March 31, 2007

300

Filed under: Cinema, teatro, musica, libri - Administrator @ 2:44 pm

300
di Zack Snyder
con Gerard Butler, Lena Headey, David Wenham, Dominic West, Vincent Regan, Rodrigo Santoro, Andrew Tiernan, Andrew Pleavin

recensione di Elio Salvadori

Sulla carta, non proprio il genere tipico che vado a vedere solitamente, ma il film, nonostante il pessimo doppiaggio italiano, e’ - sapendone riconoscere il suo forte stile fumettaro e pulp - da vedere.
La vicenda parla della famosa impresa delle Termopili avvenuta nel 480AC durante la quale un manipolo di 300 spartani tenne testa per 3 giorni all’esercito persiano di re Serse, il più grande che il mondo avesse visto fino a quel momento (si parla di un milione di guerrieri). Imprecisioni storiche permettendo, si tratta di una lotta pesantemente impari ma che simbolizza quella capacita’ di saper lottare fino in fondo anche quando sai gia’ in partenza che non potrai vincere, quanto meno per “cercare qualcuno che mi dia quella che a Sparta chiamiamo una bella morte” - come dice uno dei
protagonisti - sapendo che in gioco c’e’ la liberta’ del tuo popolo, delle tue donne e dei tuoi figli, a cui vuoi impedire a costo della tua stessa vita di doversi inginocchiare di fronte agli invasori.

L’aver riconosciuto dietro a quello spirito indomito di sacrificio (dono) una delle piu’ grandi capacita’ che noi Uomini sappiamo portare a questo mondo mi ha dato una grande energia, e nuova linfa a questo accresciuto senso del mio essere Uomo, e di cio’ che esso significa ed ha significato nel corso della nostra civilta’.
Il rapporto tra re Leonida e la sua regina un bell’esempio di quanta forza possa darti una compagna che sappia riconoscere il tuo ruolo nella coppia e nel mondo (e naturalmente vale anche viceversa, anche lei trae molta forza da quell’uomo pronto al sacrificio per la liberta’ del suo popolo).

Grazie a Dio niente scene melense stile Hollywood, ma piuttosto un ottimo stile scorretto che fa pulsare pesantemente le vene a chi ci vede solamente dell’apologia di nazismo e filo-americanismo (che palle!).

Bella anche la scena del re che “gioca alla lotta” col figlioletto, insegnandogli cosi’ i principi che stanno alla base di Sparta e dei suoi abitanti: son proprio belli i padri quando giocano alla lotta coi loro figli!

(per il resoconto di Erodoto cliccare qui)

