September 5, 2008

RITORNO AL FUOCO

Filed under: Uncategorized - Administrator @ 12:49 pm

di Gary Snyder
Coniglio Editore 2008

A cura di Armando Ermini

Quando si affronta il tema dell’ecologia esiste sempre il rischio di letture ideologiche che hanno, in parte, giustificazioni concrete ma che ormai, più che a chiarire, servono piuttosto a occultare la realtà dei problemi che abbiamo di fronte. Curata da Chiara D’Ottavi ed edita col titolo “Ritorno al fuoco”, la ricca raccolta di scritti del poeta della selvaticità, Gary Snyder, sfugge solo in parte a questo rischio. Presenta intuizioni profonde ma è, al tempo stesso, segnata da un’epoca e da una generazione, quella della beat generation, i cui assiomi sono all’origine di alcuni dei maggiori problemi della modernità.
La beat generation nasce in un’epoca in cui il mondo era dominato dallo scontro fra le democrazie occidentali e l’URSS, e si situa all’incrocio fra il capitalismo così come sviluppatosi in Occidente e il marxismo dei paesi a socialismo reale. Questa corrente di vita e di pensiero li rifiuta entrambi per gli esiti devastanti nei confronti dell’ambiente, ma ancor prima per la concezione del rapporto fra gli uomini e la natura, individuando invece nelle filosofie orientali (buddismo, taoismo) i concetti base, che trasportati e applicati anche in Occidente, permetterebbero di ricostituire quell’equilibrio complessivo messo in grave pericolo dagli stili di vita attuali. Nella condanna dei quali, Snyder coinvolge tra gli accusati le religioni monoteiste, ed in particolare il cristianesimo, in quanto responsabili almeno di aver costituito l’humus culturale su cui il disprezzo per l’ambiente ha prosperato e poi prevalso.
A questa interpretazione di Snyder si possono fare due obiezioni fondamentali:
a) Il moderno capitalismo globale si è imposto contro, e non grazie, alle concezioni antropologiche (ed agli stili di vita) propri del cristianesimo, puntando a relegarlo ad esperienza interiore individuale e dunque scissa dalla vita politica pubblica nel migliore dei casi, o ad eliminarlo completamente dall’immaginario della modernità nel peggiore.
b) I paesi culla delle filosofie a cui Snyder guarda con simpatia, Cina e India in primo luogo, sono ormai avviati a ripercorrere la nostra strada ed in tempi ancora più rapidi, il che significa che anche la loro pur millenaria cultura non li pone al riparo dai pericoli.

