La contro-replica di Armando Ermini
Caro amico,
fa piacere ci vengano riconosciuti equilibrio e onestà. Per me, per noi selvatici, riportare le altrui tesi senza travisazioni, e naturalmente commentarle liberamente, è un punto d’onore. E’ proprio quello che non è accaduto ai blogger che hanno accusato C. Risè di omofobia. Conosco personalmente Risè, oltre che attraverso i suoi lavori, e le assicuro che solo essendo immersi in un pensiero pienamente ideologico si possono considerare omofobiche le sue parole. Non è questa la sede, e onestamente non ne sarei capace comunque, per commentare il complesso pensiero di R. Girard, ma mi sembra che le ultime righe del suo messaggio confermino la pertinenza del mio richiamo. Il fatto è che il pensiero di Girard è tragico, come afferma anche lei, perchè non lascia scampo alle tesi consolatorie che credono possibile allontanare per sempre il male e la violenza dall’uomo. Così non è, ci dice Girard, e periodicamente, quando le differenze vengono meno a causa di processi storici e culturali, le crisi sacrificali riesplodono. Gli uomini, attraverso i riti ed anche i sacrifici, al cui centro c’era originariamente un soggetto/oggetto umano, possono solo tentare di depotenziare la violenza, non eliminarla. Rifiutarsi di accettare questo elemento tragico della vita, come fa il pensiero moderno, ottiene in realtà il contrario di quello che vorrebbe. Le utopie del ‘900, il secolo dei genocidi, confermano questa tesi. Gli omosessuali sono stati perseguitati dal nazismo e nei paesi comunisti, come accade ancora oggi a Cuba, non dal Cristianesimo, e la stessa categorizzazione dell’omosessualità e della figura dell’omosessuale è frutto del pensiero positivista moderno. Ora, nel XXI secolo, di utopie se ne riaffacciano di nuove e più pericolose perchè dissimulate dietro il richiamo alle democrazia e all’autodeterminazione. Mi riferisco allo strisciante eugenismo insito in chi vagheggia il “miglioramento” dell’umanità, foriero di nuove violenze verso i più deboli. Ma cos’è il miglioramento dell’umanità se non, di nuovo, perdita delle differenze?
Vale la pena insistere sul concetto di differenza. Su un altro versante se ne è occupato anche Ivan Illich, per il quale la guerra fra i sessi è frutto, eminentemente moderno, della scomparsa del “genere” e dell’affermarsi del lavoro unisex sull’onda delle necessità dell’apparato produttivo. Questo convergere da punti di vista diversi su uno schema concettuale analogo mi sembra interessante, e degno di riflessione.
Tornando ai nostri temi più specifici, credo debba essere tenuta ferma la distinzione fra i diritti inalienabili della persona e la necessità, per qualsiasi società, di strutturarsi su alcuni cardini fondamentali. La famiglia tradizionale è uno di questi, ed anche nella Grecia classica o a Roma, quando i comportamenti omosessuali non erano oggetto di esecrazione, nessuno sentì mai il bisogno di legalizzarli o equipararli in qualche modo al matrimonio, nè gli omosessuali si sentivano per questo discriminati. Siamo dunque in presenza di un salto di qualità significativo, che intende imporre un nuovo ordine sociale e antropologico.
La cosa dovrebbe far riflettere almeno da due punti di vista, ed è merito di Ida Dominijanni averlo evidenziato. Il primo è che quando due ordini sociali si confrontano, gli argomenti pertinenti dovrebbero essere, appunto, sociali e antropologici, essendo i problemi dei diritti soggettivi risolvibili in altro ambito, tanto nell’uno quanto nell’altro ordine. Il secondo riguarda la trasformazione profondissima che ha subito il movimento omosessuale. Mario Mieli ed il F.u.o.r.i si proponevano come eversori dell’ordine borghese, come, a loro modo, rivoluzionari che si opponevano al potere in nome di un’utopia libertaria, comunque la si giudicasse.
Per quello che ne posso ricordare io, dall’esterno, niente era loro più lontano dell’ansia da riconoscimento normalizzante. Quale significato dare allora a questa trasformazione?
Mi permetto di suggerire un’ipotesi di lavoro, basata su quanto sostiene Z. Baumann ma non solo lui. Cioè sulla enorme capacità delle moderne società “liquide”, di inglobare, metabolizzare, rendere funzionali ai propri interessi, anche i comportamenti più laterali ed inizialmente eversivi. Delle due l’una. O i movimenti omosessuali si dichiarano ufficialmente i nuovi paladini di questa società ed accettano di essere considerati un “target di mercato” ricco e interessante economicamente, ma allora la loro battaglia è tutt’altro che rivoluzionaria, al massimo modernizzatrice contro i residui “oscurantisti” (come è accaduto nei fatti al ‘68), oppure hanno molta materia di riflessione. Insomma, anche in questo caso, chi è davvero “fuori” dal nuovo ordine che si va affermando?