Sull’omosessualità (III)
La replica di Giuseppe Girimonti Greco
Ritorno sul mio precedente messaggio a commento del pezzo “Claudio Risè su Il Domenicale”, dopo aver letto l’articolo sui Dico, a firma di Ermini.
Mi sembra che i toni da voi usati siano pacati, non ho navigato in lungo e in largo in tutto il sito, e spero di non trovare brutte sorprese.
Mi sembra interessante un dialogo civile su temi così delicati, e mi sembra che Ermini riprenda le parole della giornalista che cita con grande equilibrio e onestà, senza forzare alcunché: come una base per replicare e cercare di capire le differenze e i veri punti di distanza che esistono fra le parti in causa: i punti di frizione e di divergenza che sono destinati a restare tali, ma … come dire. Mi sembra che sullo sfondo ci sia, a muovervi, una speranza: capirsi attraverso il dialogo, o almeno parlare, POTER PARLARE; civilmente.
Mi lascia un po’ perplesso il riferimento a Girard, così come quello a Foucault.
Non penso che Foucault venga strumentalizzato, qui; ma Girard… !!!
La chiusura dell’articolo è un po’ una zappa sui piedi, perché si sa qual è l’approdo filosofico di R. Girard (un approdo che confina col rischio del pensiero unico: il ritorno al cristianesimo delle origine, quello della pura e semplice imitatio Christi evangelica); e a me sembra che sia proprio l’approdo di Girard a poter alimentare il rischio che sta sullo sfondo: in nome della lotta allo spettro dell ‘indifferenziazione (che qui sta per relativismo, nell’accezione negativa che poi è quella ratzingeriana), Girard e soprattutto i girardiani sognano una società cristiana cristianizzata , ri-cristianizzata; e ovviamente loro sanno benissimo da che parte vogliono stare, e in quella società non c’è posto per il pluralismo, bene … fin qui non c’è nessuna grinza. Ma in
una società di tal genere l’omosessuale che non voglia sentire su di se lo stigma , invece lo subisce: uso ’stigma’ nell’accezione di Goffman; diciamo, con Girard: un omosessuale che non voglia sentirsi capro espiatorio di quel nuovo ordine, come fa a non sentirsi tale ? a non temere di poterlo essere o diventare o ridiventare ancor di più ? Mi segue ?
E quindi, là dove si invoca Girard per dire che la società in cui regni l’indifferenziato è una società violenta, accade che il riferimento si ritorce dialetticamente contro il ragionamento di Ermini: è quella società, non indifferenziata, a diventare violenta contro alcuni: e così, con buona pace di Girard e della sua conversione, e della sua utopia, che pure per me è stata commovente, non si esce mai dal circolo vizioso della violenza vittimaria, dell’investimento violento su un oggetto - vittima.
Conosco bene Girard , e patisco molto per aver dovuto prendere le distanze, nel mio piccolo, dalle sue tesi: secondo me NON è la sua proposta ultima a configurarsi come una soluzione utopica pensabile. Girard resta per questo un grande autore tragico; credo che lui stesso lo sappia più che bene. Accettando per buona, anzi per ottima, la tesi della transizione dalla rivalité generalizzata alla violenza contro il bouc emissaire, e
pure la tesi dell’ ‘uscita’ da quel mondo di violenza (il mondo sacro del paganesimo, il mondo precristiano) attraverso il ritorno al mistero di Cristo e del suo sacrificio , ecco: pur accettandola per buona, alla
fine, ci rimane fra le mani , amaramente per quel che mi riguarda, una specie di paradosso: alla fine del percorso la violenza, cacciata, o meglio : che si era creduto di cacciare dalla porta della cultura e della storia, ritorna per la finestra (dell’Immaginario ?).
















