Il padre, questo sconosciuto
commento del giornalista Pino Loperfido su “l’Adige” del 19 novembre
vedi anche Pino Loperfido - Praecipue memoria gaudere
all’incontro di cui abbiamo dato l’annuncio in precedenza
La presenza paterna è il miglior investimento per il futuro dei figli. Lo ha detto Benedetto XVI, ma potrebbe tranquillamente sottoscriverlo anche il più acerrimo nemico del cattolicesimo. Lo pensano certamente anche quel gruppo di docenti universitari, scienziati, giornalisti, professionisti che da tutta Italia ha sottoscritto la cosiddetta “Lista per il Padre” promossa dallo psicologo Claudio Risé. Di essi fa parte pure Antonello Vanni, scrittore, insegnante ed esperto di tematiche giovanili, che questa sera sarà in Trentino a parlare del “Ruolo educativo del padre all’interno della famiglia” (Vigolo Vattaro, auditorium, ore 20.45, org. Associazione culturale “Nitida Stella”).
La figura del padre è stata in Occidente separata dalle sue funzioni educative e sociali. Come e perché? “Si è trattato di un processo molto lungo – dice Vanni – partito con la secolarizzazione della società e quindi anche della figura del padre. Questo a partire dalla riforma protestante in avanti, passando per l’illuminismo”.
Tuttavia ci sono state anche cause più contingenti che hanno ridotto i padri in senso numerico. Pensiamo, ad esempio, a ciò che è accaduto a causa delle guerre mondiali, quando milioni di padri non sono più tornati a casa. Ma pure all’avvento della società industriale, che ha letteralmente “tolto” i padri dalle famiglie. Cosa che si sta accentuando con l’attuale congiuntura economica. Il carovita, la disoccupazione, la crisi dei mutui: conseguenza diretta di questi problemi per la famiglia è che i genitori sono costretti a lavorare di più. Perciò la presenza del padre la dobbiamo misurare in termini qualitativi, piuttosto che quantitativi. Oggi si sta con i figli, magari meno, ma si cerca di farlo con un’intensità ed una passione più alti.
Eppure la cronaca recente narra di giovani che si rendono protagonisti di fatti di sangue a volte gravissimi. Pensiamo alla tragedia finlandese, in cui un diciottenne ha ucciso nove persone nel liceo di Tuusula e poi si è sparato. Ma anche all’assassinio della giovane Meredith a Perugia. L’unico parametro che si segue, dalla Finlandia a Perugia, pare essere la noia. Sempre più spesso la realtà viene confusa e barattata con un mondo virtuale che i giovani tendono a creare propria immagine e somiglianza, Pensiamo ai tanti blog, o al fatto inquietante che l’unica modalità per dare un senso alle proprie azioni sovente è riprenderle con una telecamere e pubblicarle su Youtube.
Ma che sta succedendo ai nostri giovani? Che responsabilità hanno in quanto sta accadendo i genitori, in particolare il padre?
“Dare una spiegazione a ciò che sta accadendo ai giovani – continua Vanni – è una questione complessa e per spiegarla dovremmo parlare dei grandi problemi dalla nostra società: il consumismo, certe facilitazioni all’interno della scuola, il venire meno della qualità dell’insegnamento, ecc. Però, è dimostrato che l’assenza del padre incide in maniera diretta sui comportamenti dei figli.”
Quelle di cui parla Vanni non sono vuote congetture, ma fatti, scritti neri su bianco da una serie di indagini statistiche che dimostrano, ad esempio, che l’85% dei ragazzi che hanno disturbi nella condotta scolastica provengono da famiglie disgregate. Tutte indagini – e sottolineiamo “tutte” – scritte in lingua inglese. Perché contrariamente a trent’anni fa, oggi in Italia pare sia un tabù parlare di certe cose. Imprigionati nelle maglie della privacy e del buonismo imperante predicato da una certa cultura politica, da noi è ritenuto sconveniente indagare nelle questioni familiari che stanno dietro al disagio o a monte delle tragedie che riempiono i media. In genere si preferisce dare genericamente la colpa alla società o alle istituzioni.
In questo pazzesco bailamme fatto di ipocrisia e politically correct i genitori, il padre in particolare, dov’è? Cosa fa? Di certo poche volte quello che ci si aspetterebbe vedergli fare: il padre, appunto. Pensiamo a quella generazione di genitori “black-and-decker” che se ne stanno tutto il tempo in garage a fare lavoretti di bricolage, oppure davanti a qualche tipo di schermo, tv o pc. Per loro si tratta di un “ritorno alle caverne”, ma pure di una clamorosa inversione di tendenza rispetto a quanto avveniva nei primi decenni del secolo scorso (specie al sud Italia) nella famiglia patriarcale.
Uno scenario, quello fin qui descritto, dalle tinte molto fosche. Tuttavia Antonello Vanni lascia la porta aperta alla speranza. “La Lista per il Padre è partita all’inizio concentrandosi su quella dimensione della paternità che riguarda la vita nascente dei figli. Molti padri di fronte alla durezza della Legge 194 sull’aborto (l’art. 5 lascia alla donna la possibilità di scegliere se tenere il feto o no) finalmente hanno deciso di non tacere. Un’inversione di rotta che lascia ben sperare”.
(”l’Adige” del 19 novembre 2007)
















