April 26, 2007

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Filed under: Uncategorized - Administrator @ 8:32 am

gesef

Associazione Nazionale di Volontariato
www.gesef.it

Comunicato Stampa
Mobbing Genitoriale: aperto il Procedimento presso il Tribunale di Roma.
E’ la prima volta che in Italia un padre chiede il risarcimento danni.

Separato dal 1994, divorziato dal 2004, V.S. è stato oggetto costante di ogni tipo di vessazioni, intimidazioni, minacce ed ingiurie attraverso più di un decennio di Mobbing Genitoriale .

Denunce di ogni tipo: abusi sessuali sui figli, molestie sessuali sui figli, abusi psicologici sui figli presunti coinvolti in riti magici e messe nere, mancata assistenza alimentare in favore dei figli (due volte) , abuso edilizio, sottrazione di beni mobili, violazione di domicilio, furto, effrazione, frode ed evasione fiscale. Centinaia di telefonate insultanti, messaggi in segreteria telefonica o sms tutte le volte che i figli rientravano dalle frequentazioni paterne.
Incredibile quantità di scritti autografi della ex moglie con insulti, minacce , vessazioni ed intimidazioni.
Una sequela ininterrotta di azioni volte a denigrare od a squalificare la figura paterna non solo agli occhi dei figli ma in tutti gli ambienti frequentati sia dal padre che dagli stessi.

Conseguenze gravissime, dichiara la Psicoterapeuta che studia da anni il caso. Secondo la D.ssa Maria Bernabeo (responsabile del Centro di Sostegno alla Bigenitorialità di Viale Germanico) lo stress emotivo e fisico in anni di attacchi giudiziari hanno minato e menomato profondamente la psiche del soggetto, fino a conseguenze gravi sulla qualità della vita e nei rapporti con il prossimo.
100.000 euro di risarcimento ci sembra una cifra congrua, dichiara Daniele Ferito, l’avvocato che rappresenta l’attore.
Paternità negata per anni, attività lavorativa limitata, costi sostenuti solo per difendersi nei Tribunali senza che nessuno lo abbia mai condannato ma al contrario, oltre alle denunce più gravi sui figli archiviate, le altre sono state chiuse perché il fatto non sussiste. Un vero calvario giudiziario.

E’ la prima volta che in Italia un Padre si rivolge all’Autorità per una richiesta di risarcimento danni per Mobbing Genitoriale: la causa si è aperta questa mattina alla 1 Sezione Civile del Tribunale di Roma.
Comunque andrà a finire, sarà giurisprudenza.

Roma 23 aprile 2007

Oggi: appuntamenti da non perdere

Filed under: La condizione maschile, Il Selvatico - Administrator @ 8:01 am

Melzo, Teatro Trivulzio
Giovedi, 26 aprile, ore 21
Parsifal
di e con Davide Giandrini
liberamente tratto da
Parsifal di Claudio Risé

Brescia Punto TV
Giovedi ore 20,45
Dibattito sull’ Affido condiviso
con Paolo Ferliga

April 19, 2007

Dietro le sbarre ma papà!

Filed under: Uncategorized - Administrator @ 9:25 am

di C. Brivio

Su Avvenire on line di oggi 19 aprile 2007, il grande tema delle mamme con figli minori di tre anni in carcere: tutti si stanno giustamente attivando per attrezzare spazi familiari e non carcerari. Viene accennato anche al
tema dei figli dei genitori in carcere e del diritto loro e dei genitori ad avere e fare i genitori comunque.
Mi sembra ignorato il diritto dei papà di frequentare i figli sotto i tre anni in ambienti familiari,come garantito invece alle madri. Perchè? Per i figli dopo i tre anni, è appena accennato il diritto dei papà di fare i papà anche dietro le barre e quello dei figli di avere comunque un papà accessibile. Un tema che mi piacerebbe molto mettere a fuoco o qualcuno mettesse a fuoco. I papà in carcere sono decine di migliaia, i figli orfani della loro paternità altrettanti se non di più. Che fare? Mi sembra anche da questo articolo su Avvenire che per i padri carcerati non c’è la minima sensibilità. Si parla di genitori, termine oggi usato per seppellire definitivamente il padre di cui non solo non c’è traccia ma quella che ancora c’è la si nasconde sotto il termine genitore. Privati della libertà è già tragico, ma perchè anche privati della possibilità di essere padri? mi sembra una follia. Anche perchè il mantenimento di ruoli familiari così importanti è decisivo per la possibilità di reinserirsi definitivamente nella società, una volta usciti dal carcere.Dietro le sbarre ma papà! una dignità che non può essere denegata da nessuno, uno status ed una funzione che deve essere preservato comunque.

