January 27, 2008

Go out, get drunk and fight

Filed under: La condizione maschile, Il Selvatico - Administrator @ 7:02 pm

di Paolo Mombelli, medico-psichiatra-psicoterapeuta

“L’articolo che segue, autorizzato dall’amico Paolo, è pubblicato sulla rivista ALL RUGBY, direttore Gianluca Barca”. I Maschiselvatici.

Qualche volta nel rugby ho visto rappresentate alcune delle qualità della vita di tutti i giorni: il “logos”, il “pathos” e l’”ethos”, cioè il cervello, il cuore e la regola. Sì, perché questo è uno sport che per molti aspetti è quasi una metafora dell’esistenza, nella sua obliqua linearità e nella sua complessa semplicità. In Galles, purtroppo, di questi tempi, si discute invece dell’aggressività violenta e distruttiva espressa nei dopo partita (dentro e oltre il cosiddetto “terzo-tempo”) da parte di qualche giocatore, anche famoso.
Non pretendo, qui, di spiegare le ragioni di questi inconsulti e pericolosi “passaggi all’atto”. Però nemmeno mi sottraggo al bisogno di capire cosa sta succedendo in questo sport, e lo faccio con una sorta di “Lavori in corso”, esplicitando la mia riflessione e ponendomi all’ascolto di eventuali ed auspicabili ulteriori contributi. In Galles, soprattutto da parte degli addetti ai lavori, si è cercato di minimizzare i fatti sostenendo che un eccessivo ed abituale consumo di alcool da parte di atleti professionisti che praticano uno sport impegnativo come il rugby è impossibile. A questo proposito si cita addirittura la femminilizzazione del corpo maschile come conseguenza dell’alcoolismo. Come medico, mi corre l’obbligo di dire che questo può accadere, ma in maschi più anziani, nei quali il rapporto ormonale androgeni/estrogeni è già squilibrato a causa dell’età. E’ inverosimile che accada, invece, in maschi giovani, anche indipendentemente dal fatto che pratichino sport a qualsiasi livello. Dunque il problema va analizzato nella sua crudezza, non nascosto dietro veli pietosi. L’aggressività nella società contemporanea è cresciuta all’ombra del “politicamente corretto” e delle buone maniere a tutti i costi, anche quelli di accumulare frustrazione e rabbia per troppo tempo. Il maschio adulto, a livello inconscio, racchiude in sé diverse immagini, le “istanze profonde”della psicanalisi freudiana, gli “archetipi”della psicologia del profondo junghiana. Tra queste immagini archetipiche ci sono anche quelle del Guerriero e dell’Eroe, particolarmente attive nell’inconscio delle culture celtiche, anglosassoni e germaniche, dove l’eroe-guerriero è rappresentato da Odino, il cui destino, come quello di tutti i valorosi che hanno donato e sacrificato se stessi in battaglia, è l’onore mitologico del Wahlalla. Nell’inconscio collettivo delle popolazioni mediterranee queste immagini guerriere sono mitigate dall’archetipo della Madre e dal suo aspetto eccessivo, quello della Grande Madre. Da qui, forse, un diverso approccio all’aggressività e alla lotta da parte delle popolazioni nord-europe rispetto a quelle mediterranee, che sul piano delle peculiarità comportamentali si connotano piuttosto attraverso l’opposizione forza/furbizia, come insegna bene Omero. Ma come e dove i nostri figli, fino da bambini, possono esprimere e vivere queste immagini che li connotano nell’essere più sostanziale della loro personalità? In altri tempi e presso tutte le civiltà esistevano dei riti, iniziatici o di conferma, che consentivano l’espressione socialmente ed eticamente regolamentata dell’aggressività, una sorta di “recinto sacro” in cui misurarsi in combattimento, anche facendosi male, ma senza mettere a repentaglio la vita, quella propria e quella dell’avversario. Esistevano un valore da conservare, la vita, ed un valore da consentire, l’aggressività, e questi valori erano reciprocamente funzionali: proprio per conservare la vita si doveva consentire e, facendoci i conti, accogliere e regolamentare l’aggressività, all’interno del gruppo sociale di appartenenza e sotto lo sguardo degli adulti, che si facevano garanti di questa operazione psicologicamente fondamentale. Il “politicamente corretto”ha posto ideologicamente in contrasto ed in opposizione tali valori, per cui la pedagogia e la cultura contemporanee sono intrise di un perbenismo sdolcinato che non consente più l’aggressività (con il rischio che non venga conservata la vita). E’ come se tenessimo presso di noi, in appartamento, un bellissimo grosso cane, docile e mansueto, che, comunque, almeno una volta al giorno dobbiamo portare fuori, nel parco, e togliergli il guinzaglio, e lasciarlo correre liberamente fino a quando si stanca e torna da noi soddisfatto, pronto a rientrare in casa. Se non lo facessimo, il cane prima o poi potrebbe diventare aggressivo e pericoloso. A questo punto però ci viene da obiettare che il rugby è, tra gli sport di squadra, la disciplina nella quale questa fuoriuscita liberatoria di energia aggressiva è consentita e regolamentata, per cui non dovrebbe esserci bisogno di ulteriori gesti compiuti in ambiti diversi dal campo di gioco e dalla partita. E’ vero, ed è stato così da sempre. Ultimamente però questo non accade più in maniera così naturale. Le nuove generazioni di rugbysti sono figlie del politicamente corretto, e l’aggressività repressa perché ritenuta socialmente sconveniente si accumula in tale quantità da necessitare di fuoriuscite in ambiti inopportuni. Il discorso riguarda le nuove generazioni in generale, non soltanto i giocatori di rugby. Questi però fanno notizia, perché sono allenati al coraggio e alla lotta, quindi magari fanno più danni di altri giovani. E temo che il nostro sport al politicamente corretto non piaccia molto. Lo sfogo regolamentato e liberatorio dell’aggressività dei giovani maschi nell’agone rugbystico è inoltre depotenziato, a mio avviso, da due condizioni esterne e fino a qualche anno fa estranee a questo sport. La prima condizione: durante la partita le botte si davano e si prendevano, spesso di nascosto, soprattutto nel folto della mischia (i piloni e il tallonatore ne sanno qualcosa). Però dopo il fischio finale tutto si concludeva, e solo l’erba tratteneva quelle scene segrete e ne manteneva tacita memoria fino al sopraggiungere complice ed elusivo della prima pioggia. Oggi quelle preziose “zone d’ombra”sono illuminate dal riesame TV del dopo-partita, in ossequio al voyeurismo guardone e ruffiano della civiltà del perbenismo di maniera. Così l’aggressività è ancora maggiormente controllata e messa sotto accusa, e ne viene fuorviato il potenziale espressivo catartico: il segreto produce effetti nel nostro cuore solo fino a quando rimane segreto. La seconda condizione: il professionismo e il denaro omologano tra loro gli sport e le imprese sportive, le deprivano delle proprie peculiarità, ne assorbono l’energia benefica e trasformativa a livello psicologico convertendola in moneta. Il dono produce effetti nel nostro cuore solo fino a quando è pienamente se stesso, cioè gratuito.

