Dejà-vu e nuova politica
di Cesare Brivio
Mentre nostri militari maschi in missione in Afganistan muoiono lanciandosi su un kamikaze per fare del proprio corpo scudo a difesa della popolazione civile, e soltanto a Brescia e provincia perdono la vita in settimana un giovane uomo ed un papà nei cantieri, l’uno del metrò e l’altro di una acciaieria, a Roma, sabato 24 novembre, la piazza processa il genere maschile perché, secondo l’ideologia corrente, violentemente imposta e violenta, il maschio è violento e violentatore in quanto maschio: “Un maschio morto non stupra” fra gli slogan della manifestazione. Infatti di norma e prassi, quotidianamente dona e consuma la propria vita per salvare la vita altrui. Morti e feriti reali, a decine, centinaia di migliaia ogni anno, questi sì. E taciuti: solo in cronaca nera sono maschi. Morti e feriti reali dunque, non menzogne pubblicizzate come spot da tutte le emittenti come un prodotto da lanciare sul mercato della paura di massa, a creare e sostenere un pubblico ingiustificato allarme e gettare fango sul sacrificio del genere maschile e giustificare e progettare ogni violenza istituzionale nei suoi confronti.
Come tutti i processi di piazza, tutte le colonne infami, anche il processo al maschio avviene su istigazione del potere per spostare l’attenzione da una pesante crisi della propria autorevolezza. Offre l’occasione per dare voce e corpo a violenze effettive. Spiace dirlo: in questo caso, in piazza, esclusivamente femminili. Citate solo perché in diretta tv: un incidente imprevisto. Altrimenti come sempre è successo rigorosamente censurate. Viene da pensare: solo in piazza? e in casa? per le violenze femminili in casa la diretta del canale tv “La Sette” non c’è. Non ci sono le domande al telefono del tipo: “ha mai criticato come ti vesti?”, domande cardine per i dati incredibili delle incredibili rilevazioni statistiche che assimilano la critica al vestire della partner alla violenza di genere. E in piazza, con la comprovata mansueta femminile gentilezza, che si chiede? L’utilizzo pro lege propria del monopolio della forza, quella dello Stato, contro il genere maschile tout court. Un passo avanti nell’antichissima tradizione di disporre e usare strumentalmente della forza altrui. E’ l’uso violento della forza che costituisce il criterio per giudicare chi è violento e chi no. Non il possesso della forza. Dunque chi è violento? E si crede davvero che queste campagne a sostegno di misure che estendono ulteriormente il diritto dello Stato di entrare nella sfera più intima delle relazioni interpersonali, abbiano solo il fine di compiacere le richieste nate dal delirio di massa? che non introdurranno livelli di violenza, di oppressione e di arbitrio prima mai nemmeno immaginati? La Storia non ha insegnato niente?
E’ da anni che alcune elites nazionali ed internazionali che fanno parte della casta al potere, appartenenti a tutti gli orientamenti politici, hanno aderito alla ideologia di genere secondo cui il male è maschile e il bene è femminile. Ideologia di guerra tra i generi che, sotto le mentite spoglie del bene per le donne, costituisce uno degli strumenti più efficaci a sostegno di violente politiche di gestione del controllo sociale. Tra l’altro imperniate sulla radicale negazione dei valori stessi della femminilità*. E scatenano decennali campagne di stampa (vedi http://www.maschiselvatici.it/atti/2004.htm . L’ ultima incredibile del governo femminista svedese riportata con compiacimento dal Manifesto attribuisce il cambiamento climatico ai maschi). E agiscono con ogni mezzo a disposizione affinchè venga recepito nell’opinione pubblica e nelle leggi degli Stati e della nostra Repubblica l’assunto razzista dell’ideologia di genere. Così che i cittadini maschi devono dimostrare di essere innocenti. E per questo sono cittadini a garanzie giuridiche limitate, a parola invalida nei tribunali, proposti e sottoposti a veri e propri processi di rieducazione pagati con super finanziamenti provenienti in assoluta prevalenza, dal sudore e dal sangue del lavoro maschile. Una prassi, già in atto, di progressiva uscita dal sistema delle garanzie democratiche, verso leggi speciali. Processo in pieno sviluppo anche in Italia. Adesso tocca ai maschi tra gli applausi di femministe e