April 18, 2007

La maestra indiana

Filed under: Cinema, teatro, musica, libri - Administrator @ 8:48 am

Il fiume PoCentochiodi
Regia di Ermanno Olmi
Con Raz Degan, Luna Bendandi, Amina Syed, Michele Zattara, Damiano Scaini, Franco Andreani
Genere Commedia, colore, 92 minuti.
Produzione Italia 2007.

recensione di Cesare Brivio

Ho visto Cento chiodi.
Certamente una grande poesia di immagini e la poesia non si giudica la si vive. E questo Cristo, se legge la parabola del figliol prodigo è anche quello che dice: “Il giorno del Giudizio sarà Dio a render conto di tutta la sofferenza del mondo”. Insomma un Cristo che non riconosce il Padre e lo accusa della Croce: assurda sofferenza. Non via della salvezza e della gioia, e fin da subito qui in Terra (Il centuplo quaggiù). Ma senza l’obbedienza al Padre sulla Croce, senza la capacità del Figlio di rivelare l’amore del Padre proprio nel sacrificio della Croce, Cristo è ancora il Cristo? Cento chiodi sì ma nel pavimento e sui libri: gli arte-fatti. La natura umana invece è senza peccato come la natura stupenda del grande fiume. La salvezza deve essere senza Croce dunque. E la realtà e l’uomo salvati non dalla perdita di sè nella relazione con il Padre ma dalla materna cura di te del divino. L’allieva indiana lo ha spiegato molto bene: è la donna la vera intermediaria del divino. Che si è disposti a riconoscere e ad aspettare solo se fa miracoli. Ma chi fa di questi miracoli non risorge ed è inutile aspettarlo: nessuna cena di Emmaus. La via alla felicità cercata e proposta dai figli dei fiori? Adesso, ultrasessant’enni, in balera sul PO e non più sull’isola di Wight. A danzare sulle note di una canzone del ricordo di un amore passato:il sogno di un’infanzia sprofondata nel grande grembo della natura e presa a cifra esemplare della vita.Un sogno che passa come un piroscafo nella bruma della sera sul fiume. Forse è per questo che lo scontrino del negozio di ferramenta, primo e unico indizio per le indagini, ha il numero 68. Ma questa nave, la nave di Amarcord, è un sogno struggente e irraggiungibile, che il fiume si porta via.

April 17, 2007

Speriamo che sia femmina

Filed under: Bioetica - Administrator @ 7:55 pm

di A. Ermini

Ci informa L’Avvenire del 14 marzo 2007 che un ricercatore britannico sarebbe sul punto di riuscire a creare cellule spermatiche dal midollo spinale umano. La ricerca, condotta dallo scienziato, Karim Nayernia, avrebbe lo scopo di aiutare a combattere la sterilità negli uomini sottoposti a cure antitumori. Sennonché lo stesso scienziato annuncia anche di aver completato esperimenti su femmine di topi, con la possibilità di ottenere lo stesso risultato, la creazione di cellule spermatiche, a partire dal midollo spinale femminile. Ne scaturirebbero solo figlie femmine.

A parte l’attendibilità scientifica messa pesantemente in dubbio da molti colleghi di Nayernia, è molto pertinente l’osservazione di don Roberto Colombo dell’Università Cattolica, il quale si chiede come mai, se lo scopo è quello di curare la sterilità maschile, non ci si concentra sul midollo del padre.

A prima vista può sembrare una ennesima , fantasiosa, variante di delirio faustiano, ma se collochiamo questa improbabile scoperta in un contesto più ampio ci accorgiamo che fa parte di un disegno ideologico dai contorni precisi. L’eliminazione radicale della differenza sessuale, che passa attraverso l’eliminazione del maschio. Conta poco che si tratti di una scemenza scientifica o che, se anche fosse vera, vi sarebbe un’applicazione concreta limitata e possibile fra chissà quanto tempo. Conta invece che si possa concepire un simile disegno e che vi si dedichino risorse intellettuali ed economiche.