March 29, 2007

The stolen kiss

Filed under: La condizione maschile - Administrator @ 12:23 pm

di A. Ermini
Per un bacio rubato alla ex fidanzata nel tentativo di riconquistarla, sono stati inflitti ad un giovane albanese di Belluno, e confermati dalla Cassazione, un anno e due mesi di galera più cinquemila euro di risarcimento.
(vedi anche www.maschiselvatici.it/accadeoggi/la condizione maschile)
Il reato sarebbe quello di violenza sessuale. La motivazione della sentenza specifica che anche il mero sfioramento con le labbra del viso altrui può rientrare nella fattispecie della violenza sessuale, e dunque anche, ad esempio, una carezza sul collo o lo sfioramento del lobo di un orecchio. Qualsiasi gesto, insomma, che non sia gradito, anche a posteriori. Poiché basta la parola di lei , non può esistere dimostrazione del contrario, e dunque al malcapitato non è concessa neanche la possibilità dell’inversione dell’onere della prova, che già lede uno dei fondamenti del diritto. Lo ha ben capito la giornalista dell’edizione mattutina del TG5 del 27 Marzo 2007, che candidamente ha dichiarato (riporto il senso): “ potremo far pagare caro a lui tutto ciò che non ci piace, secondo il nostro umore di giornata”.
Ma è vera gloria? Ne dubito, anzi sono certo del contrario, a parte, forse, per quelle (non) donne rancorose e sessuofobiche che vorrebbero castrare i maschi e che ora possiedono l’arma di annientamento finale. E le altre che già lamentano l’incertezza maschile? Gli stupri, ben altra cosa, non diminuiranno. In compenso, a fronte della possibilità di effimere (ma non per lui) vendette postume, si troveranno al cospetto di uomini ancora più insicuri, che di fronte alla prospettiva di finire in galera non oseranno più.
Se si toglie al sesso ogni un margine di ambiguità, giocato sul non detto di un gesto, sul no che può significare un si, sul rapporto sempre sfumato fra volontà cosciente e desiderio inconscio come ben sa la psicanalisi, se si inibisce la naturale e necessaria aggressività sessuale maschile, che non è violenza o prevaricazione ma iniziativa ed esplorazione dei limiti fino a cui ci si può spingere, rimane solo l’atto meccanico e la possibilità, come già accade in certi campus universitari statunitensi, della richiesta scritta e controfirmata per ogni avance che si intende fare. Un evidente squallore “politically correct”, dal quale neanche le donne hanno nulla da guadagnare, e lo sanno bene. Non è un caso che la ricerca Istat su “La violenza e i maltrattamenti contro le donne e fuori la famiglia” pubblicata a Febbraio 2007, seppure unilateralmente orientata, riporti questi dati significativi, alla Tavola 8: fra le donne comprese nella fascia d’età 16/70 anni che hanno subito violenza fisica o sessuale, solo il 18,2% lo considera come un reato, mentre il 44% “come qualcosa di sbagliato ma non un reato”, ed il 36% “solamente qualcosa che è accaduto”.
Quando la legge si impossessa di una materia così complessa non può che portare all’inibizione del desiderio maschile, ed al disastro per tutti.
Ma a mio parere c’è anche di più. Foucault scriveva del “biopotere” moderno come presa sul corpo per gestirlo e controllare la sua valenza anarchica e di libertà, attraverso procedimenti burocratici ed amministrativi. Anche questa vicenda ne fa parte, insieme alla pretesa di fabbricare la vita artificialmente ed alla spinta inarrestabile a selezionare la specie umana per “migliorarla” , democraticamente s’intende, attraverso l’eliminazione degli embrioni meno buoni o l’aborto “volontario” dei feti imperfetti. Il biopotere fa tutto questo in nome della libertà e dell’autodeterminazione delle donne, offrendo loro un potere che sembra quasi infinito. In realtà, staccandole dal dato di natura, le inganna e le imprigiona allo stesso modo degli uomini, seppure con modalità diverse. Ci sarebbe molto da riflettere, se solo si avesse la volontà di guardare oltre le apparenze e di valutare le conseguenze a lungo termine.

Solo la sola di una cinese sola?

Filed under: Uncategorized - Administrator @ 8:34 am

di Cesare Brivio

In prima pagina sul Corriere di oggi 28 marzo Fabio Cavalera firma un articolo con un titolo davvero suggestivo: “”In Cina. Una donna sola sfida il potere:”Non abbatterete la mia casa“”. La fotografia che accompagna il tutto è davvero coerente con il titolo: riprende in primo piano una bella cinese, sola, con in mano il foglio della sua protesta contro gli speculatori edilizi e sullo sfondo la sua casa, ormai pericolante, in cima ad una montagnola di roccia e terra: quello che resta degli scavi effettuati tutt’ intorno per costruire un grande centro commerciale. Un’immagine e una
storia che ha fatto il giro del mondo. La notizia proposta dal Corriere è dunque: una donna cinese sola lotta contro il potere in Cina. Altro che Garibaldi eroe dei due mondi, che oltretutto aveva Anita al suo fianco. Lo stesso articolo però, a dispetto del titolo cubitale riproposto in quattordicesima pagina, racconta un’altra storia: l’eroismo di una famiglia, di marito e moglie, insomma di un saldissimo sodalizio tra una donna e un uomo: anche la cinese ha dunque compagnia, e si tratta di una compagnia maschile, di un marito: “L’hanno definita la famiglia più insistente della Cina (…)” prosegue l’articolo. “Ma più che insistente è la famiglia più coraggiosa” (…) “La signora Wu Ping, assieme al marito,(…), si è messa di traverso agli speculatori che da tre anni tentano di abbattere la sua casa senza garantire un risarcimento adeguato”…”Le foto e la storia di Wu Ping e del coniuge, un campione di arti marziali, hanno attraversato il Paese in lungo e in largo“..
Domanda: perchè nel titolo Cavalera fa sparire Ping, marito e famiglia, proponendoci Wu sola soletta? è solo la sola di una cinese sola?

