2 novembre sull’Ortigara
di Armando Ermini
Era da tempo che desideravo andarci su quel monte, nell’altopiano di Asiago, teatro di una delle più cruente battaglie della Grande Guerra. In poco tempo vi morirono circa 9000 fra soldati e ufficiali austriaci e circa 21.000 italiani, nel tentativo di conquistare quella posizione. Dopo vari rinvii la scelta è caduta, in modo inconscio ma significativo, nel giorno dedicato ai defunti e vicino a quello, il 4, della vittoria. Tutta la zona, di grande suggestione emotiva, è un sacrario a cielo aperto. Trincee, resti di baraccamenti, caverne scavate nella roccia, steli di commemorazione ai cui piedi la memoria degli uomini ha raccolto resti di reticolati, schegge di proiettili d’artiglieria, di povere cose dei soldati. Accanto ad un Chiesetta un contenitore ove depositare le ossa di quei soldati morti che tavolta affiorano ancora, a distanza di quasi novant’anni, senza distinzione fra amici e nemici. “Per non dimenticare” è la semplice, essenziale ed efficace frase, scritta ad opera degli Alpini , su una delle colonne commemorative. Lì nei pressi una campana, intitolata ad un madre i cui figli perirono in quel luogo. Nella giornata di sole limpido, calpestando una neve immacolata di fronte ai superbi panorami che dall’Ortigara si possono godere, sembrava quasi impossibile che quei luoghi avessero visto tanti lutti. Ripensavo alla descrizione, trovata in un libro di memorie di guerra, del vallone dell’Agnello, uno dei luoghi di accesso alla vetta e teatro di uno dei più cruenti assalti alla baionetta da parte italiana, tutto cosparso di cadaveri a coprire rocce e erba in mezzo ai fumi ed ai lampi delle esplosioni. L’apocalisse in mezzo al paradiso. Ed insieme ripensavo a chi sproloquia sui maschi oppressori di donne. “Strana” abitudine quella dei privilegiati oppressori che muoiono a grappoli non per vantaggio personale, ma solo per assolvere ad un dovere, per alcuni vissuto con partecipazione per altri con rassegnazione, ma per tutti con coraggio e consapevolezza che il destino maschile implica anche sacrificio.
Vorrei che coloro, donne e uomini, che scrivono sui privilegi e sull’oppressione maschili andassero a dirlo lì. Di fronte alla memoria di quei muratori, boscaioli, falegnami, contadini, studenti, il cui pensiero principale mentre crepavano era per la moglie, per i figli, per la madre, per la morosa che nel fondo valle o in città o campagne lontane, attendevano bensì con ansia ma al riparo dal rischio. Attendevano un segnale che dicesse loro che gli “oppressori” , i loro uomini e i loro padri, non erano ancora morti o storpiati. E gioivano quando arrivava. Il peggiore insulto che si può fare a quegli uomini , ed anche ai loro familiari, è il non rispetto per la loro vita e per la loro morte.
__._,_.___
















