July 18, 2007

Morti sulle strade, quali rimedi?

Filed under: La condizione maschile - Administrator @ 5:44 am

Di A. Ermini

I morti sulle strade, per guida in stato di ubriachezza o sotto l’effetto di droghe o per assurde gare di velocità, sono diventati un nuovo allarme sociale. Sono allo studio l’inasprimento delle misure repressive e campagne di educazione civica. L’ultima proposta in ordine di tempo è quella di Michele Serra, che su La Repubblica del 16 Luglio auspica che non venga più proclamato che il conducente, quasi sempre maschio, è un criminale, cosa che secondo il giornalista potrebbe addirittura eccitare la vanità di persone del tutto sprovviste di etica, ma dirgli piuttosto “sei un povero imbecille, un frustrato, un fallito” per far leva, parole sue, sul sentimento d’inferiorità, l’unico ancora in grado di incutere soggezione nell’individuo violento.
Il problema non può essere ignorato, e qualcosa va fatto. Anche la repressione, certo, anche le campagne di pubblicità progresso. Ma è altrettanto certo che repressione e prediche non serviranno a nulla se non si vede anche la faccia nascosta del problema.
Esiste, da sempre, la pulsione maschile al rischio e all’impresa temeraria, la voglia di mettere alla prova se stessi e di competere con gli altri maschi, per dimostrare il proprio valore. Si tratta di una energia enorme che trova sempre il modo di manifestarsi, nel tifo calcistico, sulle strade o in qualsiasi altro modo.
Un tempo le “stupide e superstiziose” società tradizionali prevedevano che i ragazzi fossero sottoposti a riti di iniziazione ad opera dei maschi adulti del gruppo, che li guidavano all’acquisizione, attraverso prove dolorose e talvolta durissime, della consapevolezza di sé. Insegnavano loro che l’acquisizione dello status di maschio adulto implicava oneri pesanti insieme ai corrispettivi onori, e che il prestigio di cui un uomo godeva nella comunità era direttamente proporzionale alla sua capacità di impiegare il proprio potenziale di energia, di forza, di intelligenza e di creatività, a favore di tutti. E questo conferiva ai maschi la certezza del proprio posto nel mondo.
La modernità ha scelto la strada opposta. I riti iniziatici sarebbero un residuo di un passato maschilista da superare, ed infatti li ha eliminati uno ad uno, ultimo il servizio di leva. La nuova società unisex e politicamente corretta si limita a proclamare la necessità di estirpare dai maschi ciò che viene definito “sbagliato”, ossia quasi tutto, non rendendosi conto o forse sapendolo anche troppo bene, che in questo modo si elimina anche il positivo, perchè negativo e positivo hanno la stessa origine istintuale e pulsionale, e dunque non sono separabili. I risultati di questa sciagurata concezione, di conseguenza, possono essere solo due. O un mondo “pacificato” ma stagnante e sonnolento, privo di energia vitale, oppure un mondo che necessiterà di sempre più vasti apparati repressivi, mai sufficienti tuttavia a far fronte a quelle energie che, prive di educazione e valorizzazione, esploderanno in modo folle e incontrollato come sta puntualmente accadendo. Ma una sociologia da quattro soldi e un giornalismo da educande falsamente e ipocritamente scandalizzate non sono in grado di capirlo.