March 26, 2007

Il ritorno del maschio

Filed under: La condizione maschile - Administrator @ 9:52 pm

di A. Ermini

C’è, sembra, un rinnovato interesse per il maschio e per la sua identità. Non solo a livello antropologico o psicanalitico. Gli studiosi, cito per tutti, in Italia, Claudio Risè, hanno intuito l’importanza della questione molto prima che entrasse nella discussione quotidiana, hanno aperto una strada su cui si stanno avventurando in tutto l’Occidente anche non specialisti con pamphlet che riscuotono successi di vendita clamorosi. E’ di pochi giorni fa l’uscita nel nostro paese de
“L’uomo maschio” di Eric Zemmour, di cui ci siamo già occupati in www.maschiselvatici.it nella rubrica “Libri, cinema, musica”. L’ultimissima segnalazione la offre Il Foglio del 24 marzo 2007, che recensisce un libro edito in Inghilterra, ma ora anche in Italia da Mondadori , dal titolo “Il pericoloso libro delle cose da veri uomini”. Naturalmente, e basta il titolo per capire il perché, è stato molto criticato, ma ha venduto oltre un milione (si, proprio un 1.000.000) di copie. Il libro si rivolge ai ragazzi, e spiega loro alcune cose semplici. Un vero uomo deve, cito a caso: saper giocare a poker e a scacchi, conoscere almeno le battaglie più famose, sapere cosa è un circuito elettrico, considerare come non disdicevole sparare a un coniglio con la carabina e poi cucinarlo, conoscere le regole del pugilato, poter far parte, udite udite, di una “società segreta”, portare con se una quantità di oggetti utili a tante cose, in primis aiutare qualche ragazza in difficoltà. Già perché per un vero uomo le ragazze sono importanti, almeno quanto, ci dice il libro, la prossima Coppa dei Campioni vinta ai rigori. Insomma un ritorno alla classicità, mille miglia lontano dalla “correttezza” degli schemi concettuali e degli stili di vita proposti e imposti negli ultimi decenni dalla cultura dominante. Un mondo- è la chiusa del pezzo- meraviglioso dove le femmine leggono Jane Austen mentre i maschi addestrano i cani: solo un libro per ragazzi poteva contenere un’idea tanto sovversiva.
E’ proprio così, ed è questo il punto. Oggi è sovversivo ciò che per millenni è stato scontato, che esistano cioè “cose da maschi” e “cose da femmine”. Roba che il trionfante progressismo sembrava aver spazzato via per sempre, ma che, inopinatamente, torna alla ribalta in barba anche alle “raccomandazioni” del presidente Napolitano.
E c’è da credere che quel milione di copie del libro sia stato acquistato non solo da maschi che finalmente si sentono di nuovo “liberi” di dire cose che dentro di sé sanno da sempre, ma anche da mamme e donne stufe di avere accanto delle copie malriuscite di loro stesse.
In effetti la “rivoluzione” degli ultimi decenni , fatta in nome della libertà e del rifiuto di ogni stereotipo, ha omologato i generi in superficie, lasciando una scia di incertezza e insoddisfazione nel profondo. Le donne non amano il maschio femminilizzato. Qualche volta lo dicono. Sempre lo dimostrano, lasciandolo a piedi. Dal canto loro i maschi hanno paura delle femmine mascolinizzate e scappano, oppure se ne disinteressano, con ottime ragioni.
Entrambi stanno male con se stessi e con l’altro/a e sono convinto che Zemmour, nel libro citato, abbia ragione quando scrive che di fronte ad un ritorno di una maschilità forte le donne opporrebbero meno resistenza di quel che si crede. La storia e la cultura non nascono mai sul nulla o per caso, e con il tempo reclamano i loro diritti