Con le tecniche di fecondazione artificiale si è rotto il legame fra procreazione e sessualità, con la fecondazione eterologa si è messo in subordine la paternità biologica, con la possibilità che ad essa facciano ricorso coppie lesbiche o donne single si sancisce l’irrilevanza della paternità a livello educativo. Ora si cerca di ottenere un duplice risultato: la totale irrilevanza maschile nella procreazione e la possibilità di un mondo di sole donne. D’altra parte le leggi di tipo zapateriano, che sanciscono anche a livello linguistico l’eliminazione della differenza sessuale (non più padre e madre, non più marito e moglie), o quelle che prevedono la scelta del sesso “a la carte”, hanno identico segno, seppure mascherato sotto una parvenza di neutralità.

Il paradosso è che tutte queste “scoperte”, tutte questi “progressi” scientifici, tutte queste leggi, sono opera di maschi. Mai si era visto nella storia dell’umanità un simile odio per se stessi, un simile, gigantesco, auto da fè. Sbalorditivo! Ma forse mi sbaglio, forse si tratta solo dell’ennesimo e definitivo atto ostile degli uomini verso le donne. Sottrarre loro, in sol colpo, l’oggetto di desiderio, il bersaglio polemico, e quel tanto di protezione sempre richiesto , seppure non più riconosciuto. Come quel marito che per far dispetto alla moglie non trovò di meglio che castrarsi.

April 16, 2007

Sull’omosessualità (IV)

Filed under: La condizione maschile - Administrator @ 8:49 am

La contro-replica di Armando Ermini

Caro amico,
fa piacere ci vengano riconosciuti equilibrio e onestà. Per me, per noi selvatici, riportare le altrui tesi senza travisazioni, e naturalmente commentarle liberamente, è un punto d’onore. E’ proprio quello che non è accaduto ai blogger che hanno accusato C. Risè di omofobia. Conosco personalmente Risè, oltre che attraverso i suoi lavori, e le assicuro che solo essendo immersi in un pensiero pienamente ideologico si possono considerare omofobiche le sue parole. Non è questa la sede, e onestamente non ne sarei capace comunque, per commentare il complesso pensiero di R. Girard, ma mi sembra che le ultime righe del suo messaggio confermino la pertinenza del mio richiamo. Il fatto è che il pensiero di Girard è tragico, come afferma anche lei, perchè non lascia scampo alle tesi consolatorie che credono possibile allontanare per sempre il male e la violenza dall’uomo. Così non è, ci dice Girard, e periodicamente, quando le differenze vengono meno a causa di processi storici e culturali, le crisi sacrificali riesplodono. Gli uomini, attraverso i riti ed anche i sacrifici, al cui centro c’era originariamente un soggetto/oggetto umano, possono solo tentare di depotenziare la violenza, non eliminarla. Rifiutarsi di accettare questo elemento tragico della vita, come fa il pensiero moderno, ottiene in realtà il contrario di quello che vorrebbe. Le utopie del ‘900, il secolo dei genocidi, confermano questa tesi. Gli omosessuali sono stati perseguitati dal nazismo e nei paesi comunisti, come accade ancora oggi a Cuba, non dal Cristianesimo, e la stessa categorizzazione dell’omosessualità e della figura dell’omosessuale è frutto del pensiero positivista moderno. Ora, nel XXI secolo, di utopie se ne riaffacciano di nuove e più pericolose perchè dissimulate dietro il richiamo alle democrazia e all’autodeterminazione. Mi riferisco allo strisciante eugenismo insito in chi vagheggia il “miglioramento” dell’umanità, foriero di nuove violenze verso i più deboli. Ma cos’è il miglioramento dell’umanità se non, di nuovo, perdita delle differenze?

Vale la pena insistere sul concetto di differenza. Su un altro versante se ne è occupato anche Ivan Illich, per il quale la guerra fra i sessi è frutto, eminentemente moderno, della scomparsa del “genere” e dell’affermarsi del lavoro unisex sull’onda delle necessità dell’apparato produttivo. Questo convergere da punti di vista diversi su uno schema concettuale analogo mi sembra interessante, e degno di riflessione.