Snyder sottoscrive in pieno la definizione di wilderness di Tom Birch, suo antico amico del Montana: La wilderness mi tratta come un essere umano….Voglio dire che mi tratta come un adulto. Non prova a proteggermi né a viziarmi. Non mi offre ringhiere a cui appoggiarmi né mi mette davanti poliziotti o assistenti sociali per aiutarmi, non mi regola il riscaldamento né mi dà un cuscino su cui dormire. E nessuno sa dove mi trovo. Per me, essere completamente umano significa avere piene responsabilità delle mie capacità e delle mie mancanze ed essere consapevole che la morte è sempre in agguato. E quando sei completamente solo, nella tua vulnerabilità, allora puoi capire come ci si sente ad essere pienamente vivi.
Ciò da cui Birch anela fuggire è l’esatta descrizione della società attuale, all’edificazione della quale tanto hanno contribuito, però, anche la beat generation prima e i sessantottini nel mondo poi. Partiti dal rifiuto (in parte giustificato) dell’ipocrisia e dei formalismi borghesi, hanno finito poi per teorizzare la scomparsa del principio di autorità e del limite (a cui presiede l’archetipo paterno) in favore della soddisfazione immediata dei bisogni, quali che siano. Ma una società siffatta, che dà la precedenza al circuito (perverso) consumo-bisogno-desiderio a cui è delegato a provvedere lo stato, è precisamente fondata sull’archetipo materno. Un permanente maternage che esclude la responsabilità personale ed il rischio (spesso creativo), e che, distruggendo in nome dell’individuo astratto l’antica rete di strutture comunitarie e di organismi intermedi a partire dalla famiglia patriarcale, ha messo a repentaglio anche l’equilibrio ambientale, che pure era stato conservato per millenni e sempre consegnato integro alle future generazioni, come lo stesso Snyder ammette.
Perché, dunque, non tentare di rintracciare proprio nella nostra tradizione, senza per questo disprezzare le altre, principi e ragioni di un rapporto con l’ambiente più sano e rispettoso? Di tale tradizione fa parte integrante anche il Cristianesimo, che non teorizza il disinteresse per l’ambiente o l’uso dissennato delle risorse naturali, ma auspica al contrario che l’uomo usi con ragionevolezza e parsimonia le risorse che Dio gli ha donato. Una natura, dunque, né divinizzata né vilipesa, perché divinizzarla significherebbe metterla al posto del Creatore, vilipenderla significherebbe disprezzare i doni divini e non assolvere il dovere di conservarli. La realtà, oggi finalmente visibile, è che la contraddizione che ci attraversa non è quella fra destra e sinistra (signficativa, ma poi non sviluppata nelle sue logiche conseguenze, l’inclusione di Ezra Pound fra i poeti di riferimento di Snyder) come appariva nel secolo passato, ma fra chi inneggia senza condizioni al “progresso” e chi, al contrario, vede i pericoli di una sua acritica accettazione. E poiché non ci sono dubbi che proprio la sinistra abbia maggiormente fatto proprio il concetto progressista di “società materna”, sembrerebbe più opportuno, e logico, sostenere chi, pure in mezzo a mille e una contraddizioni, inizia a prendere consapevolezza della vera essenza del mondo che abbiamo costruito e cerca di recuperare (con grandissima fatica) quei principi di responsabilità personale sopra richiamati che con un solo termine potremmo indicare come “principio paterno”.
Questo ci introduce ad un altro snodo critico, quello del rapporto fra conservazione dell’equilibrio ambientale e giustizia sociale, accennati come equivalenti o almeno integrabili (nel volume di Snyder a pag. 31). E’ un fatto che, se per giustizia sociale si intende, come di fatto accade, un crescente accesso delle popolazioni povere a standard di consumi sempre più elevati secondo i criteri (economici e culturali) che hanno prevalso in Occidente negli ultimi due secoli, ciò finisce per compromettere l’equilibrio ambientale, perché la principale preoccupazione dei governi democratici (e non, vedasi Cina) sarà lo schema della crescita economica continua. Secondo Roger Scruton (“Il Manifesto dei conservatori”, Cortina Ed., 2007), l’esigenza improcrastinabile di mantenimento dell’equilibrio ambientale si integra con l’esigenza di mantenimento di un ordine sociale che, piaccia o meno, include un certo squilibrio nella distribuzione di ricchezze e proprietà. Scruton porta ad esempio Burke, quando perorava il modello della proprietà territoriale inglese che toglieva il patrimonio dal mercato, lo proteggeva dal depauperamento e creava, al posto di un possesso assoluto, un tipo di curatela che aveva come beneficiario l’usufruttuario. Questa istituzione, protetta dalla legge, difendeva la terra e le risorse naturali dallo sfruttamento, e donava agli usufruttuari un tipo di sovranità per tutta la vita, ma a condizione che lasciassero ai loro eredi la proprietà non gravata da ipoteche. E’ evidente, prosegue Scruton, che quel tipo di leggi è ormai troppo lontano dalla mentalità corrente, oltre che responsabile di disuguaglianze e ingiustizie oggi inaccettabili, e dunque improponibile. Si tratta allora di trovare le motivazioni giuste, e praticabili, per indurre davvero scelte non distruttive. Fino a questo punto le analisi di Snyder e Scruton coincidono largamente, e non potrebbe essere altrimenti anche per una questione semantica, laddove “conservatori” e “conservazionisti” sono termini di identica radice e di equivalente significato, seppure applicato a campi non perfettamente coincidenti quali la politica e l’ambiente.
Le divergenze iniziano al momento di individuare le soluzioni. Per Snyder, che ha come riferimento le antiche civiltà est-asiatiche, che non avrebbero mai operato una netta distinzione fra l’umano e il resto della natura biologica, la soluzione sta in un’assunzione di responsabilità verso la nostra terra, e nell’imposizione di limiti alla crescita demografica per lasciare spazio anche alle altre creature, secondo il concetto di capacità portante di un territorio che egli individua non in entità politiche (gli stati), ma in entità omogenee biologicamente (le bioregioni). Due sono i punti da sottolineare. La responsabilità degli esseri umani è vista non verso altri umani ma verso la natura in generale (la terra): Ma ciò di cui alla fine abbiamo più bisogno sono degli esseri umani che amino il mondo. Da qui l’assenza, solo in parte spiegabile con l’oggetto del libro, di qualsiasi parola a proposito degli esiti della tecnoscienza che pure influenza in modo decisivo i rapporti fra gli uomini alterandone la visione tradizionale come aderenza ai processi naturali, e dunque anch’essi parte decisiva della questione ecologica. Il