March 25, 2007

Un padre

Filed under: Il Selvatico - Administrator @ 10:59 am

di Paolo Mombelli

Giulio, padre del mio amico Beppe, è morto improvvisamente qualche giorno fa, al mercato, dove si era recato in bicicletta per acquistare brioches e caramelle per i suoi figli e le sue nipotine. Ho conosciuto Giulio quando ero il catechista dei suoi 3 figli maschi, due anni di differenza l’uno dall’altro. Quel padre, povero muratore, era l’unico papà che partecipava agli incontri che ogni tanto organizzavo per parlare dei loro figli. Oltre a lui poche mamme. Giulio c’era sempre, con le braghe di lana scampanate e demodè anche a maggio, quando cominciava a fare caldo. Sorridente, poche parole concrete, si “mangiava” i suoi cuccioli con sguardi pieni d’amore e compiaciuti della loro bravura. Nove anni fa il primogenito è morto fulminato sul lavoro, la mogliè ha avuto un ictus ed è rimasta pressochè inferma, la nuora era incinta. Due anni dopo il secondogenito (muratore come il padre) è caduto da un tetto che gli si è sfaldato sotto i piedi ed è stato 20 giorni tra la vita e la morte,con una moglie giovane e una figlia di 4 anni. L’ultimo figlio, che viveva con loro, con problemi agli occhi . Giulio accudiva tutti, faceva i mestieri in casa, la spesa, da mangiare. Alla domenica , per tutti, anche per il figlio sposato, le nuore e le nipotine, polenta e coniglio arrosto. Tutti i pomeriggi, con qualsiasi clima, la visita al suo Gio, al cimitero, con i fiori freschi del suo giardino.Giulio è morto. In me e negli uomini che l’hanno conosciuto Giulio vive.

March 14, 2007

Claudio Risè su “Il Domenicale”

Filed under: La condizione maschile - Administrator @ 5:44 pm

di A. Ermini

Quello che segue è l’articolo che Claudio Risè ha pubblicato su Il Domenicale. Lo trascrivo integralmente perché i lettori possano rendersi conto in prima persona del suo contenuto, e del significato delle reazioni che ha suscitato.

Sull’omosessualità, sofferenza e Libertà. E a margine una quisquilia
(Articolo di Claudio Risé, da Il Domenicale, 25 febbraio 2007)

