Maschile e doposcuola
di Paolo Mombelli
Dopo la scuola, in terza media, andavamo a giocare in periferia o nei campi. Alcuni dei miei compagni erano già diventati uomini, erano più alti, avevano i peli sul pube, il pene era già quello di un adulto, la voce anche. Mentre noi rimasti “indietro”ci accontentavamo di fantasie erotiche confuse e sconclusionate, loro avevano già preso i connotati, nei minimi particolari, delle pudenda delle insegnanti più carine, raccogliendo da terra con “slumata” matite e biro che cadevano proprio quando quelle passavano tra i banchi. Un giorno mi invitarono sul viale degli ippocastani, che noi chiamavamo delle “castagne amare”, come ricompensa per avergli passato il compito in classe di matematica. Si arrampicarono sugli alberi, ciascuno sul suo, e, arrivati al buco giusto, si tirarono giù le braghe corte (le mutande si usavano nei giorni di festa) e si misero a “scopare” gli ippocastani.
Lo stupore iniziale divenne gioia, divertimento, la trasgressione e il senso di peccato erano talmente sopraffatti in me all’ammirazione, dall’eccitazione e da quella pienezza di forza vitale, che mi misi a ridere e a incoraggiarli.
Soltanto dopo molti anni vidi De Niro e Depardieu fare più o meno la stessa cosa in “Novecento”, nel buco per terra. Ma ero già uomo anch’io, allora, e sapevo di me come maschio. Quella degli ippocastani, invece, rimane ancora oggi, dentro di me, poesia.
