July 17, 2007

Il corpo sconveniente

Filed under: Uncategorized - Administrator @ 6:16 pm

di Armando Ermini
Entro, per lavoro, negli uffici di una azienda. Mi apre la porta una impiegata, donna giovane e carina. Mi guarda con gli occhi un po’ sbarrati e mi dice, a bassa voce: “Sapesse che scena sta accadendo, una cosa inverosimile” . Subito penso a qualcuno che dà in escandescenze o cose simili. Prosegue invece la donna: “Di là, nella stanza d’attesa, c’è una che allatta un bambino”. “Bè, dico io, non mi sembra nulla di che”. E lei: “Ma insomma, nemmeno gli animali……”.
Entro nella stanza e vedo “l’increscioso” episodio: una giovane coppia di colore, marito e moglie, con lei che molto spontaneamente offre un seno ad una simpaticissima marmocchia di circa un anno d’età.
Non ho nulla contro quell’impiegata, non la giudico e sono certissimo che quelle parole non siano state dettate da razzismo. Però l’episodio, rafforzato dal commento finale, quando la coppia era già uscita: “Quella bambina era già grande”, mi fa pensare. Intanto mi ricorda che quando ero bambino io, o anche soltanto un ragazzo, di madri che allattavano con naturalezza se ne vedavano, in giro. Ora non più, sparite. E proprio nel tempo in cui culi e tette scoperte ci circondano, ci assediano, occhieggiano da ogni parte si volga lo sguardo. Di ragazze reali o di immagini pubblicitarie, con lo scopo di sedurre, attrarre. Per suscitare un desiderio che rimarrà tale o per far acquistare qualsiasi oggetto.
E’ l’assurdo del presente. Corpi sempre più artificiali e costruiti, esibiti ed accettati come arma di potere da un lato, e sconcerto per un corpo che si mostra in un gesto spontaneo ed eterno: una madre che allatta il suo bambino.
Il corpo vero sconcerta, allarma, è diventato “sconveniente” nella “civiltà delle buone maniere”. Qualcosa da nascondere o da inibire, come con la pillola che impedisce le mestruazioni, perché non ha valenza erotica (ammesso e niente affatto concesso che sia vero erotismo quello esibitoci quotidianamente), o perché economicamente improduttivo.
C’è materia su cui riflettere, per tutti ma principalmente per le donne, soggetti e insieme oggetti di una falsa emancipazione, le cui vittime non sono solo i maschi ma loro stesse, anche se non se ne accorgono.

July 9, 2007

Nessuno tocchi Caino, gli innocenti invece si impicchino

Filed under: Uncategorized - Administrator @ 1:51 pm

Giovedì 5 luglio 2007 il tg5 dà la notizia di un giovane operaio dell’Italia del Nordest, che si è sparato per le accuse di molestie sessuali di una quattrordicenne conosciuta su internet e successivamente incontrata.
Colpevole o no che fosse, è il segno di una giustizia che non è da tempo più tale per i maschi: questo tipo di accuse sono automaticamente una condanna.
L’accusa della donna è ormai assimilata alla prova ed è l’accusato a dover dimostrare l’innocenza. Si chiama inversione dell’onere della prova, ormai prassi nei nostri tribunali per questo tipo di reati: oggi i maschi sono per definizione ritenuti colpevoli e devono dimostrare di essere innocenti. Se questi sono i principi della giustizia, per l’accusato l’attesa del processo per avere giustizia è inutile: a meno che l’accusatrice ritratti, la condanna è già scritta. La pena è addirittura immediatamente efficace: all’accusa segue immediatamente la morte civile, la perdita del lavoro, la rovina economica, la perdita della moglie e dei figli, il carcere: una vita
senza futuro, una vita che non è più vita. Nessuno tocchi Caino, sacrosanto, però sarebbe bene cominciare col non mandare a morte sulla parola di una donna degli innocenti. Che sono tali fino a prova, vera e a carico
dell’accusa, del contrario. E’ pur vero che tradizionalmente gli innocenti tolgono il disturbo da soli. Ma francamente, la loro morte è assolutamente inaccettabile. Un’ infamia per la società che ha costruito la procedura giudiziaria e mediatica infernale che li ha costretti al suicidio. Non bisogna tacere su questa barbara regressione della civiltà giuridica.
Le quote di innocenti suicidi attaccati via agli alberi o alle inferiate di un carcere o sparati a causa di questo modo di intendere la giustizia incominciano ad essere troppe. E sono tutte azzurre.
Cesare

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