Nel bacino informe della «società liquida» (come la chiama Zygmunt Baumann), con i suoi continui dissolvimenti e metamorfosi, un solo comportamento tende, invece, nel dibattito collettivo, ad assumere una consistenza inspiegabilmente pietrosa, contro la quale qualsiasi discorso, sia di buonsenso, o di scienza, tende a infrangersi. Si tratta del comportamento omosessuale. Questa cristallizzazione è il risultato di due opposte convinzioni, che sono anche (a mio avviso) due opposti pregiudizi. Il primo è quello che ritiene il comportamento omosessuale una sorta di fulmine che una volta caduto non può che incenerire per sempre il malcapitato. Esso prende forma nell’Ottocento, quando appunto nasce il termine “omosessualità” (fino ad allora inesistente), all’interno dell’enorme sforzo positivista di dare nome e forma stabili a tutti i comportamenti umani, che in società più “solide” venivano invece lasciati variare a seconda delle circostanze della vita, a meno che prendessero forme evidentemente antisociali. Solo in quel caso, quando, per esempio, il tasso di natalità cadeva pericolosamente, chi praticava sessualità non riproduttive, anche con donne, veniva punito. Al di fuori di quei casi, cui si provvedeva senza discutere per la sopravvivenza dello Stato, prevaleva il buon senso, e l’umiltà, di non interpretare e prescrivere in materie molto intime, che originavano con ogni evidenza dalla storia individuale, e che manifestavano spesso versatilità, e volubilità.
Come dimostra perfettamente Michel Foucault nei suoi lavori, l’irruzione contemporanea della scienza e del diritto, con i rispettivi deliri di onnipotenza, nella sfera della sessualità, la irrigidisce e ne fa uno strumento del potere. Il potere ottocentesco, e dei totalitarismi della prima metà del Novecento, aveva fatto dell’“omosessualità” una categoria maledetta, o almeno maledibile all’occorrenza, quando il soggetto dava fastidio o passava il segno, come nel caso del processo a Oscar Wilde, o in quello della “notte dei lunghi coltelli”, contro le camice brune di Ernst Röhm. Il potere che si afferma invece a partire da dopo la Seconda guerra mondiale tende, per sintetizzare all’estremo, a rovesciare la vecchia maledizione degli omosessuali in una sorta di benedizione. Anch’esso, come ogni visione ideologica, è cristallizzante, e tende a sottrarre la verità della storia individuale alla libertà dell’esperienza trasformativa (una libertà – tra l’altro – che nella cultura cristiana è garantita dal dono della grazia). Qui però se l’omosessuale (ideologicamente trasformato in “gay”, anche se magari non ha nessuna voglia di ridere) fa la cortesia di starsene dove l’ideologia gay friendly lo mette, senza muoversi dalla postazione assegnata, viene benedetto (come prima maledetto). Una delle più recenti dimostrazioni di questo rovesciamento è l’articolo del professor Giuseppe Remuzzi, comparso sul Corriere della Sera del 17 gennaio scorso e intitolato Il gene dell’omosessualità migliorerà l’uomo? Si comincia con l’affermazione, caposaldo di questa ideologia, che l’omosessualità sia di origine genetica. Anche se le ricerche, costate miliardi di dollari, per dimostrarlo sono finora approdate a nulla. Per sostenere quest’affermazione, il dottor Roberto Marchesini, in una sua comunicazione al NARTH Italia, sezione della National Association for Research & Therapy of Homosexuality fondato dal professor Joseph Nicolosi, afferma che «l’autore fa riferimento – senza citarlo – ad un celebre studio sull’omosessualità nei gemelli (Bailey e Pillard, A Genetic Study of Male Sexual Orientation, in Archives of General Psychiatry, 48, del 1991), uno studio che, invece, permette di escludere l’ipotesi genetica, lasciando emergere al contrario l’importanza del contesto familiare e culturale nello sviluppo del comportamento omosessuale». Dopo avere cercato di appoggiarsi a uno studio che dimostra tutt’altro, anche Remuzzi, tuttavia, non può sottrarsi alla domanda: «Ma com’è che il gene legato all’omosessualità si è diffuso nella popolazione se la loro non è un’attività sessuale che porta a riprodursi?». La risposta è semplice, osserva ancora Marchesini: «non esiste nessun “gene gay”, e questa domanda sottolinea l’assurdità dell’ipotesi genetica». Per Remuzzi, invece, «C’è una spiegazione sola: che il gene “gay” sia utile all’evoluzione della specie». Ecco quindi l’ideologia dell’origine genetica dell’omosessualità sorretta dall’ideologia evoluzionista. E in conclusione la spiegazione benedicente: «chi ha un gene “gay” potrebbe essere più attraente fisicamente o più capace di fecondare. Questo darebbe un vantaggio riproduttivo e consentirebbe al gene di diffondersi». Ecco quindi che gli omosessuali diventano i “più belli e più forti. E più fertili”. Tutto questo senza ombra di dimostrazione, e anche se Remuzzi è costretto ad ammettere che «il gene (o i geni) dell’omosessualità non sono stati identificati».
Questo esempio dimostra lo stile (tutto ideologico, dietro un linguaggio apparentemente scientifico) utilizzato per dimostrare : a) che chi è gay lo è, e basta, b) che costui non deve lamentarsene o cercare di cambiare perché così va benissimo. Anzi, secondo Remuzzi, la persona in questione è anche un benefattore, giacché, oltre a essere bello, migliora la specie. Si capirà allora la difficoltà di chi, esercitando la professione terapeutica, sempre più spesso si trova davanti una persona che dice di avere un comportamento omosessuale e che chiede di essere aiutato ad abbandonarlo poiché non lo sente corrispondente al proprio sé, ricavandone, invece, grande infelicità. La storia della terapia in generale, e in particolare quella della psicoanalisi, ha insegnato a prendere sul serio i vissuti del paziente per diminuirne le sofferenze. Questo disagio, il terapeuta senza pregiudizi ideologici e al servizio del paziente, deve dunque accoglierlo, se sa come fare. È questa l’esperienza, negli Stati Uniti, di Joseph Nicolosi e del Narth, un network di terapeuti di cui lo stesso Nicolosi è presidente. Il suo nuovo libro Oltre l’omosessualità. Ascolto terapeutico e trasformazione, testimonia e illustra in modo semplice e pratico questo lavoro. Essenziale, come Nicolosi mi ha recentemente dichiarato è «che il cliente non s’impegni in un comportamento e non accetti un’idea che sente non essere giusta per lui. Il terapeuta deve stabilire e mantenere con il cliente una relazione tale, da rendere possibile a quest’ultimo di dissentire liberamente. L’alleanza terapeutica si basa sempre sui bisogni e i desideri del cliente. Egli deve sentire che il terapeuta è lì per essere al suo servizio».
Quindi ascolto e servizio, e non persuasione e manipolazione. Nicolosi mostra come funziona la sua “terapia riparativa” (il termine è di derivazione kleiniana: da riparare è in questo caso la relazione del soggetto con l’oggetto d’amore perduto, che nell’omosessualità infelice è il genitore dello stesso sesso e il proprio genere), attraverso otto casi chiari e toccanti, in uno dei quali la terapia non è riuscita (onesto mostrarlo).
La domanda di cambiamento che viene dalle persone insoddisfatte dal proprio orientamento omosessuale, cresce oggi in tutto l’Occidente: perché? Nicolosi mi ha risposto: «Abbiamo scoperto che più lo stile di vita gay viene promosso, maggiore è il numero di chiamate d’aiuto da parte di persone che cercano di cambiare. L’iperpromozione dello stile gay ha permesso una discussione più aperta e una più ampia presa di coscienza personale, che hanno portato un maggior numero di persone a affrontare apertamente la loro attrazione per il proprio sesso». È necessario però che, negli Stati Uniti così come in Europa, l’ideologia si arresti di fronte al desiderio di cambiamento della persona. E consenta alla psiche di aiutarlo a diventare ciò che è realmente, al di là dei pregiudizi di oggi e di ieri. C.R.

