a sua misura. Ma se il connotato specifico del maschile è la “cultura” e quello del femminile è la “natura”, i sintomi della crisi maschile significano immediatamente crisi culturale e dunque della civiltà stessa. Chi esulta per la fine del patriarcato e semplifica i suicidi maschili come incapacità di affrontare i nuovi contesti sociali assunti come un dato, non si rende conto che il mondo post-maschile non sarà affatto il regno della libertà. Esso sarà invece un mondo regredito sul piano psichico e culturale. Fatto che in realtà sta già accadendo: basta osservarsi intorno. Erich Neumann, dopo la seconda guerra mondiale aveva intuito il fenomeno parlando di “ricollettivizzazione delle masse” e di femminilizzazione della coscienza, intendendo con tale termine un nuovo prevalere dell’elemento inconscio il quale, rimosso a causa dell’eccesso di razionalità che contraddistingue il mondo moderno, è stato lasciato libero di agire nell’ombra e di informare di sé i comportamenti reali dell’umanità. Questo fenomeno chiama direttamente in causa il mondo maschile in qualità di costruttore di questa società, ma non si vede quali vantaggi, se non una effimera e provvisoria ebbrezza di potere, possa trarre il mondo femminile dall’eclisse del maschio, di cui i suicidi sono sintomo.

10 Comments »

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  1. Molto delicato questo tema e purtroppo vero. Ho conosciuto molti amici maschi che si sono suicidati nella fascia di età delicata immagino per i maschi, (18 /20 anni) per amore, per tradimento e questo peso che si sentono a volte adosso. Quasi non si li permetta come maschi di essere sensibili, di avere dei momenti di dubbi o ferite (”devono essere sempre forti!”), poi la superficialità di certe donne,la mancanza di sostegno verso l’uomo che dicono amare. A volte ho la sensazione che c’è una grossa pressione su di voi e di solito vi tenete molte vostre preocupazioni dentro; se solo le persone che vi sono accanto potessero imparare ad ascoltare in silenzio e apogiarvi moralmente, già sarebbe una grande cosa.
    Fabia

    Comment by Fabia — October 15, 2008 @ 8:19 am

  2. Cara Fabia, gli uomini hanno necessità non tanto di essere “compresi”, ma di essere rispettati nei loro (nostri) travagli e nelle loro (nostre) ferite, come in sostanza mi sembri dire anche tu.
    Rispettati nel senso di non scambiare il silenzio maschile, che è un non voler sovraccaricare gli altri di troppi pesi, per insensibilità o durezza d’animo. E nel senso di non “pretendere” che il modo d’essere maschile (silenzioso) diventi uguale a quello femminile. E’ vero, sarebbe già una grandissima cosa, perchè se un uomo percepisce rispetto, tirerà fuori il meglio di sè e come sempre troverà il modo di cavarsela coi suoi mezzi. E amerà molto di più la sua compagna.
    armando

    Comment by Administrator — October 15, 2008 @ 9:58 pm

  3. Tolstoi in “Guerra e Pace” di Natasha e del suo modo di rapportarsi al maschile dice che Natasha ha la virtù delle donne autenticamente femminili: quella per cui un uomo di fronte a lei si sente migliore e istintivamente da se stesso tira fuori il meglio di sè come dono per lei.

    Comment by cesare — October 16, 2008 @ 8:05 am

  4. d’altronde, mi pare che proprio in un recente post su questo blog si era parlato della definizione del maschile in termini di rispetto ed onore… anche secondo me c’è una profonda correlazione con la tematica dei silenzi e dei suicidi…

    Carlo
    http://metromaschile.blogspot.com/

    Comment by Carlo — October 17, 2008 @ 9:31 am

  5. ho visto che nel tuo blog prendi posizione contro la droga, io ne ho fatto un blog…

    Comment by luca — October 18, 2008 @ 4:10 pm

  6. Tuttavia a me risulta che, rispetto a quello femminile, il suicidio maschile è molto più diffuso nel mondo occidentale; altrove non è così. Per esempio in Iran e in Afghanistan è più frequente il suicidio femminile; lo stesso dicasi in Cina, dove sono donne il 58% delle persone suicide.
    Non sono un esperto in materia, ma suppongo che questo sia dovuto al fatto che, mentre in quei luoghi sono le donne ad avere condizioni di vita più difficili, in Italia così come in tutto l’Occidente, accade il contrario. Da noi sono gli uomini ad essere svantaggiati.

    Comment by Mauro — October 19, 2008 @ 4:49 pm

  7. Per Mauro. Non conosco esattamente la situazione dei paesi che citi. E’ possibile che la causa sia quella che dici tu. Però non porrei tanto l’accento sugli aspetti materiali della vita, piuttosto su quelli psichici o se vogliamo spirituali. Insomma sul senso che la vita ha o divrebbe avere per ciascun individuo, e senza il quale si rimane preda della disperazione, fino appunto al suicidio. Credo che i tanti “esperti” che ogni giorno ci inondano con stupidate per niente interessanti, farebbero meglio a condurre indagini approfondite su queste cose.

    Comment by Administrator — October 28, 2008 @ 9:02 pm

  8. Mi trovo molto d’accordo con questo articolo. Anche io, a causa di un rapporto sbagliato con una donna piu grande, verso i diciotto anni ho iniziato a soffrire di depressione ed a meditare il suicidio. Oggi sto meglio, ma anch’io sento, fortissima, la mancanza di un senso dela vita dal momento che il ruolo, il potere e le libertà femminili sono cresciuti a dismisura ed in modo totalizzante. Le femministe vogliono toglierci tutto! (Basti pensare al Manifesto per l’eliminazione dei maschi di Valerie Solanas). Spero che questo mio intervento sia letto da alcune di quelle poche donne ancora ben disposte verso il maschile e trovi un riscontro favorevole e serva ad altri unomini nelle mie condizioni per sapere che non sono soli.

    Comment by Maurus — March 7, 2009 @ 3:23 pm

  9. Questo articolo è molto ben scritto e veritiero. Anch’io ho iniziato a soffrire di depressione dai diciott’anni, a causa di un rapporto sbagliato con una donna, ed a nutrire pensieri di suicidio che, per fortuna , ora sono spariti. Tuttavia, avverto una fortissima mancanza di senso della vita. Viviamo in una società dove alle donne tutto è permesso e noi non abbiamo più niente da dare. La pubblicità e le arti (vedi la musica) non fanno altro che ridicolizzare ulteriormente questa nostra ricerca di un senso della vita. Mi auguro solo che qualcosa cambi, anche se sono pessimista al riguardo.

    Comment by Maurus — March 7, 2009 @ 3:38 pm

  10. caro maurus,
    l’uomo non è solo.
    quando si affida troppo alla donna (mamma) sperando di ricevere da lei tutta la felicità, allora rischia di rimanere solo (e cade in depressione). ma rimane solo perché lui stesso ha già in precedenza abbandonato la via maschile alla conquista della vita.
    attraverso questa via, nel cui cammino si è inevitabilmente in compagnia di altri uomini, si arriva anche alla donna e alla pienezza.
    la comunità degli uomini esiste. e leccandosi le ferite dopo ogni battaglia della vita guarda in avanti con ottimismo.
    e non si preoccupa di quello che fanno le donne che non amano gli uomini.
    il pessimismo è ancora un nome per la mancanza di speranza. non cedere a questo gioco. cerca la felicità maschile. c’è.
    auguri,
    guido

    Comment by guido venturini — March 8, 2009 @ 8:17 am

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