maschipentiti. Si fermerà a loro? Tutti i totalitarismi hanno iniziato così. E tutti poi ne furono travolti. Spettatori compiaciuti o vili, compresi. Le persecuzioni razziali colpiscono una razza perché l’ideologia razzista vuole che sia geneticamente portatrice di attitudini inferiori lesive della razza superiore. Il materialismo storico individua una classe colpevole di ogni male sociale. Oggi, come superiore conquista di civiltà, si propongono leggi sessiste per colpire l’intero genere maschile, identificato con la violenza, a sua volta identificata come l’unica espressione del male. Ma il male è da sempre una tragica connotazione della coscienza umana, a prescindere dal sesso. Così anche una delle sue espressioni: la violenza. Costruire documentazioni false, mettere in scena pubblici processi su fatti di cronaca nera reinterpretati a sostegno di assunti ideologici preconcetti, trovare un nemico come capro espiatorio, sparare alle spalle di chi si distingue nel fronteggiare eroicamente la tragica durezza della vita in pace e in guerra, per il bene dell’intera società, predisporre leggi discriminatorie, dividere per dominare: drammatico dejà vu di antichi sport di elites incapaci di fronteggiare democraticamente la complessità della crisi in atto. Se una novità c’è nell’ideologia di genere e nella politica che la incarna, è che il nemico, colui che è portatore del male, è identificato nella metà dei propri cittadini: i maschi e i padri. A sfasciare con una pianificata e scientifica istigazione all’odio ogni più cara e sacra relazione: tra uomo e donna, tra padre e figli, tra marito e moglie, tra fratello e sorella, tra amico e amica. E alla fine tra madre e figli. Progetto senz’altro fuori dell’ordinaria follia anche per la più irresponsabile fra le elites della casta al potere.
* Leggi a questo proposito il testo di Alessandra Nucci “La donna a una dimensione”, Edizioni Marietti

















Ma quello che mi chiedo io è: gli intellettuali e i politici perché tacciono? Perché non spendono una parola in difesa degli uomini ? Solo perché “piegati” dall’ideologia femminista? Io non credo. Faccio notare che i nostri intellettuali e politici sono soliti inchinarsi anche di fronte ai musulmani, contro i quali le femministe nostrane si guardano bene dall’usare certi esasperati toni. Quello che voglio dire è che, a mio parere, il femminismo e le femministe non potrebbero fare nulla di quello che fanno se non vi fosse una certa connivenza nelle “alte sfere”. Da sole si squaglierebbero come neve al sole. Ragion per cui ritengo che il principale nemico dell’uomo medio sia
anzitutto l’uomo di potere, quindi il suo simile.
Comment by Daniele — December 8, 2007 @ 2:59 pm
Ad esempio, leggete attentamente come in questo articolo si tenda a picchiare duro solo contro gli italiani.
—————————————
MILANO (Reuters) - Non più del 10% degli stupri che vengono commessi nel nostro paese è attribuibile a stranieri. Queste le conclusioni dell’Istat discusse oggi dal direttore centrale Laura Sabbadini durante il Global Forum on gender statistics in corso a Roma in questi giorni.
(Pubblicità)
La violenza contro le donne rimane molto spesso invisibile perchè nella maggior parte dei Paesi non è denunciata, e il suo sfuggire alle indagini statistiche porta a forti distorsioni nell’immaginario collettivo. In particolare in Italia lo stereotipo dell’immigrato, estraneo, non conosciuto che violenta la donna italiana domina, ma non è questa la violenza più diffusa contro le donne italiane, ha detto Sabbadini.
“Se si considerano gli stupri avvenuti in Italia, il 69% sono opera dei partner, mariti o fidanzati, solo il 6% di estranei. Se anche considerassimo che di questi autori estranei il 50% sono immigrati, ciò vorrebbe dire che si arriverebbe al 3% degli stupri, se anche ci aggiungessimo il 50% dei conoscenti al massimo si arriverebbe al 10% del totale degli stupri opera di stranieri”, ha spiegato Sabbadini.
In sostanza la maggioranza delle violenze più gravi subite dalle donne è domestica, e quindi la violenza è per lo più opera di partner italiani, eppure l’immagine che esce dai media è molto diversa. Il rischio di una simile distorsione “può portare a orientare in modo errato le priorità e il tipo di politiche”, ha avvertito il direttore.
