February 25, 2007

Lo sciame , il gruppo e la società dei consumi

Filed under: Il Selvatico - Administrator @ 3:41 pm

di A. Ermini

Su Liberazione del 21/2/07, appare un articolo del teorico della società “liquida”, il sociologo Zygmunt Bauman, da cui si possono trarre spunti tanto stimolanti quanto eterodossi rispetto alla linea culturale di quel giornale.
Bauman, che riassume le tesi contenute nel suo libro di prossima pubblicazione, “Homo consumens. Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi” (edizioni Erickson), vi sostiene che una caratteristica della modernità è la sostituzione del gruppo, con i suoi leader e le sue gerarchie, con gli sciami, raggruppamenti mobili e provvisori, che sorgono e scompaiono in funzione di obbiettivi momentanei e mutevoli. Gli sciami non hanno bisogno di una forma definita ma solo di “una direzione di fuga che in se stessa determina la posizione dei leader e dei seguaci per la durata di quella traiettoria, o almeno per una sua parte”. Nello sciame non esiste né divisione del lavoro, né la presenza di specialisti o di persone dotate di particolari capacità da insegnare ad altri. Non c’è “né scambio, né cooperazione, né complementarietà, solo prossimità fisica e una generale direzione di movimento”. I partecipanti traggono sicurezza sulla direzione del volo non più dal leader, ma dal numero e dalla certezza che tante persone “non potrebbero essere ingannate”.
Per conseguenza non esistono eretici o ribelli, ma solo disfattisti e pasticcioni, che una volta usciti dal perimetro dello sciame sono “perduti o smarriti. “
E’ una descrizione che mi sembra ricalchi molto bene la natura di molti “movimenti” antagonisti, che si vantano essere aderenti alle modalità di essere e di partecipazione femminili, per contrasto ai vecchi gruppi gerarchici di estrazione maschile. Raggruppamenti, gli sciami, orizzontali e senza gerarchie fisse, che si autoconvocano per mezzo della rete, si compattano su un obbiettivo e poi si sciolgono per ritrovarsi di nuovo in un tempo futuro. Tipico di questo tipo è stato, per fare un esempio, il movimento dei girotondini.
Sennonché, continua Bauman, la forma di aggregazione dello sciame è tipica della società dei consumatori, essendo il consumo “attività solitaria anche quando avviene in compagnia”, e non stimola la formazione di legami duraturi, ma solo occasionali e superficiali.” Quel che in passato ha tenuto uniti i membri di un nucleo familiare attorno a un focolare e ha reso il focolare lo strumento di integrazione e affermazione della famiglia, è stato in larga parte l’aspetto produttivo del consumo”, ossia il fatto che ciò che univa la famiglia era la collaborazione in un unico processo produttivo di cui la riunione serale per la cena condivisa era l’ultimo atto. L’invenzione del fast food e pratiche connesse, non solo segna la fine del momento del consumo condiviso, ma “indica anche l’irrilevanza dei legami umani nella società dei consumi della modernità liquida”.
La società dei consumatori, per Bauman, si fonda sullo stimolo del desiderio che deve però rimanere eternamente insoddisfatto, pena la fine del mercato, dell’industria e della società dei consumi stessa. In questo senso “ i lavoratori tradizionali del passato, che erano facilmente soddisfatti e non desideravano lavorare più di quel che era necessario per mantenere il loro normale stile di vita, erano una minaccia” e un ostacolo, così come una “visione più sobria e realistica della possibilità di soddisfazione dei desideri”.
Descritte poi le tecniche con le quali si riesce a far si che i desideri non possano mai venir soddisfatti del tutto, Bauman conclude che un’altro fondamentale carattere delle nostre società, è quello di assorbire e riciclare il dissenso attraverso l’integrazione nel sistema degli atteggiamenti e dei comportamenti che potenzialmente lo farebbero esplodere e che definisce “trascendenti”, i quali oltre a essere resi inoffensivi, ” vengono anche trasformati in strumenti per la riproduzione del sistema stesso”.
C’è indubbiamente materia su cui riflettere. Riassumendo, la moderna società dei consumi:
a) rompe i vincoli e i legami familiari duraturi
b) vede negli stili di vita sobrii, tipici del passato, l’ostacolo principale al suo svilupparsi perenne.
c) rende l’individuo, privo d’identità, perennemente insoddisfatto e alla ricerca di qualcosa che si illude di trovare nelle merci
d) Sostituisce al gruppo che si regge intorno ad una idea, ad un leader, ad una gerarchia, l’associazione mobile ed effimera dei consumatori, lo sciame, su cui sono modellati anche i movimenti di contestazione.
e) depotenzia i comportamenti anomali inglobandoli e rendendoli funzionali al suo sviluppo.

Se ne deduce che la vera alternativa a questa società sta da un’altra parte rispetto a chi ne assume riferimenti culturali e modelli organizzativi. Sta dalla parte di chi, in qualche modo, capisce la necessità che non sia disperso il patrimonio di millenni di civiltà e tenacemente cerca di riannodare qualche filo. Non per guardare all’indietro, ma perchè se si perde la memoria dell’origine si perde anche la direzione verso la meta, esattamente come gli sciami.

