E tu, glielo hai chiesto?
di Cesare Brivio
Le Pari Opportunità della provincia di Brescia utilizzano i parametri della ricerca ISTAT del 2006 sul tema della violenza maschile contro le donne, ed elaborano con l’aiuto della organizzazione profeminist Artemisia i dati della ricerca su Brescia e provincia (Il Giornale di Brescia del 23 luglio 2008). Se ne conclude che tre bresciane su quindici nel corso della loro vita hanno subito un episodio di violenza da parte del partner maschio. L’inchiesta consiste in una telefonata a risposta anonima a fronte di domande che definiscono atto di violenza, e quindi rilevabile statisticamente, l’intera gamma di atti che vanno dalla violenza sessuale al ceffone fino al comportamento psicologico violento e all’apprezzamento scortese. Domanda: a porre le stesse domande e secondo i medesimi criteri ai maschi, si troverebbero altrettanti uomini che denunciano atti di violenza inflitti loro da donne? tutte le ricerche internazionali che danno voce anche ai maschi, a questa domanda danno risposta affermativa e documentano risultati sostanzialmente uguali, a volte anche più gravi. Come per esempio dimostra anche una recente inchiesta in 1200 scuole sudafricane di cui dà notizia il Corriere on line del 29 luglio 2008: “Due studenti sudafricani su cinque dicono di essere stati costretti a fare sesso. Lo sostiene uno studio pubblicato sulla rivista scientifica BioMed Central’s International Journal for Equity in Health, che ha svelato una situazione endemica nelle scuole del Sud Africa. Il più delle volte l’abuso sui ragazzi è stato compiuto da donne mature. «Lo studio dimostra che l’abuso sessuale sui ragazzi ritenuto solo sospetto sino ad ora - dichiarano Neil Andersson e Ari Ho-Foster del Centre for tropical Disease Research di Johannesburg - è reale» I risultati sottolineano la necessità di sollecitare gli sforzi per impedire la violenza sessuale in Sud Africa. Perché dunque in Italia non si interrogano anche i maschi sulla base di parametri in grado di rilevare ciò che per i maschi è percepito come vissuto di violenza inflitta da parte femminile?
Nel caso della ricerca ISTAT in questione la prova che la violenza tra i generi è solo maschile è una conclusione obbligata. Potrebbe essere diversamente visto che la ricerca è svolta in una sola direzione? E ancora: ha senso una ricerca costruita partendo dal presupposto di interrogare circa le modalità di relazione tra partner, solo il partner femminile, interpellato come isola irrelata proprio nel merito di una domanda sulla qualità delle dinamiche di relazione? Già questi, fra tutti i limiti metodologici della ricerca, sono tali da renderla difficilmente interpretabile. Quel che è certo invece è che così operando si consegue un fondamentale obiettivo politico in coerenza con i presupposti ideologici di questi ultimi decenni: quello di ignorare la violenza femminile e sostenere che l’unica violenza è maschile. Sistema antico quello di accusare di violenza gli altri preoccupandosi di non dare loro la parola. Ma si può parlare credibilmente della violenza che si subisce senza contestualmente interrogarsi sulla propria violenza?
Per quanto possa dispiacere, sia poco politicamente conveniente e ideologicamente una eresia, il non poter dimostrare l’innocenza del genere femminile come genere non violento per natura deriva dal confronto con la realtà dei fatti. La realtà quotidiana e le indagini condotte interpellando anche i maschi dimostrano che la violenza è tra i generi e non di genere. Nasce dal cuore. Non dal sesso e tanto meno da un sesso. La violenza nasce non dalla forza fisica della persona ma dalla attitudine psicologica ad agirla. Attitudine che è sia femminile che maschile. Realtà amara davvero per tutti, la violenza. Ma inaccettabile e impensabile da sempre, soprattutto per i maschi, è la violenza femminile, un aspetto dell’ombra femminile che è un vero formidabile tabù culturale e psicologico: non se ne può parlare né ammetterla. E tuttavia la violenza femminile esiste, è fenomeno diffuso e grave. Tanto più diffusa e grave in quanto non solo è rimossa, ma è trasformata in valore e diritto. Ma per quanto sforzi oggi si facciano al fine di negarla, violenza resta, ed è tale per la coscienza umana. E rimuovere atti del profondo, che non vengono percepiti come violenza o peggio vengono trasformati in falsa coscienza di bene, significa diventare vittima della propria violenza rimossa. Un disagio insopportabile. Quanta parte di questa violenza femminile rimossa, sia personalmente sia per convenzione sociale, è causa e sostanza della stessa accusa di violenza che le donne rivolgono oggi ai maschi?
Guardare in volto la propria violenza è passo ineludibile per capire qualcosa sul fenomeno della violenza tra i generi e magari porvi rimedio. Può far soffrire tutti ma è la strada giusta. Da tempo invece si è scelto di riproporre e imporre ogni giorno sui media e nelle istituzioni, il racconto consolante delle buone colone bianche e dei cattivi indiani, e relativo: “arrivano le nostre!”.

