La maggior parte di queste violenze inoltre rimangono impunite, anche per la non inconoscibilità di queste da parte delle donne: solo il 27,3% delle donne stuprate dal partner dichiarano che il fatto rappresenta un reato.
——————————
Ora, tralasciando il particolare relativo al fatto che la statistica andrebbe fatta in percentuale, poiché gli immigrati sono (per ora) una minoranza della popolazione,
continuo a chiedermi: ma come possono tutti i vari intellettuali, politici, giornalisti, ecc. non replicare a simili assurdità? Ma come si fa ad accettare supinamente simili
falsità? Eppoi, cosa vuol dire “donne stuprate dal partner” ?? Ma dove sono tutte queste donne violentate? Personalmente, potrei fare invece un elenco degli stupri psicologici che gli uomini subiscono ogni giorno (anche se poi nessuno di loro è
disposto ad ammetterlo, nemmeno a se stesso).
Comment by Daniele — December 10, 2007 @ 5:51 pm
Daniele, sono sacrosanti i tuoi interrogativi. Colgo l’occasione per aggiugere qui, che il mio blog è stato dileggiato da una di queste sinistronze (passatemi la parola) la quale è arrivata a clonarmi pure il template e il nick. Della serie, dato che non ti posso sconfiggere con gli argomenti, allora ti clono. C’è un progetto preciso con vari incastri in stile “matriosce russe” per:
1) colpevolizzare gli autoctoni a favore degli alloctoni
2) creare un razzismo antibianco-cristiano-europeo, a favore di altre culture , le quali sono prevalentemente delle subculture arretrate, quando non addirittura tribaliste.
3) demonizzare chi si oppone alla disgregazione della famiglia e alla creazione di simil-famigle gay (vedi Dico-Pacs che a breve avranno la sigla di CUS), attraverso decreti legge che prevedono perfino la detenzione in galera fino a 3 anni (ne hanno appena messo uno nel cosiddetto “pacchetto sicurezza),
4) smantellare la figura del pater familias e femminilizzare a oltranza la politica e la società attraverso le “quote rosa”, pari opportunità e lotte cosiddette “di genere”.
5) Esagerare e gonfiare le cifre delle violenze domestiche e viceversa minimizzare l’insicurezza diffusa nelle nostre città, a causa dell’immigrazionismo selvaggio, che è la prima percezione che avverte una donna ancora “sana” di mente, a discapito delle POllastrine, Melandrine, che invece insistono sulla teoria del nemico in casa e a letto..
E la lista potrebbe continuare., ma mi fermo qui. Nulla, però , è casuale e tutto rientra in un unico progetto legato alla globalizzazione, alla perdita di nazionalità e di identità del nostro povero paese.
Comment by Nessie — December 16, 2007 @ 7:04 pm
E’ molto centrato il commento di Nessie. In particolare l’ultima parte quando fa risalire le cause del fenomeno alla globalizzazione. Questa presuppone infatti la scomparsa della famiglia, dell’identità di genere, e dell’appartenenza territoriale o comunitaria. Non credo esista un progetto studiato a tavolino, ma non è necessario. Bastano le strategie di marketing di chi detiene il potere economico e vuole aumentare i profitti, così che si crea una convergenza “naturale”. Il paradosso è che chi strilla più di tutti contro la globalizzazione, mi riferisco alla sinistra massimalista, in reatà con le concezioni antropologiche che ha fatte proprie e con la sua politica culturale, favorisce proprio chi a parole dice di voler combattere,nel senso che spiana la strada alla omologazione culturale ed alla concezione dell’individuo come monade estraniata dalla comunità in cui vive con tutte le implicazioni che ciò comporta. Esattamente quello che persegue la globalizzazione. Eppure Pasolini, che era di sinistra,l’aveva capito benissimo. Questi invece sono proprio ciechi. Però qualcosa si muove dall’altra parte. Tremonti nel 2005 ha scritto un pamphlet contro il mercatismo, e nel numero de IL Domenicale del 12 dicembre c’è un bell’articolo che riflette su queste cose. La battaglia è difficile ma non disperiamo, perchè la così detta “gente” (termine orribile che uso solo per comodità) che vive sulla sua pelle l’infelicità di questo sfascio poco a poco si renderà conto che è stata cacciata in una trappola micidiale. Speriamo solo che non sia troppo tardi.
armando
Comment by Administrator — December 20, 2007 @ 9:18 pm