secondo punto, che può essere fatto derivare dal primo, è l’approccio alla tutela dell’ambiente che, pur insistendo più di una volta sul concetto di comunità, finisce alla fine per scivolare su soluzioni di tipo globale e planetario. Da qui l’idea di un Piano Forestale Millenario, la richiesta di politiche demografiche di contenimento della natalità oltre che, naturalmente, l’attacco generico alle multinazionali ed ai governi occidentali. Particolarmente inquietante, e contraddittorio, è l’accenno alle politiche denataliste. Sia perché, in linea di principio, una nazione a crescita demografica zero, o peggio ancora in decrescita, perde di vitalità. E come un qualsiasi altro organismo, invecchiamento significa deperimento. Ma non solo: secondo Snyder una politica di crescita demografica sostenibile la si può attuare in vari modi. Attraverso metodi naturali che rispettino i desideri delle persone e il principio di intangibilità della vita, oppure attraverso metodi quali l’aborto. Che poi ciò avvenga per imposizione di Stato come in Cina, o attraverso il convincimento “culturale” che l’interruzione di gravidanza sia un “diritto civile” di libertà contrabbandato come “salute riproduttiva”, poco importa. Ebbene, questo tipo di politica demografica è proprio ciò che le grandi agenzie internazionali (Onu in testa), che pure Snyder contesta, propongono e impongono. Il problema andrebbe affrontato dal lato opposto, ossia dall’osservazione che nelle società tradizionali l’equilibrio demografico è sempre stato assicurato. L’eventuale squilibrio attuale non è dunque causa, ma semmai l’effetto del sistema economico planetario, ed è questo che andrebbe corretto, se non si vuole limitarsi a curare i sintomi e in più, elemento aggravante, con provvedimenti che contraddicono il richiamo alla natura ed ai suoi processi. Spiace constatare che quasi nessuna riflessione su questo tema appaia nel libro in questione, e quelle esistenti lascino un senso di ambiguità che sarebbe meglio fosse dissolta.
Scruton opta per un’altra impostazione: dobbiamo fare un passo indietro e dal globale tornare al locale, in modo da affrontare i problemi che possiamo identificare collettivamente come nostri, con i mezzi che possiamo controllare, per le motivazioni che sentiamo. E fra i sentimenti su cui far leva individua innanzi tutto la responsabilità concreta e l’amore per i propri figli (e gli antenati) e, tramite esso, per il territorio su cui concretamente quelli abiteranno, ossia lo stato nazionale considerato, prima ancora che un territorio fisico delimitato da confini, lo spazio entro il quale si cementano le relazioni umane e si traduce il sentimento di comune appartenenza in decisioni collettive e leggi emanate volontariamente. Se è comune con Snyder la critica ai grandi organismi sovranazionali, il WTO tra gli altri, come principali pericoli per l’ambiente, non solo per le politiche distruttive delle economie locali autosufficienti, ma anche perché ostacolano le decisioni locali (nazionali) miranti a frenare gli obbiettivi delle multinazionali, Scruton dubita tuttavia che la gente comune, potendo scegliere, opterebbe per politiche di sostenibilità a lungo termine piuttosto che per una gratificazione immediata. In realtà, argomenta a nostro avviso realisticamente, più che per un generico e necessariamente astratto amore verso la terra o il mondo, la gente è pronta a fare sacrifici, e dunque far prevalere sobrietà e moderazione, solo per le cose che può amare in concreto. In questo senso anche l’espansione abnorme delle multinazionali nasce dalle miriadi di scelte individuali che ciascuno compie sul libero mercato, e la chiave per ridimensionarne il potere non sta tanto in grandi strategie quanto piuttosto in un cambiamento a livello di scelte soggettive, che necessita appunto di motivazioni individuali forti e concrete.
Se questi sono i principali appunti critici da fare al lavoro di Snyder, c’è tuttavia da mettere in evidenza anche gli aspetti positivi. In primo luogo il suo concetto di wilderness che include una presenza e una storia delle popolazioni stanziali con i loro usi e le loro pratiche. Questa concezione lo situa lontano dal fondamentalismo ecologista, che in nome della terra e della natura finisce per odiare l’uomo, attribuendogli ogni male per il solo fatto di esistere. Ma c’è un’altra questione da sottolineare maggiormente: il notevole concetto, da cui il titolo del libro, che il fuoco è elemento della natura dalla doppia valenza, distruttiva ma nello stesso tempo a lungo termine benefica. Ci racconta come da sempre gli incendi naturali hanno rappresentato un fattore di rinnovamento del territorio, ma anche e soprattutto che nella millenaria gestione “tradizionale” dello stesso, sono stati indotti artificialmente e controllati per distruggere quel tanto che era sufficiente per scongiurare danni maggiori agli alberi di alto fusto e aumentare il tasso di fecondità, e dunque di rinnovamento, delle terre su cui erano lasciati sviluppare. E’ solo da quando il fuoco è stato eletto a nemico assoluto da inibire in qualsiasi circostanza, che gli incendi sono diventati devastanti. Snyder individua con ciò un modo di essere della modernità valido anche in altri campi, in particolare in quello relazionale: dei rapporti umani. Si è ormai abbandonata la concezione che, vedendo istinti e pulsioni come elementi naturali, puntava a incanalarli e gestirli in favore del bene comune, in altri termini ad integrarli anche attraverso complessi riti iniziatici che rendessero l’individuo consapevole di sé e del proprio ruolo nella comunità. La modernità politically correct, anziché portare istinti e pulsioni alla luce per conoscerli e ri-conoscerli, pretende invece, attraverso condanne moralistiche, di estirparli ed eliminarli. Ma naturalmente si limita a ricacciarli nell’inconscio dove rimangono liberi di agire e di dirigere in modo occulto le azioni umane. Il risultato, come nel caso degli incendi boschivi, è la loro improvvisa, incontrollabile e devastante eruzione, come accade sempre più spesso per la violenza e la guerra. Negandole in assoluto, rifiutandosi di vederli come inestricabilmente conessi con l’umano, e dunque da usare con intelligenza, realismo, e per scopi nobili, si favorisce in realtà la loro proliferazione diffusa e incontrollabile.
Da qui, da questa rinnovata integrazione, occorre dunque ripartire per bonificare l’ambiente naturale e quello psichico, ed è nostra convinzione che non sarà possibile finché non avremo fatto giustizia dei tanti luoghi comuni che hanno ammorbato la nostra cultura quantomeno negli ultimi decenni, o forse secoli.

