Il Calderas
a cura di Armando Ermini
Carlo Sgorlon
Il Calders
Mondadori, 1988
Sgorlon è scrittore secondo me straordinario nel far rivivere nei suoi personaggi la ricerca di quanto più è ancestrale nell’uomo, che non può rinunciare ai suoi miti pena l’azzeramento di senso.
Il Calderas (il Calderaio) è la storia di un ragazzo zingaro, che inizia in un villaggio slavo poco prima della Grande Guerra e termina in Friuli con la fine della Seconda Guerra Mondiale e con la Resistenza ai nazisti.
Un lungo arco di tempo durante il quale il piccolo Sindel, orfano dei genitori e cresciuto dal vecchio Vissalòm in un carrozzone (il wurdon) errante da un luogo all’altro come costume di quel popolo, sperimenta il senso profondo di libertà del nomadismo ma anche la privazione della mancanza di radici, di un luogo delle origini cui fare riferimento dentro di sé. Non gli bastano le scarne e improbabili leggende che gli narra Vissalòm, e arriva all’amara conclusione che il suo è un popolo senza vera storia, perché non ha scrittura e quindi parola. Disperso nel mondo, vive il presente senza un disegno ed una prospettiva per il futuro, perennemente estraneo alle temibili leggi dei gagè, gli stanziali, ma non per questo privo di un ferreo codice d’onore e di proprie leggi interiori, quelle della tradizione, tramandate verbalmente e vissute di padre in figlio fin dalla notte dei tempi.
Sindel è attratto dai libri, impara da solo a leggere e scrivere, e pian piano acquisirà anche il senso della storia e con esso la voglia di radici. Ma capisce anche che è il nomadismo, il non possedere che gli oggetti quotidiani, a renderlo libero e lontano da ogni potere, quello per il quale le nazioni scendono in guerra e gli uomini si uccidono, ed anche a farlo partecipe, con arcaica intensità, della natura che lo circonda, boschi, fiumi, animali, che sono parte di lui e di cui lui si sente parte.
Nelle vicissitudini di questo lungo viaggio nel tempo, sempre in bilico fra la voglia di andare e quella di fermarsi, fra il mito della Camargue e il desiderio di tornare al piccolo villaggio friulano nel quale era approdato dopo aver varcato il confine col vecchio Vissalòm, capisce infine che la vera libertà è quella che si vive dentro noi stessi, la libertà del pensiero con cui dar forma alla realtà, quella che, quando esiste, neanche il carcere più duro e le peggiori ingiustizie patite possono scalfire.
Ed allora può fermarsi senza perdersi, può armonizzarsi, in un lento processo di osmosi, con la comunità che lo ospita senza rinnegare il suo popolo e le sue profonde tradizioni interiori, fino alla scelta che gli impone l’acquisita coscienza della storia, di salire in montagna per combattere i nazisti.
In mezzo, parte integrante della storia, è la donna e il suo mondo, sconosciuto e misterioso, che attrae e intimidisce il giovane. Sindel ama e rispetta le donne, verso le quali sente una innata protettività. Vuole una sposa al suo fianco, come ogni zingaro che si rispetti. E trova, perde e ritrova Teresa, un filo conduttore della sua vita.
Storia bellissima quella del selvatico Sindel, densa di emozioni e richiami ancestrali, di domande di senso e di ricerca delle origini, ma non rivolta all’indietro o estranea alla realtà, che anzi cerca di penetrare proprio a partire dalla conoscenza della propria.
















