Autorità e paternità, il nesso negato
di A. Ermini
Mario Pirani (Bulli e squilli, non occorre una legge. La Repubblica del 19/2/07) scrive, a proposito del bullismo e della difficoltà della scuola perfino a proibire l’uso dei cellulari durante le ore di lezione:
“[..]mi appare come il frutto perverso di una fase storica – politica e culturale – che ha oltrepassato le premesse positive per dissolversi in un indistinto nichilismo, in uno scarico di responsabilità, in una perdita di ruolo che ha corroso il pensiero e le strutture (famiglia, Stato, partiti) su cui la società aveva organizzato il suo progredire. Il potenziale liberatorio e progressista dei movimenti che avevano animato l’arco temporale dal ’68 al ’77 andò ben oltre la conquista di una nuova condizione femminile, di un più aperto e generale diritto allo studio, di nuovi rapporti e diritti familiari. ”
Prosegue poi sottolineando la confusione fra affermazione della libertà, scardinamento del principio di autorità e cancellazione del concetto di limite, concludendo che autorità e limite non sono concetti di destra ma garanzie di libertà, e che anche l’attuale devastazione della scuola potrà trovare un correttivo quando quei concetti torneranno a far parte di ciò che definisce la “cultura democratica”.
Benvenuto fra i “reazionari”, dott. Pirani!, verrebbe da dire. Si potrebbe anche non tener conto della tardività della scoperta, o del fatto che la politica progressista ed il giornale per cui scrive sono stati in prima linea in quello scardinamento e si sono sempre ben guardati dall’indicare un qualsiasi limite a qualcosa. Dice nulla, per esempio, la campagna referendaria sulla legge 40, che col limite e con la trasformazione del desiderio in diritto ha molto a che fare?
Sennonché si tace del tutto un punto focale, anzi due, strettamente connessi.
Piaccia o meno i concetti di autorità e di limite sono sempre stati, non casualmente, impersonificati dal padre, come ci insegnano la psicanalisi, l’antropologia e la sociologia, quella seria. Suo, e del maschio, è sempre stato il compito di dare forma e identità, mentre la madre presiede ad altre, ed altrettanto importanti, funzioni. Ora si dà il caso che proprio la figura paterna, simbolo di “autoritarismo e di oppressione”, sia stata e sia tuttora il principale bersaglio dei movimenti giovanili e femminili, che hanno colonizzato l’intera cultura progressista e le sue ramificazioni politiche. Basta leggere i giornali di riferimento, compreso La Repubblica, per rendersene conto.
Rivalutare quei concetti significa necessariamente, anche se Pirani non lo dice, rivalutare il padre, ossia contraddire alla radice i miti fondanti del progressismo. Ci permettiamo di dubitare, allora, che possano tornare a far parte della “cultura democratica”.
L’altro punto taciuto riguarda la scuola. Perché anche se sentirselo dire spiacerà a gran parte delle insegnanti, sulla buona volontà delle quali non dubitiamo, c’è un nesso preciso fra perdita di autorevolezza e femminilizzazione della scuola. Parlare di ridare dignità a un corpo docente “umiliato, misconosciuto e malpagato”, tacendo sulla necessità, anche e soprattutto educativa, di riportare gli uomini nella scuola, significa illudere e illudersi.
E allora voglio lanciare una provocazione. Si prendano pure le donne la metà dei posti in parlamento, purchè al padre sia restituita autorevolezza in famiglia a partire dalla possibilità di pronunciarsi sulla nascita di suo figlio e si smetta di considerarlo solo un bancomat, e purchè la metà degli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado sia composta da maschi. Padri e maschi, naturalmente, che siano consapevoli, e fieri, della propria identità di genere. Ma questa rinnovata consapevolezza è un obbiettivo il cui raggiungimento dipende esclusivamente da noi stessi, maschi e padri.
