September 3, 2008

Maternage politico, e non

Filed under: Uncategorized - Administrator @ 5:28 pm

di Armando Ermini

Sgombriamo subito il campo da fraintendimenti interessati. La solidarietà per i ragazzi di sinistra accoltellati di recente a Roma deve essere piena, ed altrettanto la condanna per gli aggressori. Lo stesso sarebbe naturalmente a parti invertite. Ciò chiarito, colpiscono gli sviluppi della vicenda raccontati il 2 settembre su Il Corriere della Sera. Si è fatto vivo un comitato delle mamme costituitosi due anni orsono e denominato “Comitato madri per Roma città aperta”. Le volonterose signore sono scese in piazza con tanto di cartelli in difesa dei figli ed hanno chiesto udienza, puntualmente ottenuta, al sindaco Alemanno. Intervistate hanno dichiarato: abbiamo insegnato ai nostri figli certi valori, certe convinzioni. E siamo sempre davanti a loro, quando serve. Ed al sindaco hanno detto: noi garantiamo per loro &lt, tu garantisci per quei gruppi politici che sono vicini alla tua maggioranza. [nda. notare che i pargoli in questione hanno tutti oltre 25 anni].
Io ho sessant’anni e fino ai primi anni 70 ho militato in gruppi di estrema sinistra, in tempi certamente assai più pericolosi e duri, dal punto di vista della violenza, di quelli odierni. Ma se a quei tempi si fosse costituito un comitato simile, non solo ce ne saremmo vergognati come ladri (e spero, anche se ho dubbi, di interpretare il sentire di tanti miei coetanei), ma avremmo letteralmente vietato alle mammine di interferire. Per il semplice motivo che, oltre la militanza politica di qualsiasi colore, il nostro obbiettivo era anche quello di emanciparsi dalla tutela dei genitori, soprattutto, allora, da quella paterna visto che le madri erano più defilate e silenziose. Non pare sia più così, e non solo in politica. Ho occasione di frequentare persone sulla trentina e passa (maschi e femmine) e non cesso di stupirmi notando in loro il costante riferimento alla mamma (più raramente al padre).
Ne deduco che la tanto esaltata rivoluzione giovanile della mia generazione è stata un fallimento anche in questo, risolvendosi, in barba alle apparenze, in una infantilizzazione reale dei giovani.
I quali contestano, si, ma con l’approvazione e la tutela delle mamme, le stesse che allora, da posizioni femministe, reclamavano l’emancipazione e ci raccontavano di farlo per la libertà di tutti. Balle! Era solo per sostituire una tutela (del resto assai meno pervasiva e castrante), con un’altra, la loro. E che dire dei padri? Uomini della mià età o giù di lì che si sono bevuti tutte quelle sciocchezze disastrose ed hanno semplicemente passato la mano, sparendo letteralmente dalla circolazione. Se si ricordassero ancora cosa significa fare i padri, si sarebbero opposti, in nome dell’autonomia e della libertà vera dei figli ormai grandicelli, al sorgere di quell’improbabile e grottesco comitato di maternage, espressione dell’archetipo della Grande Madre che ambisce a tenere costantemente sotto tutela i figli (soprattutto maschi) e gli uomini in generale. Le mamme, così facendo, castrano i figli, salvo poi lamentarsi come donne della scomparsa degli uomini veri di un tempo. Ma personalmente sono anche disposto a comprenderle, perché in fin dei conti seguono il loro istinto di conservazione. Mi preoccupa molto di più il silenzio dei maschi e dei padri. Loro sarebbe il compito di contenere e bilanciare quell’istinto altrimenti nefasto, loro sarebbe il compito di aprire ai figli la via dell’assunzione personale e adulta di responsabilità che non cerca e non necessita di tutele dall’alto. Svegliamoci, e questa volta per davvero per il bene di tutti, nostro in primo luogo ma anche delle donne in generale, che suppongo non godano di confrontarsi continuamente con uomini matrizzati. E’ che da sole non ce la faranno mai a vincere il loro istinto. Hanno assoluto bisogno di maschi e padri veri.