Per questo articolo alcuni blog di area liberal e radicale hanno accusato Claudio Risè di razzismo e, al solito, di oscurantismo clericale perché avrebbe scritto che l’omosessualità è una malattia, arrivando perfino ad invocare l’intervento censorio dell’ordine degli psicologi.
Come ognuno può constatare non c’è nulla di quello per cui l’autore viene criticato. Al contrario, in tutte le sue opere si è sempre battuto contro ogni tentazione omofobica. Basterebbe leggerle.
Non è la prima volta che Risè viene attaccato falsificando il suo pensiero. Accadde qualche anno orsono a Gad Lerner che lo accusò in TV di antisemitismo e dovette chiedere scusa e ritrattare tutto in tribunale.
Risè è studioso troppo serio e limpido perché quelle sciocchezze possano nuocergli.
Tuttavia la cosa non è meno grave.
- E’ la prova, se ancora ce ne fosse bisogno, della disonestà intellettuale e dell’intolleranza dei nuovi ideologi del “politically correct”, che non esitano a falsificare e distorcere la verità pur di attaccare, anche sul piano personale, chi non ne condivide in pieno le posizioni. Ciò che costoro non tollerano è un pensiero libero, che si pone fuori dai loro schemi e intende indagare la verità ovunque sia, riscuotendo per di più un grande successo di pubblico e di critica.
- E, ancor più grave, è la dimostrazione che quando si vuole adattare la realtà all’ideologia si finisce per perdere di vista la “persona”, relegandola al ruolo di mero ingranaggio della macchina ideologica. Questo e non altro significa il disinteresse per il vissuto di dolore e sofferenza di quelle persone che desiderano uscire dall’omosessualità. Il secolo scorso è stato attraversato dai peggiori totalitarismi della storia, ma quello che sta accadendo oggi va nella stessa direzione, con la differenza che pretende di essere il portatore unico dello spirito di tolleranza e laicità.

E spiace che anche lo stesso editore de Il Domenicale si sia sentito in dovere di emettere un comunicato di critica al direttore della rivista che ha ospitato l’articolo, evidentemente senza averlo letto e senza nessuna conoscenza del suo pensiero. Segno, anche questo, di quanto il pensiero unico della così detta “modernità” sia capace di colonizzare le menti e spaventare la ragione.