Tornando ai nostri temi più specifici, credo debba essere tenuta ferma la distinzione fra i diritti inalienabili della persona e la necessità, per qualsiasi società, di strutturarsi su alcuni cardini fondamentali. La famiglia tradizionale è uno di questi, ed anche nella Grecia classica o a Roma, quando i comportamenti omosessuali non erano oggetto di esecrazione, nessuno sentì mai il bisogno di legalizzarli o equipararli in qualche modo al matrimonio, nè gli omosessuali si sentivano per questo discriminati. Siamo dunque in presenza di un salto di qualità significativo, che intende imporre un nuovo ordine sociale e antropologico.

La cosa dovrebbe far riflettere almeno da due punti di vista, ed è merito di Ida Dominijanni averlo evidenziato. Il primo è che quando due ordini sociali si confrontano, gli argomenti pertinenti dovrebbero essere, appunto, sociali e antropologici, essendo i problemi dei diritti soggettivi risolvibili in altro ambito, tanto nell’uno quanto nell’altro ordine. Il secondo riguarda la trasformazione profondissima che ha subito il movimento omosessuale. Mario Mieli ed il F.u.o.r.i si proponevano come eversori dell’ordine borghese, come, a loro modo, rivoluzionari che si opponevano al potere in nome di un’utopia libertaria, comunque la si giudicasse.

Per quello che ne posso ricordare io, dall’esterno, niente era loro più lontano dell’ansia da riconoscimento normalizzante. Quale significato dare allora a questa trasformazione?

Mi permetto di suggerire un’ipotesi di lavoro, basata su quanto sostiene Z. Baumann ma non solo lui. Cioè sulla enorme capacità delle moderne società “liquide”, di inglobare, metabolizzare, rendere funzionali ai propri interessi, anche i comportamenti più laterali ed inizialmente eversivi. Delle due l’una. O i movimenti omosessuali si dichiarano ufficialmente i nuovi paladini di questa società ed accettano di essere considerati un “target di mercato” ricco e interessante economicamente, ma allora la loro battaglia è tutt’altro che rivoluzionaria, al massimo modernizzatrice contro i residui “oscurantisti” (come è accaduto nei fatti al ‘68), oppure hanno molta materia di riflessione. Insomma, anche in questo caso, chi è davvero “fuori” dal nuovo ordine che si va affermando?

Sull’omosessualità (III)