September 1, 2008

Maschilità significa onore

Filed under: La condizione maschile - Administrator @ 10:18 pm

Di Armando Ermini

Benedetta Perilli, su La Repubblica del 28 agosto, lo scrive con sconcerto e malcelata ironia: secondo una inchiesta condotta dall’Università dell’Indiana su 27.000 maschi di otto paesi fra cui l’Italia, pubblicata sul Journal of Sexual Medicine, non sono il sesso o i soldi che fanno sentire virile un uomo, ma il vecchio e desueto onore. Per la precisione : al primo posto, con il 33% delle preferenze, mettono la capacità di essere un uomo d’onore. Seguono poi tenere sotto controllo la propria vita, avere il rispetto degli amici, avere un buon lavoro e saper fronteggiare da soli i problemi.
Per anni e anni il maschio è stato disprezzato come un sessuomane a cui interesserebbe solo scopare, le femministe ci hanno considerati esseri ragionanti solo in funzione del nostro organo sessuale e per questo trattati quasi da sub-umani. E’ stata imposta sui media e dai media l’immagine del maschio interessato solo a sesso/ potere/ soldi e per questo valutato come soggetto insensibile e egocentrico in confronto alle innumerevoli e sempre positive qualità femminili. Ed ora, sorpresa, pare non sia esattamente così.
Poco importa - scrive la Perilli- se le donne lo vorrebbero tutto muscoli e denaro, questo maschio internazionale e cittadino, che vive in coppia e guadagna bene, per sentirsi macho ha bisogno di essere rispettato. Niente numeri e prestazioni, per gli uomini la mascolinità è un sentimento che si costruisce sulla stima.
Che delusione- continua - allora per tutte quelle convinte di essere l’altra metà del cielo. Se fosse per i 27mila intervistati, quando si tratta di identità maschile, quel cielo potrebbe pure crollare.
E finisce: E l’homo eroticus allora? E il Don Giovanni? E Rodolfo Valentino? Stereotipi maschili costruiti su secoli di letteratura e cinema che crollano in un sol colpo sotto il peso di onore, rispetto, salute e felicità di coppia. Insomma, gli uomini descritti dagli uomini sembrano molto diversi da quelli che ci hanno raccontato.
Non che ci hanno raccontato, egregia sig.a Perilli, ma che ci avete raccontato, voi donne che avete colonizzato culturalmente i media. Quando finalmente qualcuno si prende la briga di farli parlare in prima persona, queste macchine per sesso e soldi, si scopre una verità diversa. Quell’immagine altro non è che una proiezione dell’immaginario femminile. Un desiderio inconscio negato con rabbia (in specie da quelle “emancipate”) e ribaltato sull’oggetto di tale desiderio fino al disprezzo ostentato. Ma anche un modo per tenere il maschio sempre sotto pressione e sotto esame, ossia sotto potere occulto. Da qui lo sconcerto. “Oddio, e ora che non sono più al centro del suo universo, come potrò manovrarlo, commuoverlo con qualche lacrima, atteggiarmi a vittima del suo potere oppressivo per ottenere privilegi altrimenti inconquistabili?”
Ma non si preoccupino le donne, quelle vere intendo. Un maschio che sa cavarsela da sé, che mette al primo posto la propria dignità e il proprio onore di uomo, che sente di essere apprezzato non in funzione delle tacche e del portafoglio, che gode della stima e del rispetto (ricambiati) degli amici, che non vive ansiosamente in funzione della di Lei approvazione, sarà un ottimo amante e marito e padre, anche se qualche volta gli capiterà di andare in bianco. Lo sarà perché avrà conquistato la condizione necessaria per essere uomo, l’indipendenza psichica. E terrà in gran conto il genere femminile, in modo autentico però. Questo e nient’altro che questo significa il termine onore, non le sciocchezze raccontate dalla giornalista di Repubblica quando accenna a Quel sentimento forte e radicato che fino ad alcuni decenni fa in Italia poteva attenuare addirittura le aggravanti di un delitto passionale.
Per essere felici con quest’uomo occorre una donna donna. Che sappia dunque rinunciare all’onnipotenza di chi si sente il Centro e pensa l’altro in funzione di se stessa per modellarlo a proprio uso e consumo. Proprio quello che viene rimproverato agli uomini nel solito giuoco di specchi. Proviamoci! Funzionerà.

