La famiglia, l’educazione e la legge
di Armando Ermini
I padri che danno un ceffone ai figli rischiano la galera (vedasi sentenze in merito) come padri padroni.
I padri che si rifiutano di continuare a mantenere agli studi universitari figli ultratrentenni e nulla facenti, vengono obbligati a farlo da sentenze giudiziarie come quella emessa poco tempo fa da un tribunale della repubblica.
In altri casi i giudici hanno sentenziato il diritto dei figli ad essere mantenuti dai genitori fino a che non hanno trovato un lavoro confacente alle loro inclinazioni/speranze/aspirazioni.
Proprio l’altro ieri un sedicenne ha accoltellato il padre perché quest’ultimo, pretendendo il rispetto delle regole, aveva staccato la spina del p.c. durante un videogioco. La psicologa di turno, regolarmente intervistata dal solito grande quotidiano, ci ha spiegato che , a bene vedere, la reazione eccessiva del giovane sarebbe stata indotta dall’atteggiamento paterno, retrivo e fuori dal tempo: colpa sua, insomma.
Ci sarebbe abbastanza materiale per orientarsi nella discussione sui bamboccioni e oltre, e per capire chi favorisce o incentiva un fenomeno contro il quale giustamente si polemizza. Ma non è questo l’argomento di cui voglio parlare.
Ho ricordato quelle sentenze perché ieri 3 febbraio ne è stata emessa un’altra che condanna le famiglie di un gruppo di giovanissimi a risarcire una ragazzina di poco più giovane che per due anni è stata sottoposta a violenze sessuali dal branco. La famiglia, ha sentenziato il giudice, si è resa colpevole di non aver dato ai figli una adeguata “educazione sentimentale” ispirata al rispetto della persona.
Nessun dubbio che i genitori hanno grandi responsabilità educative, ma occorrerebbe da parte della magistratura una linea di condotta uniforme, non schizofrenica. Se alla famiglia viene, giustamente, assegnato il compito primario di educare (in tutti i sensi) i figli, non la si può contemporaneamente privare dei minimi strumenti educativi ritenuti adatti. Quello di dare le regole, e di avere anche il potere di imporle, è sempre stato compito paterno, avendo invece la madre un’altra e altrettanto importante funzione nel difficile cammino educativo dei figli.
Il padre è stato da tempo esautorato e la sua autorità minata e combattuta in tutti i modi possibili dalla “santa alleanza” fra lo Stato e i movimenti femministi che nella famiglia tradizionale (e nella ripartizione al suo interno di compiti e funzioni) hanno visto il nucleo dell’odiato potere patriarcale e della conseguente oppressione femminile. Si è così passati in una prima fase ad una “più equa” distribuzione del potere educativo in ambito familiare e la madre (nonchè la sua sostituta a scuola) è stata progressivamente posta al centro di ogni discorso sull’educazione. Contrariamente alle aspettative la cosa non funziona. Ce lo dicono le cronache e lo dimostra il fatto che i giovani cresciuti senza padre o con padre “debole” sono più inclini a commettere atti di violenza o comunque di devianza.
“Bamboccioni” figli di mamma e bulli sono due facce della stessa medaglia, e i due prodotti negativi, anche se molto diversamente, dell’eclisse del padre.
Tanta è l’emergenza che lo Stato, con le sue leggi e i suoi giudici, tende ormai a sostituirsi alla famiglia nel dettare le regole e i modelli educativi cui conformarsi, peggiorando ancora la situazione. Non solo perché, come ho cercato di evidenziare prima, gli interventi sono incoerenti e incongrui l’uno rispetto all’altro, ma soprattutto perché è del tutto illusorio credere di risolvere con leggi e sentenze un gravissimo problema di ordine culturale. Che andrebbe affrontato in primo luogo sullo stesso piano. Le leggi e i giudici dovrebbero, anziché sostituirsi alla famiglia ed ai padri in particolare, supportare ed aiutare in ogni modo la loro ri-assunzione di responsabilità, restituendo loro la dignità culturale perduta e gli strumenti concreti con cui poter operare. In mancanza di tutto ciò ci avvieremo, ci siamo anzi già ben inoltrati, verso una società solo in apparenza democratica ma in realtà totalitaria e invasiva della sfera familiare che, giova ricordarlo, è sempre stato il nucleo fondante di ogni Comunità. Il monopolio della violenza statale a regolare il rapporto educativo tra padri e figli è un’orrenda prospettiva che nemmeno Hobbes aveva attribuito al suo Leviatano
I risultati sono sotto gli occhi di tutti, ed è incredibile la cecità di coloro che si rifiutano di vedere l’origine della cancrena e pretendono di curare il malato con ulteriori e sempre più massicce dosi di veleno.