March 10, 2007

CATTIVI MAESTRI

Filed under: Uncategorized, La condizione maschile - Administrator @ 6:20 pm

di A. Ermini

A CATANIA alcuni studenti del Liceo Spedalieri hanno scritto un Manifesto interrogandosi sui fatti del 2 febbraio - la morte dell’ispettore Raciti negli scontri con i tifosi delle squadre di calcio: “Quei fatti ci interpellano personalmente [..] abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti a trovare il senso del vivere e del morire, qualcuno che non censuri la nostra domanda di felicità e di verità. (…) Per questo chiediamo innanzitutto ai prof e alla scuola intera che ci prendano più sul serio, che prendano sul serio le nostre vere esigenze.”
Il Preside e 28 docenti hanno risposto all’appello. “Non possiamo, né vogliamo, darvi delle risposte (…) Proporvi, o imporvi, delle verità è integralismo, cioè barbarie, e pertanto questo atteggiamento non può avere luogo nella scuola pubblica, cioè democratica e laica. Vi rispettiamo troppo per sventolarvi Verità rivelate”.

Si capisce molto bene perché ai giovani, di questa scuola non importi più nulla, ed anche perché non prendano sul serio gli insegnanti. Perché non sono più insegnanti e educatori, ma solo trasmettitori neutri (falsamente) di notizie che si potrebbero apprendere anche altrove, e sicuramente con più completezza e precisione.
I ragazzi di Catania chiedono li si aiuti a trovare un senso alla vita e alla morte, non, si badi bene, di essere indottrinati, e si risponde loro che non esiste, che il senso è barbarie, che si arrangino.
Ma il rifiuto a cercare un criterio di verità è già una concezione del mondo, è l’elevazione a unico senso possibile del relativismo più assoluto e del nichilismo. Lo stesso che ha fatto esprimere al capogruppo parlamentare del VVD (il partito liberale olandese), la preoccupazione che l’eccesso di cure palliative contro il dolore finisca per far crollare la scelta dell’eutanasia, come ci informa Il Foglio del 7 marzo. Secondo Mark Rutte, scrive Eugenia Roccella, “se il ricorso alla dolce morte, che è già percentualmente limitato, crollasse, vorrebbe dire che non c’è più libera scelta. In una società autenticamente liberale, l’eutanasia deve rimanere un’alternativa praticabile e opportunamente bilanciata. Altrimenti ci sarebbe una sorta di alterazione del libero mercato, una concorrenza truccata fra le varie offerte di fine vita.”
Come se la vita fosse una merce da scaffale di supermercato! E secondo la stessa inarrestabile logica dell’indifferenza, Rutte è preoccupato anche delle facilitazioni che il governo del suo paese intende introdurre per le adozioni. In questo caso in pericolo sarebbe la scelta dell’aborto. Come per gli insegnanti del liceo catanese la scuola non si deve preoccupare di aiutare i giovani a ricercare la loro verità proponendo la propria come termine di confronto, ma al massimo limitarsi ad una esposizione “neutra” delle varie opzioni, così in altra parte della civilissima Europa, si teorizza che lo Stato dovrebbe limitarsi a fare da garante del mercato delle diverse offerte. Aborto, adozioni, eutanasia, cure palliative, tutte ben ordinate sullo scaffale e ciascuna con la propria etichetta bene in vista, fino alla prossima stagione dei saldi.
E così difficile capire perché poi accadono certe cose?

March 7, 2007

UOMINI DEL DONO

Filed under: Uncategorized - Administrator @ 7:25 pm

Le notizie sono diverse, ma le vogliamo pubblicare insieme perché tutte rimandano al dono maschile. Quello istintivo del maschio che si sacrifica per salvare una vita, quello silenzioso di un padre di famiglia che sgobba per i suoi, quello del dovere rigoroso dei maschi che hanno scelto la divisa. Diverse le tipologie, uno solo il modo di vivere la maschilità. Donarsi.

MUORE ANNEGATO PER SALVARE UNA TURISTA
(da Libero del 2 marzo)

Giuseppe Fontana, 57 anni, ex bancario ormai in pensione di Romagnano Sesia (No), era un amante degli abissi. Da appassionato degli sport acquatici, Giuseppe era volato alla Maldive in compagnia della moglie, Fiorenza Rossetti, per godersi una vacanza da sogno in un angolo del paradiso. Giuseppe è morto nel mare che ha sempre amato, mentre stava cercando di soccorrere una bagnante in difficoltà.
Giuseppe è morto per un gesto eroico. Si è buttato in acqua senza pensarci troppo. Quasi un riflesso condizionato per un campione di generosità come lui. Parola del figlio Andrea: «Ha sempre pensato agli altri, ha sempre fatto del bene. E non lo dico perché sono suo figlio».