August 21, 2008

L’educazione e la cavalleria imposte per legge

Filed under: Uncategorized - Administrator @ 7:34 pm

di Armando Ermini
Un tempo era normale, specialmente per i maschi, cedere il posto sull’autobus agli anziani, ai disabili, alle mamme con bambini piccoli o alle donne incinta. Chi non lo faceva, qualsiasi fosse il motivo, se ne vergognava.
Poi, con il politically correct imposto dai progressisti imperante, abbiamo appreso che:
-gli anziani sono “diversamente giovani”
-i disabili “diversamente abili”,
e a dimostrazione che niente è precluso per una donna abbiamo letto che:
-le mamme con bimbi piccoli vincono medaglie olimpiche anche in discipline di forza.
-le donne incinta si sottopongono a gravosi viaggi per fare passerella passando in rassegna le truppe, come la ministra della difesa del governo Zapatero in Irak.
Risultato logico e ovvio: nessuno più, pare, si sogna di cedere il posto a chi è uguale a lui o addirittura capace di imprese eccezionali o di sottoporsi a disagi considerevoli per dimostrare di essere “più”.
Ma qualcosa, forse, non quadra. E così il comune di Vicenza (centrosinistra) ha deciso di correre ai ripari. Promuovendo forse una “reazionaria e oscurantista” operazione culturale per ridare alle cose il loro vero nome ed alle persone il loro naturale status per cui ad esempio una donna incinta non è onnipotente ma ha al contrario bisogno di cure e attenzioni particolari?
Macchè! Dimentico che sono stati proprio i suoi sodali liberal alla base di tale disastro, che definire educativo è solo riduttivo perchè si tratta invece di un problema antropologico ed etico, detta amministrazione progressista ha deciso di imporre per legge ciò che una volta era ovvio e normale.
Così, burocraticamente, chi non cederà il suo posto ad una potenziale futura medaglia d’oro olimpica sarà multato severamente.
Lo chiamano “progresso”.

CRONACHE D’OLIMPIA

Filed under: Uncategorized - Administrator @ 7:31 pm

“Un colpo al maschilismo: nel 2012 ci sarà la boxe rosa”, ci informa il Corriere della Sera del 19 agosto.
Geniali questi businessmen del Cio: per far sparire la “discriminazione” contro le donne, si elimina la femminilità, et voilà, il giuoco è fatto!
Ma a vantaggio di chi?

August 18, 2008

E tu, glielo hai chiesto?

Filed under: Uncategorized - Administrator @ 8:35 am

di Cesare Brivio

Le Pari Opportunità della provincia di Brescia utilizzano i parametri della ricerca ISTAT del 2006 sul tema della violenza maschile contro le donne, ed elaborano con l’aiuto della organizzazione profeminist Artemisia i dati della ricerca su Brescia e provincia (Il Giornale di Brescia del 23 luglio 2008). Se ne conclude che tre bresciane su quindici nel corso della loro vita hanno subito un episodio di violenza da parte del partner maschio. L’inchiesta consiste in una telefonata a risposta anonima a fronte di domande che definiscono atto di violenza, e quindi rilevabile statisticamente, l’intera gamma di atti che vanno dalla violenza sessuale al ceffone fino al comportamento psicologico violento e all’apprezzamento scortese. Domanda: a porre le stesse domande e secondo i medesimi criteri ai maschi, si troverebbero altrettanti uomini che denunciano atti di violenza inflitti loro da donne? tutte le ricerche internazionali che danno voce anche ai maschi, a questa domanda danno risposta affermativa e documentano risultati sostanzialmente uguali, a volte anche più gravi. Come per esempio dimostra anche una recente inchiesta in 1200 scuole sudafricane di cui dà notizia il Corriere on line del 29 luglio 2008: “Due studenti sudafricani su cinque dicono di essere stati costretti a fare sesso. Lo sostiene uno studio pubblicato sulla rivista scientifica BioMed Central’s International Journal for Equity in Health, che ha svelato una situazione endemica nelle scuole del Sud Africa. Il più delle volte l’abuso sui ragazzi è stato compiuto da donne mature. «Lo studio dimostra che l’abuso sessuale sui ragazzi ritenuto solo sospetto sino ad ora - dichiarano Neil Andersson e Ari Ho-Foster del Centre for tropical Disease Research di Johannesburg - è reale» I risultati sottolineano la necessità di sollecitare gli sforzi per impedire la violenza sessuale in Sud Africa. Perché dunque in Italia non si interrogano anche i maschi sulla base di parametri in grado di rilevare ciò che per i maschi è percepito come vissuto di violenza inflitta da parte femminile? (more…)