February 22, 2007

Autorità e paternità, il nesso negato

Filed under: Uncategorized, La condizione maschile - Administrator @ 12:20 am

di A. Ermini
Mario Pirani (Bulli e squilli, non occorre una legge. La Repubblica del 19/2/07) scrive, a proposito del bullismo e della difficoltà della scuola perfino a proibire l’uso dei cellulari durante le ore di lezione:

“[..]mi appare come il frutto perverso di una fase storica – politica e culturale – che ha oltrepassato le premesse positive per dissolversi in un indistinto nichilismo, in uno scarico di responsabilità, in una perdita di ruolo che ha corroso il pensiero e le strutture (famiglia, Stato, partiti) su cui la società aveva organizzato il suo progredire. Il potenziale liberatorio e progressista dei movimenti che avevano animato l’arco temporale dal ’68 al ’77 andò ben oltre la conquista di una nuova condizione femminile, di un più aperto e generale diritto allo studio, di nuovi rapporti e diritti familiari. ”

Prosegue poi sottolineando la confusione fra affermazione della libertà, scardinamento del principio di autorità e cancellazione del concetto di limite, concludendo che autorità e limite non sono concetti di destra ma garanzie di libertà, e che anche l’attuale devastazione della scuola potrà trovare un correttivo quando quei concetti torneranno a far parte di ciò che definisce la “cultura democratica”.
Benvenuto fra i “reazionari”, dott. Pirani!, verrebbe da dire. Si potrebbe anche non tener conto della tardività della scoperta, o del fatto che la politica progressista ed il giornale per cui scrive sono stati in prima linea in quello scardinamento e si sono sempre ben guardati dall’indicare un qualsiasi limite a qualcosa. Dice nulla, per esempio, la campagna referendaria sulla legge 40, che col limite e con la trasformazione del desiderio in diritto ha molto a che fare?
Sennonché si tace del tutto un punto focale, anzi due, strettamente connessi.
Piaccia o meno i concetti di autorità e di limite sono sempre stati, non casualmente, impersonificati dal padre, come ci insegnano la psicanalisi, l’antropologia e la sociologia, quella seria. Suo, e del maschio, è sempre stato il compito di dare forma e identità, mentre la madre presiede ad altre, ed altrettanto importanti, funzioni. Ora si dà il caso che proprio la figura paterna, simbolo di “autoritarismo e di oppressione”, sia stata e sia tuttora il principale bersaglio dei movimenti giovanili e femminili, che hanno colonizzato l’intera cultura progressista e le sue ramificazioni politiche. Basta leggere i giornali di riferimento, compreso La Repubblica, per rendersene conto.
Rivalutare quei concetti significa necessariamente, anche se Pirani non lo dice, rivalutare il padre, ossia contraddire alla radice i miti fondanti del progressismo. Ci permettiamo di dubitare, allora, che possano tornare a far parte della “cultura democratica”.
L’altro punto taciuto riguarda la scuola. Perché anche se sentirselo dire spiacerà a gran parte delle insegnanti, sulla buona volontà delle quali non dubitiamo, c’è un nesso preciso fra perdita di autorevolezza e femminilizzazione della scuola. Parlare di ridare dignità a un corpo docente “umiliato, misconosciuto e malpagato”, tacendo sulla necessità, anche e soprattutto educativa, di riportare gli uomini nella scuola, significa illudere e illudersi.
E allora voglio lanciare una provocazione. Si prendano pure le donne la metà dei posti in parlamento, purchè al padre sia restituita autorevolezza in famiglia a partire dalla possibilità di pronunciarsi sulla nascita di suo figlio e si smetta di considerarlo solo un bancomat, e purchè la metà degli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado sia composta da maschi. Padri e maschi, naturalmente, che siano consapevoli, e fieri, della propria identità di genere. Ma questa rinnovata consapevolezza è un obbiettivo il cui raggiungimento dipende esclusivamente da noi stessi, maschi e padri.

February 8, 2007

Il totalitarismo dei liberal d.o.c.