L’ultimo esempio di quello che dici è lo scrittore Grossman, il quale (notizia su Il Corriere della Sera del 19 agosto) pensa che “Ci salveranno le donne. Credono nella pace…”. Lui pensa che “una donna collabori in modo meno entusiastico all’impostazione aggressiva del governo, dell’esercito, e rimanga più fedele ai figli, al sangue, alla vita”.
Dimentica, Grossman, le kamikaze, le madri palestinesi che incitano i figli al martirio, dimentica Abu Griab, dimentica, riguardo alla fedeltà ai figli e alla vita, le madri infanticide, dimentica le donne inneggianti a Mussolini e Hitler, dimentica le varie Golda Maier, Madelein Albright, Margaret Tatcher e tutte le altre potenti che si sono dimostrate, in percentuale rispetto al loro numero, più guerrafondaie dei maschi. Dimentica, infine, che in nome del sangue, che sarebbe tanto caro al genere femminile, si sono compiuti enormi crimini a danno del sangue altrui. Ma i luoghi comuni sono duri ad essere scalfiti, soprattutto quando esiste uno schieramento cultueral/mediatico che non lo vuole, e che contraffà sistematicamente i dati reali.
armando
Comment by Administrator — August 20, 2008 @ 4:52 pm
Violenza al femminile è anche lo sminuire continuamente il partner, con battutine, ironie e quant’altro, riguardo a una presunta scarsa prestanza sessuale, con frasi del tipo:”Ma non sarai mica frocio?” (il tutto detto con il sorrisino sulla bocca); dimenticando che, magari, potrebbe dipendere proprio da lei se uno “non rende”, oppure che all’origine di ciò potrebbero esserci problemi personali di altra natura. Violenza al femminile è il concedersi inizialmente, farsi spogliare, masturbare, ecc. e poi dire no all’ultimo momento. (*)
E la lista potrebbe continuare.
(*) Trattasi di esperienze capitate sia a me che ad altri uomini di mia conoscenza.
Comment by Fabio — August 25, 2008 @ 7:27 pm
La violenza è insita nel gene umano.
Non si può dire che un genere è violento e l’altro no.
Ci sono due forme diverse di aggressività; ma forse quella che colpisce di più è l’aggressività maschile.
Non credete?
Oh, no, certamente.
Se si parla così tanto della violenza sulle donne è CHIARAMENTE perchè c’è una massoneria al femminile che pilota tutti i giornali.
E certo, la colpa dev’essere loro, non dei maschi che stuprano, picchiano etc.
La violenza è spregevole da chiunque venga commessa: ma se una donna ti da uno schiaffo, a meno che non sia un donnone gigantesco, non è che ti cambi la vita.
Firmato: un maschio.
Comment by Guardatemi sono virile — September 28, 2008 @ 2:24 pm
Per guardatemi sono virile: Non abbiamo mai detto che la violenza maschile è colpa delle donne. Ognuno si assuma le sue responsabilità. Abbiamo scritto invece che esiste anche una violenza femminile, psicologica ma anche fisica, di cui nessuno parla e che stenta ad emergere proprio perchè non la si ricerca, di cui si debbono assumere la responsabilità le donne.
Quanto alla schiaffo che cambia o no la vita: neanche uno schiaffo di un uomo cambia la vita fisica di una donna, se è per questo. Il tuo modo di ragionare e valutare la gravità di un atto in funzione degli effetti è gravissimo, perchè prefigura una licenza di picchiare che le donne si attribuiscono (ed è proprio questo un loro tipico “argomentare”). La gravità di uno schiaffo non si misura tanto sugli effetti fisici ma psicologici, sull’umiliazione che infligge. E perchè un uomo schiaffeggiato non si dovrebbe sentire altrettanto umiliato di una donna? E c’è da sorprendersi se poi gli capita di reagire?
Armando
Comment by armando — September 29, 2008 @ 3:53 pm
Nel pensiero politycal correct ricorrono quale asserzioni costitutive della visione del mondo contemporanea equivalenze di questo genere: forza fisica uguale violenza, forza fisica uguale maschio, violenza uguale male, da cui maschio uguale violenza e uguale male. Ma non vi sembra una incredibile regressione del pensiero a contenuti che non si possono definire nemmeno primitivi o infantili? ma che di solito appartengono invece alla semplificazione falsificatrice propria delle parole d’ordine della propaganda? Non credete che siano uguaglianze propagandistiche del tutto simili a quelle che hanno orientato e orientano le coscienze alle più varie forme di oppressione e violenza liberticida?
Comment by cesare — September 29, 2008 @ 4:00 pm