August 17, 2008

OLIMPIADI: LASCIATECI TIFARE IN PACE PER LE NOSTRE RAGAZZE

Filed under: Uncategorized - Administrator @ 4:29 pm

Di Armando Ermini

Ci risiamo. Puntuali come treni svizzeri, ogni volta che le donne (italiane) vincono qualche medaglia in più degli uomini (italiani), i nostri telecronosti fanno a gara di piaggeria. Così ogni pomeriggio, nella trasmissione dedicata ai commenti si sprecano ironie, come quella di quel telecronista di cui non ricordo il nome tanto buca il video, che giovedì pomeriggio esaltava “le nostre donne “ e ironizzava sulle difficoltà dei “maschietti”. A nulla è servito il tentativo dell’ex nuotatore Luca Sacchi che per due volte ha tentato di dire, un po’ timidamente a dire il vero, che a lui interessava tifare, non fare inutili confronti. Il culmine lo ha raggiunto l’ineffabile Italo Cucci che, sempre giovedì, preso da incontrollabile pulsione all’arruffianamento, metteva in fila una sequela di sciocchezze che neanche un infante: biascicava prima sull’importanza dei risultati raggiunti senza l’ausilio delle quote rosa e sottolineava poi che l’avanzata femminile non riguardava solo l’Italia ma anche altri paesi.
Quote rosa? E che c’entrano, dal momento che nello sport non si tratta di assicurarsi medaglie in base al sesso? O meglio, nello sport le quote rosa esistono per definizione, in quanto le donne gareggiano separate dagli uomini e vincono tante medaglie quanto loro. E meno male che è così, altrimenti sarebbe la fine istantanea dello sport femminile, il quale anzi non sarebbe mai nato.
Profluvio di medaglie e di grandi risultati anche per altri paesi? Perbacco, ma si da il caso che una medaglia in più vinta da campionessa di una nazione corrisponde ad una in meno di un’altra campionessa di un’altra nazione. Il gioco è a somma zero, e il numero di medaglie complessive femminili (e ovviamente maschili) è sempre quello. Qualcuno lo ricordi al “grande” giornalista.
Sabato pomeriggio la faccenda ha assunto toni surreali. Mentre sulla scorta delle medaglie vinte si discettava sul fatto che le donne avrebbero la solita marcia in più e sull’inesistente maggior emotività femminile, intanto il giamaicano Bolt faceva il record mondiale strepitoso sui 100 metri vantando la sua proverbiale rilassatezza psichica, e da poche ore lo statunitense Phelp aveva vinto la settima medaglia d’oro (la tredicesima in due Olimpiadi), naturalmente un po’ rimproverato, con la solita coerenza, per la supposta eccessiva freddezza di carattere. Ma per favore!
La finiscano con queste ruffianerie politicamente corrette, e ci lascino tifare in pace e con passione per le nostre splendide ragazze, di cui vogliamo continuare ad ammirare la grinta e la femminilità senza confronti insulsi, stupidi e controproducenti proprio per loro. Le atlete non hanno bisogno di servi sciocchi, il cui unico efetto è quello di indurre un senso di fastidio nell’ascoltatore e più di una sconsolata riflessione sulla dilagante piaggeria che alla fine si rivela per quello che è: imbecillità allo stato puro.

Campione olimpico in nome del padre.

Filed under: La condizione maschile - Administrator @ 4:18 pm

Questa è la storia di Bradley Wiggins, campione olimpionico e massimo specialista al mondo di ciclismo su pista, specialità “inseguimento individuale” .
Dopo la separazione dei genitori, i rapporti fra Bradley e il padre deperirono fino alla rottura di ogni rapporto ed alla rinuncia del ragazzo alla carriera sportiva di cui era eccelente promessa.
Suo padre fu ucciso mentre era in un altro continente, e le autorità locali riconsegnarono al giovane, tra le altre cose, un inserto in cui l’uomo aveva conservato tutti gli articoli dei giornali in cui si parlava del figlio.
A quel punto Bradley riprese gli allenamenti fino a diventare il grande campione che è attualmente.