Filed under: Uncategorized - Administrator @ 11:30 pm

di A. Ermini

Altro che la libertà di coscienza di cui si fanno vanto i liberal di ogni parte del mondo. Un loro “campione”, il Tony Blair del trio con Zapatero e Fortuna vanto e riferimento dei paladini dei diritti civili, ha negato ai consultori cattolici britannici la possibilità di non occuparsi delle adozioni di bambini da parte di coppie gay. Eppure chiedevano ben poco. Solo di indirizzare ad altri Centri, in nome della libertà di coscienza e del diritto di non essere costretti ad atti in contrasto con le proprie convinzioni, le coppie gay che vogliono adottare un bambino. Ce ne informa meritoriamente, nel silenzio degli altri media, Marina Corradi su Avvenire del 31 gennaio 2007. Il premier inglese, in sostanza, proclama credo di Stato l’ideologia Gender, che esplicitamente nega ogni base biologica della differenza sessuale, vista solo come prodotto di una cultura discriminatoria e oppressiva, e di conseguenza ritiene irrilevante la distinzione fra paternità e maternità. Non solo viene gettato al macero in un sol colpo oltre un secolo di teorizzazione psicanalitica che su quella differenza fonda lo studio della psiche umana, non solo si nega praticamente tutta la storia dell’umanità, si nega anche la legittimità di un pensiero diverso da quello diventato ufficiale. Se non si tratta di totalitarismo e di stato etico, qualcuno ci dovrebbe spiegare la differenza.
E’ facile, una volta dichiarato inammissibile il principio della libertà di coscienza, prevedere cosa potrà accadere in un futuro prossimo. Non c’è infatti più nessuna ragione perché i medici antiabortisti o contrari all’eutanasia non siano obbligati anche a quelle pratiche, una volta ammesse dalla legge.
E’ una deriva pericolosissima di cui questo fatto è solo un episodio in un contesto culturale più ampio, di cui fanno parte anche le leggi che puniscono la libertà di pensiero, per quanto l’opinione possa essere aberrante come nel caso del negazionsimo della shoà. La prossima, conseguente mossa, sarà di punire chi sostiene la diversità naturale fra uomini e donne.
Insomma, in nome del bene e dell’uguaglianza ci avviamo più rapidamente di quel che appare verso il “totalitarismo democratico”, dove l’omologazione del pensiero ai canoni dominanti del politically correct sarà imposta per legge. Fino agli esiti solo apparentemente grotteschi come, ci ricorda sempre Marina Corradi, la nuova versione del “Padre nostro” edita dall’Università di Oxford che recita, correttamente: «Padre/ Madre nostro che sei nei cieli». A parte il fatto che manca il “nostra” ( i cattivi ragazzi di Oxford, evidentemente, non sono ancora normalizzati completamente), tutto ciò ricorda le stentoree disposizioni del segretario del Partito Nazionale Fascista, Achille Starace. Provvedimenti ridicoli, ma non per questo innocui, anzi.
L’uomo nuovo (e la donna, anzi la persona o fate voi) è alle porte.

February 5, 2007

Oltre Catania

Filed under: Uncategorized - Administrator @ 12:53 pm

di Armando Ermini

C’è un gran parlare in queste ore dei fatti di Catania. Molte le analisi, molti i rimedi proposti. Tutto vero, come necessarie le misure drastiche che saranno decise e si spera attuate. Ma non ho ascoltato, se non un vago accenno di Pierluigi Vigna, un’analisi convincente sulle radici del fenomeno ultras. Che a mio parere ha origine in una ricerca spasmodica d’identità e un’energia libidica (in senso lato) da scaricare, che nel calcio, espulso il Sacro e tramontate le ideologie, credono di trovare un pretesto e un mezzo per affermare un’appartenenza. Non c’è, al fondo, una sostanziale differenza concettuale rispetto alle guerre identitarie (basti pensare all’Ira o ai baschi o anche ai fatti di Serbia) che si combattono in altre parti del mondo, anche molto vicino ai nostri confini. Appartenenza e identità sono radicate profondamente nell’inconscio di ogni popolo e di ogni soggetto, e quando sentono di essere messe in pericolo (come accade nella società postmoderna che ha spazzato via in nome della civilization ogni contenuto simbolico forte), trovano un modo di riaffermarsi. Il calcio, per i suoi contenuti simbolici e l’impatto popolare, ben si presta all’uopo. Già venti o venticinque anni orsono, all’epoca delle mie ultime incursioni allo stadio, mi sorprendevo a constatare come la curva degli ultras si disinteressasse della partita, mentre si concentrava significativamente su cori, striscioni, bandiere.
Alla mancanza di senso della propria vita si supplisce con con i “sostitutivi” della società dei consumi, alcol e droga, che però accrescono l’aggressività inespressa fino a sbocchi violenti, il cui bersaglio, non a caso, è chi a quell’aggressività cerca di dare forma e direzione, un maschio in divisa.
Se questo è vero, anche solo in parte, c’è poco da illudersi. Bonificato il calcio quell’esigenza troverà altri terreni su cui manifestarsi, finchè la società nel suo insieme non capirà le radici del fenomeno e non agirà di conseguenza, anche nella direzione di incanalare, educare e gestire a vantaggio di tutti la sovrabbondanza di energia libidica maschile che lasciata a se stessa diventa distruttiva. Le culture tradizionali ne erano consapevoli, ed anzichè demonizzarla o tentare di estirparla, molto saggiamente la valorizzavano e nello stesso tempo la incalanavano (e quindi controllavano) attraverso i riti iniziatici condotti dal gruppo dei maschi adulti. Nello schema dell’individuo astratto e calcolante proprio della modernità illuminista e iperazionale, tutto ciò non è più previsto, sostituito dalle ridicole lezioncine scolastiche sulla “cultura della legalità”. E’ per questo che abbondano le professoresse e mancano i Maestri.

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