Così quando i minatori gallesi (o gli agricoltori del sud della Francia), alla fine della partita si scambiavano qualche pinta di birra, l’effetto era soporifero e pacificatore. Oggi che anche il vicino di casa diventa potenziale portatore di sfoghi improvvisi e aggressività inattese e distruttive, il problema va ben al di là del campo di rugby. Dove la questione è di pertinenza di manager e di allenatori. Al massimo possiamo riconoscere che ci sono culture rugbistiche che meglio hanno assorbito i canoni della modernità. Il Galles, passato in un ventennio da una cultura operaia a quella di una società terziaria, sta ancora cercando la sua identità. Il rugby è specchio fedele di queste contraddizioni in divenire. Ma stiamo attenti a non criminalizzare Odino, fingendo di non vedere quanto c’è di subdolo negli sfoghi meno appariscenti degli Ulisse nostrani.

4 Comments »

The URI to TrackBack this entry is: http://maschiselvatici.blogsome.com/2008/01/27/go-out-get-drunk-and-fight/trackback/

  1. Abbiamo linkato questo interessante post nel blog RightRugby (www.rightrugby.blogspot.com).
    Speriamo la cosa vi sia gradita; in caso contrario segnalatecelo e provvederemo.
    ciao, Abr

    Comment by Abr — January 28, 2008 @ 11:45 pm

  2. Da ex giocatore di rugby, devo proprio dire che non mi ritrovo in quest’analisi. Perlomeno, non nell’associare il gioco al disordine sociale esistente. Questo ha, a mio parere, origine in una societa’ di massa che ha abbattuti tutti i valori esterni ed interni all’individuo, quindi, ne fa le spese un po’ tutto. Per fare un esempio, in passato il forzuto, difficilmente se la prendeva con il mingherlino, perche’ gli avevano inculcato una morale. Anzi, spesso sentiva quasi per missione il prenderne le difese. E oggi? La morale della sopraffazione ha prevalso e si sono rotte tutte le cateratte morali. Il rugby e’ ancora uno sport nel quale disciplina e sacrificio sono ben coniugati. Decadra’ solo in quanto la putrefazione e’ ormai ovnque. Una volta si diceva che il R e’ uno sport bestiale giocato da signori: e’ ancora vero, ma e’ cambiata la definizione di “signore”. :-)

    Comment by Lo PseudoSauro — January 31, 2008 @ 4:17 pm

  3. Credo che il dr. Mombelli abbia colpito veramente nel segno. L’aggressività è un’opportunità per l’uomo basta educarla. Il vero dramma di oggi è il moralismo e il buonismo di facciata. Il Maestro diceva: la verità vi farà liberi e io aggiungo: ben venga il rugby.

    Comment by FABIO — January 31, 2008 @ 6:33 pm

  4. Al rugby aggiungo anche la boxe, sport demonizzato perchè “violento”, quando invece è anch’esso un modo per dare forma all’aggressività e alla violenza, ossia per incalanarla entro regole. Secondo il moralismo e il buonismo di facciata di cui parla Fabio, l’aggressività è un male in sè da eliminare con l’educazione e le prediche, ma non si rendono conto che così uccidono la vita stessa. Non è un caso che generalmente i buonisti sono anche coloro che di fronte ai bambini soppressi con l’aborto, mettono in secondo piano il diritto di vivere del debole rispetto al diritto dell’adulto.
    armando

    Comment by Administrator — January 31, 2008 @ 11:16 pm

RSS feed for comments on this post.

Leave a comment

Line and paragraph breaks automatic, e-mail address never displayed, HTML allowed: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <code> <em> <i> <strike> <strong>


Get free blog up and running in minutes with Blogsome
Theme designed by Viewfinder Design