La rilevanza morale dell’aborto secondo Livia Turco
di A. Ermini
Scrive Livia Turco su Il Foglio del 16 gennaio:
“Nella coscienza di una donna abortire non è compiere un omicidio ma vivere la perdita di una parte di se stessa. E’ vivere l’incapacità e l’impossibilità e a volte anche il rifiuto di accogliere suo figlio. Il mistero della della relazione generativa appartiene solo a colei che la vive. ……..Dire che solo lei può dirimere quel mistero non significa conferirle un diritto sulla base di un’attribuzione astratta di poteri. Non è la conseguenza dell’attribuzione alla donna di un potere femminile estraneo alla generazione ma è la constatazione di uno stato di fatto. ………La rilevanza morale dell’aborto è nel vuoto simbolico normativo e culturale, che circonda, nella società di oggi, la nascita, la generazione, l’accudimento della persona. Il discorso morale per sconfiggere l’aborto è narrare, rappresentare, codificare la capacità di accoglienza della vita delle singole persone, della coppia, della società. Si tratta di un discorso morale eversivo……..Se non c’è accoglienza della vita non si sconfigge l’aborto…….Dunque è possibile costruire una cultura laica del rispetto della vita umana fin dal concepimento ed è possibile che essa diventi universale e condivisa al di là e oltre le convinzioni religiose e le evidenze scientifiche. E ciò se si realizza una crescita umana della società che non può che essere trainata dal soggetto che la vita la crea e la porta in grembo. Per tutto questo, caro Giuliano, non basta non colpevolizzare le donne, bisogna ascoltarle e conferire autorevolezza al loro discorso morale.”
Ho voluto riportare questi passaggi perchè li ritengo molto significativi, a partire dal linguaggio usato che “illumina” il pensiero del ministro della salute.
La vita, scrive la Turco, è creata dalla donna. L’uomo come iniziatore dell’atto di vita scompare del tutto, naturalmente, quasi che il suo atto ed il suo seme fossero degli “accidenti” ininfluenti, ancor meno dunque di quel ruolo “un tantino meccanico” di cui scrivevano Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi. Ma è l’uso del termine creare che è ancor più inquietante perchè implica l’onnipotenza divina. Creare significa “trarre dal nulla”, prerogativa che i credenti attribuiscono a Dio e i non credenti a nessuno. Il creatore risponde solo a se stesso dei suoi atti, e diventa dunque impossibile usare la categoria dell’omicidio per definire la soppressione della creatura da parte del creatore. Solo lui, o meglio lei, sa cosa sta facendo perchè “sente”. Scompare così ogni possibilità di conoscenza oggettiva, e con ciò, dunque, anche la possibilità di attribuire al soppresso, che infatti non compare nel ragionamento se non come parte della creatrice, un qualsiasi ruolo nella vicenda.
Il punto è: quali implicazioni esistono nella rinuncia della collettività allo sforzo di denominare un atto in funzione di principi che precedono la legge positiva in nome dei diritti naturali (in questo caso quello alla vita), lasciandone la definizione alla percezione soggettiva di chi lo compie? Un tempo lo schiavo non era considerato un essere umano agli occhi del padrone, e dunque la sua soppressione non era omicidio. Più vicino ai nostri tempi gli ebrei erano considerati dai nazisti, che pure “amavano” gli animali, una razza sub-umana e quindi qualsiasi pratica omicida o di tortura compiuta su di loro non era sanzionata.
Con ciò non voglio equiparare una donna che abortisce ad un nazista, assolutamente no, ma solo evidenziare le conseguenze di un certo modo di porre i problemi e il piano inclinato su cui immette.
Il che rappresenta un ritorno al caos e l’azzeramento di millenni di storia della civiltà nei quali l’umanità ha tentato di darsi codici culturali che rappresentassero sempre di più una certezza per tutti gli appartenenti ad una collettività. Si rischia cioè una vera “regressione” sul piano del diritto, ma prima ancora su quello psichico. Che questa regressione sia in atto, d’altronde, lo si constata anche in altri campi. La definizione del reato di molestia sessuale in esclusiva funzione della percezione soggettiva del molestato ne è un esempio eclatante.
Sono gli effetti dell’affievolimento del principio maschile e paterno, considerato fonte di oppressione quando è invece sforzo di offrire a tutti, sotto l’ordine simbolico del padre, norme certe che assicurino una ordinata convivenza. Oggi sembra che della rottura di questo ordine, tenacemente perseguita e teorizzata, se ne avvantaggino le donne, ma non vi è nessuna garanzia che in futuro le posizioni non si rovescino a loro svantaggio.
Il motivo è semplice. Non esiste un ordine simbolico materno che possa in questo senso sostituire quello paterno, essendo il secondo proprio il superamento in alto del primo. L’Orestiade , col suo memorabile processo in cui i due ordini simbolici si confrontano, ha ancora molto da insegnarci o da richiamare alla nostra memoria sbiadita di “moderni”.
Non è per caso che, nonostante quello che si legge sui media, la conquista della dignità e della libertà delle donne è potuta avvenire proprio in occidente, imperante l’odiato ordine del Padre e grazie ai principi ed ai valori promossi dal cristianesimo “maschilista ed oppressore”.
Tornando al tema specifico da cui siamo partiti, non si tratta allora di negare astrattamente lo speciale rapporto che lega la madre al nascituro. E’ infatti proprio in funzione di questo e della delicatezza che ne deriva, che nessuno si spinge a chiedere sanzioni penali per la donna che abortisce. Si tratta invece di negare con decisione che la rilevanza morale dell’aborto sia solo nella mancanza di cultura dell’accoglienza, nel vuoto simbolico normativo e culturale, come sostiene la Turco. Il suo è un tentativo per deviare dal problema di fondo, per bypassarlo spostandolo su un altro ordine di problemi, che sono semmai quelli delle condizioni concrete di cui una collettività si deve far carico per mettere ogni madre ed ogni padre nelle condizioni migliori per accogliere la vita che insieme hanno contribuito a generare (non a creare). E’ cioè un problema di morale sociale (e di politica, quindi di cultura) , che però è successivo, e direi anche conseguente, alla affermazione del principio di “non uccidere”, e dunque della definizione dell’aborto come omicidio.
Conseguente perchè la mancata definizione dell’aborto come soppressione violenta di una vita umana indifesa, non può non avere pesanti ripercussioni anche sulla cultura dell’accoglienza. Ogni legge ha anche, sempre, un contenuto pedagocico ed un influsso sul sentire collettivo. Se rinuncia a definire l’aborto come omicidio per non colpevolizzare la donna e lo derubrica a IVG, contribuisce pesantemente a non farlo percepire come problema di cui tutta la collettività si debba far carico, e quindi come allarme sociale quando il fenomeno assume proporzioni rilevanti. Ne scaturisce un affievolimento della spinta della comunità verso le politiche a favore della maternità e della paternità e si accentua la tendenza a lasciare che i genitori, ed in particolare la donna, se la sbrighino come affare individuale. Esattamente il contrario di quello che la Turco, giustamente, auspica.

















Da applausi.
Grazie Armando.
Comment by Paolo — January 19, 2008 @ 7:29 pm