August 14, 2008

SAVE THE MALES, la nuova frontiera della liberazione sessuale secondo Katheleen Parker

Filed under: La condizione maschile - Administrator @ 10:14 pm

Di Armando Ermini

La Terra, si sa, è tonda e gira su se stessa. Basta star fermi e il passato riapparirà come per magia, inevitabilmente. Così. Su Il Foglio del 13 agosto 2008 leggiamo che l’ultimo libro della Parker, notissima editorialista USA, si intitola proprio “Salvate i Maschi”. La giornalista, famosa anche per aver diffuso le dissacranti tesi pro-men dell’allievo di Leo Strauss, Harvey Mansifeld, si è accorta che i maschi sono assai bistrattati e che tutto sommato, l’uomo ancien regime, protettivo e responsabile, era molto meglio dell’attuale metrosexual, depilato, bellino e bravino, che aborre ogni manifestazione di mascolinità (anche a letto).
Assediati dal rivendicazionismo femminista, ridicolizzati, screditati, diminuiti, i maschi hanno perduto il loro ruolo e, scrive Il Foglio, il padre protettivo e responsabile è diventato la manifestazione regressiva di un patriarcato antimoderno, mentre le donne si atteggiano a vittime, sante e mistiche. Controprova della perdita di buon senso e di ogni ordine gerarchico, bandiera del radicalismo democratico, è il modo con cui i maschi vengono rappresentati sui media. Bulli, bruti, violenti, stupratori o, il massimo del bene, farlocchi privi di spirito. Mai ce ne fosse uno forte, coraggioso, serio, onesto.
Bene arrivata fra le persone di buon senso, signora Parker. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire, ammesso che il tardi non sia già troppo e che non si creda possibile far coesistere il maschio antico con la femminista moderna.
Nulla da eccepire, comunque, salvo il titolo del libro “Salvate i maschi”. Chi ci dovrebbe salvare? Le donne, cioè quelle che, secondo lei, ci hanno distrutto? Lo Stato, quello che si è fatto complice ed autore in prima persona dello svilimento del genere maschile, che ora si ritorce contro le stesse donne (quelle che ancora si possono definire tali, naturalmente)?
La verità è che il maschio può salvarsi solo da sé. Nel duplice senso che non esisterà mai nessuna donna e nessuno Stato che gli caverà le castagne dal fuoco (e se accadesse non sarebbe vera salvezza), e che l’uomo moderno ha da guardarsi principalmente da se stesso, visto come si è ridotto. E’ da sé che deve recuperare l’antico sapere maschile, quello che gli faceva mettere al primo posto la protezione della femmina e dei cuccioli (propri e altrui), prima ancora del suo personale interesse. Quello che lo rendeva capace di distinguere le lacrime femminili strumentali da quelle sincere, sapendo che anche quest’ultime non implicavano necessariamente accondiscendenza senza riserve. Quello insomma che sapeva assumersi le sue responsabilità maschili e che sapeva dire dei SI ma anche dei franchi NO. Da qualche decennio (ma in realtà si tratta di un processo molto più lungo) ha dimenticato completamente le sue prerogative; per immotivati sensi di colpa opportunamente stimolati o per “furbizia”, questa davvero farlocca, poco importa. Stà di fatto che quelle prerogative deve riacquistarle da sé, senza con ciò rinnegare i fardelli di cui non ha mai cessato di farsi carico (i lavori pesanti e pericolosi, il mantenimento della famiglia anche quando la donna guadagna più di lui, il duro esercizio della forza a fin di bene, anche la guerra quando vi è chiamato sia o meno d’accordo, e così via elencando). E’ l’unica strada per riguadagnare stima di sé, e si può star certi che anche le donne (al solito quelle vere) lo ringrazieranno, dopo.

July 25, 2008

La dimora, gli stranieri e la campagna

Filed under: Uncategorized - Administrator @ 10:06 am

di Roberto Pelusio

Un amico mi racconta del suo sabato nel bosco per una grigliata: ha invitato i bambini ad una gara su chi costruiva la casa più bella e dice che è incredibile cosa siano riusciti a fare in due ore, in assoluta solitudine e autonomia. Hanno raccattato in giro un po’ di assi, rami e fieno, che poi non hanno risistemato rischiando che il proprietario se la prendesse. Deve essere stato davvero importante e bello per loro fare un casa. Chi non lo ricorda l’entusiasmo profondo che ci domina da piccoli nel fare questo gioco, l’energia dirompente e l’ingegnosità creativa che è capace di suscitare?

Io invece il sabato l’ho trascorso in campagna tra i lavoratori di una serra. Ho visto uomini attivi, operosi, attenti a ciò che accade intorno, svegli aperti e disponibili in un ambiente caldo schietto, persino allegro. Niente di straordinario sennonché erano tutti stranieri: albanesi, rumeni, indiani. Le campagne sono piene di lavoratori stranieri e i piccoli paesi spesso sono abitati da loro, basta buttare l’occhio nelle piazze o nei bar. E gli italiani? Pochissimi, sembra che gli italiani non lavorino nei campi, neanche quelli super tecnologici e all’avanguardia come quello dove sono stato.
I tempi cambiano… (more…)

Get free blog up and running in minutes with Blogsome
Theme designed by Viewfinder Design