Filed under: La condizione maschile - Administrator @ 8:48 am

La replica di Giuseppe Girimonti Greco

Ritorno sul mio precedente messaggio a commento del pezzo “Claudio Risè su Il Domenicale”, dopo aver letto l’articolo sui Dico, a firma di Ermini.
Mi sembra che i toni da voi usati siano pacati, non ho navigato in lungo e in largo in tutto il sito, e spero di non trovare brutte sorprese.
Mi sembra interessante un dialogo civile su temi così delicati, e mi sembra che Ermini riprenda le parole della giornalista che cita con grande equilibrio e onestà, senza forzare alcunché: come una base per replicare e cercare di capire le differenze e i veri punti di distanza che esistono fra le parti in causa: i punti di frizione e di divergenza che sono destinati a restare tali, ma … come dire. Mi sembra che sullo sfondo ci sia, a muovervi, una speranza: capirsi attraverso il dialogo, o almeno parlare, POTER PARLARE; civilmente.
Mi lascia un po’ perplesso il riferimento a Girard, così come quello a Foucault.
Non penso che Foucault venga strumentalizzato, qui; ma Girard… !!!
La chiusura dell’articolo è un po’ una zappa sui piedi, perché si sa qual è l’approdo filosofico di R. Girard (un approdo che confina col rischio del pensiero unico: il ritorno al cristianesimo delle origine, quello della pura e semplice imitatio Christi evangelica); e a me sembra che sia proprio l’approdo di Girard a poter alimentare il rischio che sta sullo sfondo: in nome della lotta allo spettro dell ‘indifferenziazione (che qui sta per relativismo, nell’accezione negativa che poi è quella ratzingeriana), Girard e soprattutto i girardiani sognano una società cristiana cristianizzata , ri-cristianizzata; e ovviamente loro sanno benissimo da che parte vogliono stare, e in quella società non c’è posto per il pluralismo, bene … fin qui non c’è nessuna grinza. Ma in
una società di tal genere l’omosessuale che non voglia sentire su di se lo stigma , invece lo subisce: uso ’stigma’ nell’accezione di Goffman; diciamo, con Girard: un omosessuale che non voglia sentirsi capro espiatorio di quel nuovo ordine, come fa a non sentirsi tale ? a non temere di poterlo essere o diventare o ridiventare ancor di più ? Mi segue ?
E quindi, là dove si invoca Girard per dire che la società in cui regni l’indifferenziato è una società violenta, accade che il riferimento si ritorce dialetticamente contro il ragionamento di Ermini: è quella società, non indifferenziata, a diventare violenta contro alcuni: e così, con buona pace di Girard e della sua conversione, e della sua utopia, che pure per me è stata commovente, non si esce mai dal circolo vizioso della violenza vittimaria, dell’investimento violento su un oggetto - vittima.
Conosco bene Girard , e patisco molto per aver dovuto prendere le distanze, nel mio piccolo, dalle sue tesi: secondo me NON è la sua proposta ultima a configurarsi come una soluzione utopica pensabile. Girard resta per questo un grande autore tragico; credo che lui stesso lo sappia più che bene. Accettando per buona, anzi per ottima, la tesi della transizione dalla rivalité generalizzata alla violenza contro il bouc emissaire, e
pure la tesi dell’ ‘uscita’ da quel mondo di violenza (il mondo sacro del paganesimo, il mondo precristiano) attraverso il ritorno al mistero di Cristo e del suo sacrificio , ecco: pur accettandola per buona, alla
fine, ci rimane fra le mani , amaramente per quel che mi riguarda, una specie di paradosso: alla fine del percorso la violenza, cacciata, o meglio : che si era creduto di cacciare dalla porta della cultura e della storia, ritorna per la finestra (dell’Immaginario ?).

Sull’omosessualità (II)

Filed under: La condizione maschile - Administrator @ 8:44 am

La risposta di Guido Venturini

Quand’anche sia il paziente ad usare l’etichetta “voglio uscire da questa condizione omosessuale che mi rende infelice” all’analista, al terapeuta spetterebbe il compito, a mio umile avviso, di curare il malessere, a prescindere dal fatto che il paziente lo identifichi con la ‘condizione omosessuale’; quell’ipotetico paziente potrebbe, per esempio, vivere la propria ‘condizione’ poco bene per motivi non legati alla natura del suo orientamento, ma ad altri fattori.

Rilegga il suo scritto con attenzione.
Chi non vede l’altro è lei.
Se il paziente dice che non sta bene nell’omosessualità, potrebbe anche avere ragione. Lei lo esclude a priori.
Come ci sono tanti eterosessuali che durante l’analisi riconoscono che il loro orientamento è omosessuale, così è possibile il contrario. Compito dell’analista può essere solo di accompagnare il paziente verso la scoperta del proprio sè.
L’ideologo con cui non si può parlare, e che non ammette persone con un pensiero diverso dal suo (come il paziente del suo esempio) in questo caso, caro giuseppe, è Lei.

Sull’omosessualità (I)