IL SILENZIOSO DONO DEL PADRE E LA RICONOSCENZA DI UN FIGLIO
Moro, il giovane vincitore della sezione Giovani del festival di Sanremo 2007, intervistato dal TG1, ha dedicato la sua vittoria al padre:
” Con lui ho un rapporto come con uno sconosciuto a cui voglio molto bene è lui che da 30 anni si sveglia alle 6 del mattino per mandare avanti la famiglia. Ecco, lui è il mio vero eroe”,
ed anche a tutti gli uomini delle scorte che ogni giorno rischiano la vita per proteggere qualcuno.

March 5, 2007

Chi salverà la scuola?

Filed under: Fondamenta - Administrator @ 9:49 am

di Antonello Vanni
www.antonello-vanni.it

La scuola italiana, risorsa preziosa per il bene dei giovani e della nostra società, ora ha un nuovo nemico. Non basta infatti la tempesta di hashish e marijuana che soffia da tutte le vie fin dentro i bagni e le aule (nonostante i dati preoccupanti dell’ultima Relazione al Parlamento sulle tossicodipendenze e i recenti ammonimenti dell’Onu sul pericolo di questa droga). Non basta neppure l’ondata di microcriminalità di cui sono attori i piccoli bulli, che disturbano i compagni per pochi euro nel cortile o nei pressi delle macchinette per la ricreazione (tanto che le Forze dell’Ordine sono costrette a programmare specifici interventi su questo problema). No, ora la scuola e chi la frequenta ha un nuovo nemico: la famiglia.

Se fino a poco tempo fa la famiglia era considerata “assente” in ambito educativo, ora si sta facendo finalmente “presente”: ma in modo diseducativo. È successo il 3 marzo in una scuola media di Bari, a un dirigente scolastico: era già stato minacciato alcune settimane fa dai genitori di alcuni studenti, ai quali aveva momentaneamente sequestrato il cellulare per consentire un regolare svolgimento delle lezioni, ma quella mattina il preside è stato picchiato e minacciato di morte da alcuni genitori che si sono presentati per contestare i voti conseguiti dai figli durante il primo quadrimestre.

E così l’Italia, secondo la relazione della Commissione europea presentata a fine novembre 2005, si allontana sempre di più dagli standard attesi per Lisbona 2010 in ambito di istruzione e formazione: l’Italia è il paese degli insuccessi scolastici, degli abbandoni, del conseguimento di titoli fantoccio dietro ai quali non vi è una seria e rigorosa preparazione scientifica o umanistica (anche perché, con le minacce di morte cui si incorre, è meglio evitare di dare voti al di sotto del sei).

Non c’è da sorprendersi allora se le cose vanno male, dati gli innumerevoli nemici della scuola, cui si aggiungono ora i calci e i pugni dei genitori a chi fa seriamente il proprio mestiere. Tacciono però coloro che dovrebbero proporre strategie di ampio respiro, capaci di valorizzare un’istituzione decisiva per il nostro futuro. In compenso parlano quelli che ne favoriscono lo sgretolamento definitivo: lo si è visto con il decreto della Turco che ha agevolato l’uso di cannabis presso gli adolescenti (mentre le madri disperate scrivono ai giornali perché il figlio a causa degli spinelli minaccia col coltello la famiglia e spacca tutto in casa). E lo si vedrà tra poco, quando grazie all’intervento del governo Prodi si potrà caricare il telefonino (già difficile da togliere di mano ai ragazzi in classe) spendendo la metà. Tutte concessioni demagogiche, che ricordano quelle dei più scaltri imperatori romani (sì, quelli che hanno devastato una grande civiltà con la politica della carota alla massa). Ma poi i ragazzi chi riesce più a educarli e istruirli? E la scuola chi la aiuta ad affrontare i seri problemi quotidiani, cui urge una risposta immediata prima di ritrovarci, noi figli di Dante, Manzoni, Leonardo e Giotto, agli ultimi posti delle classifiche europee anche nel leggere, scrivere e far di conto?

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