Filed under: La condizione maschile - Administrator @ 8:41 am

Un commento/critica di Giuseppe Girimonti Greco

Accettate davvero critiche pacate?
Sono omosessuale e quel che ho appena finito di leggere (vedi articolo) mi dà una tristezza infinita. Ci sono equivoci insormontabili, a quest’ora della notte scoprire che una fetta enorme di potenziali interlocutori virtuali … mi muoiono addirittura le parole in bocca: come si fa a ridurre l’eventuale contraddittore ad un soggetto condizionato dall’ideologia (gay nella fattispecie) a priori? Privandolo così in anticipo del diritto di replica in qualche modo, giacché ogni obiezione è già contenuta nel ‘testo’ di partenza. Se io per esempio adesso dicessi che l’espressione ‘uscire dall’omosessualità’ mi sembra del tutto incomprensibile, voi replichereste che “per forza, lei è condizionato dalla ideologia gay”. Un terapeuta, quale che sia la sua formazione, il suo orientamento, ecc., dovrebbe preoccuparsi solo del benessere della persona che ha davanti, e non ‘tematizzare’ il malessere che il paziente gli porta davanti con un etichetta: quandanche sia il paziente ad usare l’etichetta “voglio uscire da questa condizione omosessuale che mi rende infelice” all’analista, al terapeuta spetterebbe il compito, a mio umile avviso, di curare il malessere, a prescindere dal fatto che il paziente lo identifichi con la ‘condizione omosessuale’; quell’ipotetico paziente potrebbe, per esempio, vivere la propria ‘condizione’ poco bene per motivi non legati alla natura del suo orientamento, ma ad altri fattori. Quindi perché prendere alla lettera quello che viene presentato come un ‘grido di dolore’ (”voglio uscire dalla mia omosessualità”), quando magari un terapeuta può usare una strategia terapeutica più funzionale: in alcuni casi far sì che il paziente si ‘trovi meglio’ in quella condizione, piuttosto che fargli fare la fatica di assumerne un’altra, quasi si trattasse di cambiar abito … ma mi sembra di sprecare il fiato, perché non ho visto qui sopra un invito al dialogo: siete un po’ endogamici e autoreferenziali o mi sbaglio? forse questo intervento non sarà neppure pubblicato. E sarebbe una cosa amara …

April 6, 2007

COPPIE DI FATTO, LE VERE POSTE IN GIUOCO

Filed under: Bioetica - Administrator @ 4:30 pm

di A. Ermini

Ida Dominijanni, su Il Manifesto del 3 aprile 2007 (La norma eterosessuale), ha il merito di esplicitare senza mascherature, soprattutto agli occhi del variegato schieramento favorevole ai Dico, il reale oggetto del contendere sulla legalizzazione delle unioni di fatto.
Non la condanna del sesso omosessuale, né la negazione dei diritti individuali che la Chiesa ammette senza difficoltà, ma un intero ordine sociale ed antropologico. Per la Chiesa, come scrive la nota dei vescovi sui Dico, “la legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile”. Ed è su questa differenza che si fonda il primato del matrimonio e della famiglia naturale come cellula base della società. La legalizzazione della coppia omosessuale minaccia l’ordine costituito, scrive la Dominijanni, perché attiva la genitorialità omosessuale, ossia una concezione della procreazione “denaturalizzata” e slegata, come già accade con la fecondazione artificiale, dall’accoppiamento maschio/femmina, con evidenti effetti sul concetto di famiglia e sullo statuto antropologico della società. Sull’altro versante, il riconoscimento delle coppie omosessuali da parte dello Stato deve essere visto proprio come il grimaldello per scardinare l’ordine sociale che si basa sulla differenza sessuale. Ma se il riconoscimento porterebbe alla luce un fenomeno destinato altrimenti all’ombra, la Dominijanni non si nasconde l’esistenza di un problema. Scrive infatti in chiusura dell’articolo: “ Una volta che le sovversive coppie gay saranno riconosciute e legalizzate, che sarà di queste pratiche sessuali, affettive e parentali, e della loro radicale estraneità alla norma e alla normalizzazione?”
Detto con altre parole: è preferibile una società che assuma il dato di natura a fondamento del suo ordine sociale, ma che contemporaneamente lasci libertà a comportamenti che in quell’ordine non vogliano riconoscersi (come accadeva in epoche definite oscure), oppure una società che normi, “regolarizzi”, amministri ed inglobi tutto in un magma indifferenziato?
Questa è la scelta. Non i diritti o la tolleranza, non il dettato Costituzionale, non la supposta omofobia di alcuni, non la secondaria urgenza della questione.
Ed è su questo che tutti siamo chiamati a pronunciarci, al di là dei tatticismi, delle mediazioni, del buon senso comune in stile Pollastrini e Bindi, che tendono a nascondere il vero problema.
A me vengono in mente due cose. Le parole di Foucault sul biopetere che, in nome dei diritti estende la sua presa amministrativo/ burocratica su tutti gli aspetti della vita, fino al corpo ed al suo uso, e quelle di Renè Girard sull’indifferenziazione come matrice di ogni violenza, al centro delle preoccupazioni delle società così dette primitive.

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